giovedì 27 ottobre 2011

La limpida sensazione

Ho letto oggi su Repubblica l'anticipazione di Mr Gwyn, il nuovo libro di Alessandro Baricco che esce il 3 ottobre per Feltrinelli (e il progetto di Fandango Libri che fine ha fatto?).
Troppo presto per parlarne, ovviamente. Dico solo che ultimamente l'autore mi dà un po' su ai nervi, ma è una sensazione irrazionale e il povero Baricco nulla fa per alimentarmela. Anzi, credo che l'unica spiegazione del mio fastidio (che poi non è fastidio vero e proprio, alla fine il libro lo leggerò e mi piacerà - ho deciso in questo momento che mi piacerà, è piuttosto una noia, non so...) debba attribuirsi a tutti gli amici che stimo ma che non amano (eufemismo!) Baricco e per questo non perdono occasione di dirmelo, convincendomi quasi. Diciamo che mi dà fastidio per osmosi, ecco.
Tornando a Mr Gwyn: da qualche parte ho letto che Baricco ha dichiarato di aver cambiato un po' stile, soprattutto se si ripensa agli esordi con Castelli di rabbia e Seta; nel breve estratto pubblicato oggi vien quasi da credergli, sembra essere più denso, più reale (irrompono concreti riferimenti alla realtà fattuale, come la citazione del quotidiano Guardian, o l'agente letterario che più credibile non si può), anche se non mancano i baricchismi tradizionali.
Colpisce che nelle primissime righe ci sia una frase che stona parecchio, per via di congiuntivi che non tornano (l'ha notato anche Luca Sofri in un tweet): "Jasper Gwyn ebbe d'un tratto la limpida sensazione che quanto faceva ogni giorno per vivere non era più adatto a lui". Sto aspettando la notizia di un accademico della Crusca stroncato da un coccolone mentre sorseggiava il caffé e leggeva Repubblica stamattina. Baricco non è mai stato un "grammatico" osservante, anzi, ma questa frase stona proprio, è brutta e difficilmente può riprodurre con verosimiglianza i pensieri di uno scrittore quale è il protagonista del romanzo.
Pare che a Baricco si possa perdonare tutto, però. (Ecco, vedete quel fastidio che dicevo? Mi esce fuori che neanche me n'accorgo... Recupererò con la recensione lusinghiera che pubblicherò dopo la lettura. Ho deciso, lo so: sarà lunsighiera.)
A pagina 49 c'è poi anche l'immaginetta che promuove l'inserto Il Venerdì, con Baricco appunto in copertina e il titolone: "La letteratura non è più un'arte" (vabbé, e poi io in cosa credo?). E poi una citazione dall'intervista: "Più che uno scrittore mi sento un calzolaio delle parole." Ecco, il fastidio sta diventanto reale (ma Mr Gwyn mi piacerà, lo so).

mercoledì 26 ottobre 2011

Stuff I've been reading/4

Quentin Bell, Virginia Woolf, mia zia, La Tartaruga edizioni
Quenti Bell è figlio di Clive Bell e di Vanessa, sorella di Virginia Woolf, quindi era nella cerchia familiare più intima della scrittrice inglese: ma in questa poderosa biografia veste impeccabilmente i panni dello storico - sua professione - e racconta la storia tragica ma soprattutto intensa della vita di Woolf, sempre al confine fra creatività debordante e depressione acuta. Come dice il risvolto di copertina è una biografia fra le più complete sulla scrittrice: non solo cita le sue opere collegandole sapientemente ai periodi e alle ragioni di composizione, ma riporta anche brani di diari, di lettere, perfino di conversazioni dell'autrice ma anche del circolo di intellettuali, artisti e conoscenti che la circondavano.
Questa biografia, come spesso si sente dire in questi casi, non assomiglia affatto a un romanzo, anzi: è il racconto di una vita vera, vissuta, sofferta e molto amata. L'amore è spesso presente in questo viaggio biografico, soprattutto quando si parla del rapporto fra Virginia e il marito Leonard ("Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi", scrive lei nel biglietto d'addio al compagno di mezza vita) e tutta una vita percorsa dall'amore (per l'arte, la raffinatezza, la libertà ma in particolare per le persone brillanti) arriva a spiegare fino in fondo l'ultimo estremo gesto di Woolf - raccontato qui con una delicatezza e una lucidità quasi impalpabili - che alla fine è stata una decisione di amore, più che di disperazione. Coloro che amano a fondo la scrittrice che è stata Virginia Woolf difficilmente vorranno arrivare all'ultima triste pagina, nella convinzione che poi quella vita straordinaria non è più continuata.
(Una piccola nota negativa: nell'edizione La Tartaruga che ho io, del 2011, i refusi sono insopportabilmente frequenti, praticamente intollerabili, fino ad arrivare alla ripetizione, a un certo punto, di un intero paragrafo.)

Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi
Titolo piuttosto ingannevole quello di questo volume miscellaneo messo assieme da Einaudi per raccogliere gli scritti dello scrittore americano Carver. Nel senso che è vero che vi si trovano gli scritti in cui Carver parla del mestiere di scrivere, ma parla solo ed esclusivamente di se stesso, di come è nata e ha faticosamente preso forma la sua attività di narratore. E, in effetti, a parte un paio di saggi che sono di un'efficacia fulminea e pregante, il resto è materiale d'assemblaggio un po' ripetitivo, spesso riportando perfino gli stessi aneddoti (comprensibile, visto che Carver aveva messo assieme i testi per destinazioni completamente diverse e in momenti molto distanti fra loro).
Alcune riflessioni di Carver sulla scrittura esprimono comunque tutta la geniale pregnanza dell'autore, che riesce a ricondurre la semplicità dei momenti quotidiani a riflessioni acutissime sull'arte e la letteratura; interessante anche quando parla dei suoi gusti letterari. Paradossalmente, in questo volume dedicato all'attività di scrittore, Carver non nomina mai Lish, l'editore-tiranno a cui molto ritengono di dovere la caratteristica sintesi carveriana dato che interveniva pesantemente sui suoi manoscritti.
Di grande interesse anche gli apparati messi a disposizione in questa raccolta, come delle testimonianze sui corsi di scrittura creativa tenuti dallo scrittore nelle università americane (facendoci capire quanto in Italia stiamo ancora indietro...) e alcune attività appunto per affinare le capacità di scrittura.

Michael Cunningham, Una casa alla fine del mondo, Bompiani
Opera di esordio di Cunningham, giustamente traballante in alcuni punti, ma già pregna di tutto quello che sarebbe venuto poi. In questa storia le vite di due giovani ragazzi e di una ragazza s'intrecciano alla ricerca una direzione partendo da famiglie segnate dal dolore e dall'instabilità, instabilità che si ripercuote anche nelle loro relazioni sentimentali e nell'indecisione su che strada far prendere al loro futuro. Sullo sfondo l'ambiguità, il disagio giovanile, i postumi di educazioni post-hippie, e soprattutto la piaga dell'Aids.
Forse i personaggi principali - che si mescolando in un intreccio di relazioni amorose poco chiare, forse perfino all'autore - sono delineati un po' troppo piattamente, anche se un'apatia di fondo è proprio la dominante che si respira in tutto il libro. La sospensione sul finale lascia insoddisfatti per varie ragioni, soprattutto perché la storia non ha portato effettivamente un'evoluzione, se non esteriore, ai protagonisti. Eppure lasciarci lì sull'abisso è un po' una caratteristica di Cunningham, che ci fa così assaporare il gusto dolceamaro di vite sospese e angosciate, un gusto quasi come del sangue, sia esso infetto o pieno di giovane vita.

Gustave Flaubert, Memorie di un folle, Collezione IlSole24Ore-Libri della domenica
Rara perla ottocentesca, questa breve opera semiautobiografica ci regala un ritratto quasi inedito dell'autore di Madame Bovary e ci fa tuffare nella temperie culturale fatta di influssi e passioni variegati che era l'Ottocento romantico francese. La storia raccontata è di una banalità e di un trito allucinanti - delusione amorosa fa scaturire in giovane letterato disperazione e odio per il mondo, con unica soluzione il rifugio nelle arti - ma Flaubert ci mette dentro una carica emotiva e una precisione lesicale che lasciano a volte senza fiato. Gli si perdonano i manierismi, si accettano gli eccessi sentimentali, si passa sopra un'eccessiva consapevolezza di sè, anche perché ci sono alcune pagine che sono di un respiro che più ampio non si può.
Poi si scopre che è un'opera che l'autore ha composto a 17 anni, e allora l'ammirazione per questo gioiello breve ma intenso cresce a dismisura.

domenica 23 ottobre 2011

Incipit&Explicit 4

(da Cabaret Voltaire, maggio 2011)


Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino è un libro che sorprende per tantissime ragioni. La principale è perché è un libro fatto di incipit.

Sviluppandosi come una straordinaria carrellata sulle potenzialità della parola e dell’inventiva, l’opera segue un lettore (il Lettore) alle prese con un romanzo di cui non riesce a proseguire la lettura a causa di misteriosi errori di stampa o problemi tipografici; la ricerca del seguito lo porterà a leggere ben dieci inizi di romanzi diversi e a trovare anche l’anima gemella: la Lettrice.

Calvino dimostra la sua genialità compositiva (composizionale) già nell’incipit vero e proprio del libro, un capolavoro di allusione metanarrativa: “Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. (…) dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.”

I mondi diversissimi fra loro che Calvino abbozza nei successivi dieci incipit – da una grigia rarefatta stazione al Giappone magico, a uno sperduto villaggio sudamericano… – danno l’idea di quanto la letteratura possa destrutturarsi pur rimanendo affascinante e coinvolgente.

In un estremo tocco di genio (non leggete questa se vi è venuta voglia di prendere il libro, fatelo dopo), Calvino ha legato i vari incipit dei capitoli in un ennesimo incipit autonomo: “Se una notte d’inverno un viaggiatore, fuori dall’abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano…”

La magia della letteratura sta nell’incipit, tutta quanta lì.


Incipit&Explicit di questo mese:

Quentin Bell, Virginia Woolf, mia zia (la Tartaruga)

“Da signorina, Virginia Woolf si chiamava Stephen. Quella degli Stephen è una famiglia che emerge dall’oscurità verso la metà del XVIII secolo. Erano agricoltori, mercanti e trafficanti di merci di contrabbando nell’Aberdeenshire.”

*

“Deposto il bastone sulla riva del fiume, si infilò una grossa pietra nella tasca della giacca. Poi andò incontro alla morte: «l’unica esperienza», come aveva detto a Vita, «che non descriverò mai».”

domenica 9 ottobre 2011

Traduzioni


Edward Hopper, Nighthawks (1942)

The door of Henry’s lunchroom opened and two men came in. They sat down at the counter.

“What’s yours?” George asked them.

“I don’t know,” one of the men said. “What do you want to eat, Al?”

“I don’t know,” said Al. “I don’t know what I want to eat.”

Outside it was getting dark. The streetlight came on outside the window. The two men at the counter read the menu. From the other end of the counter Nick Adams watched them. He had been talking to George when they came in.

“I’ll have a roast pork tenderloin with apple sauce and mashed potatoes,” the first man said.

“It isn’t ready yet.”

“What the hell do you put it on the card for?”

“That’s the dinner,” George explained. “You can get that at six o’clock.”

George looked at the clock on the wall behind the counter.

“It’s five o’clock.”

“The clock says twenty minutes past five,” the second man said.

“It’s twenty minutes fast.”

“Oh, to hell with the clock,” the first man said. “What have you got to eat?”

“I can give you any kind of sandwiches,” George said.“You can have ham and eggs, bacon and eggs, liver and bacon, or a steak.”

“Give me chicken croquettes with green peas and cream sauce and mashed potatoes.”

“That’s the dinner.”

Ernest Hemingway, "The Killers", The Fifth Column and the first Forty-Nine Stories (1938)


Profondo rosso, Dario Argento (1975)


Homer vs. the 18th Amendment, The Simpsons (s. 8, ep. 18, 1997)

La pelle nuova di Almodóvar

La pelle che abito è il nuovo film di Almodóvar che è stato anche a Venezia. Segna il ritorno alla collaborazione col regista spagnolo, dopo anni di lontananza e qualche screzio, del suo attore culto, Antonio Banderas, che qui appare invecchiato ma ancora con un notevole magnetismo.
La pellicola si può dire riservi molte novità rispetto alla storia cinematografica di Almodóvar: i suoi temi culto - l'identità sessuale, la violenza, la vendetta, la ricerca di sè ecc. - sono qui virati a una svolta essenzilamente dark, in un thriller dai tratti quasi fantascientifici (a me veniva spesso in mente L'isola del Dr. Moreau di H.G. Wells). La storia gira attorno alla folle mania creatrice di un chirurgo senza freni che ottiene in sala operatoria, oltre a una resistentissima pelle artificiale, una riproduzione esatta e perfetta della moglie scomparsa: tutto è però frutto di una terribile vendetta che finirà per consumare tutti i protagonisti coinvolti nella vicenda.
Il ritmo è intenso fin dalle prime scene, anche se la trama diventa via via banale mentre si fa sempre più assurda. C'è da dire che, d'altro canto, il film è di una perfezione e levigatura tecnica impressionante, anche se questo contribuisce all'impressione finale di un giocattolo visivo perfetto ma freddo che non lascia nulla di incisivo nello spettatore, se non due ore di ansia e tensione. I risvolti sociali che poi caratterizzano spesso i film del regista - qui si potrebbe trovare una riflessione sulla vendetta cieca, sulla disperata ricerca di perfezione estetica ecc. - sono alla fine un po' tutti tirati per i capelli.
E' comunque un Almodóvar sostanzialmente nuovo quello de La piel que habito, che si spoglia dei risvolti grotteschi e al contempo intimisti per narrare una storia cruda e fredda come il tavolo di una sala operatoria. Il regista spagnolo cerca nuove strade con la sua consueta maestria tecnica, però forse lascia perplessi quelli più affezionati alle sue opere precedenti, allo stesso modo disturbanti ma in qualche modo più calde e intime.

venerdì 7 ottobre 2011

Correndo con le forbici in mano

Alla fine di Correndo con le forbici in mano di Augusten Burroughs, l'unico aggettivo che viene in mente è: stravagante. E non in una particolare accezione positiva. La storia, che dovrebbe essere un memoir-scandalo dell'infanzia e dell'adolescenza dall'autore, risulta quasi sempre inverosimile, o per lo meno eccessivamente romanzata. Burroughs racconta della madre psicotica e frustrata che lo abbandona nella strampalata famiglia del suo psichiatra folle e irregolare, e delle vicissitudini che seguono. Principalmente le scorribande di questo ragazzo di tredici anni, già maturo e forse troppo, assieme alle sue "sorelle adottive" in mezzo a squallori vari, fraintendimenti freudiani e diverse precoci esperienze (fra cui una sua relazione omosessuale con un trentenne, anch'esso paziente dello strampalato dottor Finch). Marinano la scuola, cercano risposte sull'esistenza aprendo a caso la Bibbia, assumono cannabis e ansiolitici vari, parlano coi gatti, si barcamenano fra un espediente e l'altro. Il tutto è raccontato con un'ironia pungente, che solo a volte è tagliente e efficace, in un romanzo di formazione sui generis, quasi una non-formazione invece che stona col lieto fine seppur sospeso.
Più che un romanzo, Correndo con le forbici in mano, una specie di Auntie Mame della disperazione e del disagio (e con molto meno stile), sembra più una sceneggiatura di un tipico film indie, e in effetti è eglio la versione cinematografica che ne hanno tratto, Running with scissors (2006), diretta dal creatore di Glee Ryan Murphy e con un cast notevole, fra cui Anette Bening, Gwyneth Paltrow, Alec Baldwin e Joseph Fiennes.

mercoledì 5 ottobre 2011

Incipit&Explicit 3

(da Cabaret Voltaire di maggio)

Se iniziare uno scritto pare un’impresa titanica, finirlo lo è altrettanto, o forse di più: il rischio di cadere nel cliché, di dire troppo, di dire troppo poco è continuo e lacerante. Non resta che imparare dai grandi maestri, e rassegnarsi all’inscrutabile mistero emotivo e letterario che le conclusioni dei romanzi e dei racconti rappresentano.

Sono soprattutto gli scrittori americani, sulla scorta dei modernisti inglesi, ad aver magistralmente affinato la tecnica della rifinitura degli explicit: in particolare uno, secondo me, ha raggiunto vette inarrivabili. E’ Raymond Carver, che nella vita ha scritto praticamente solo racconti che sono di un equilibrio e di una compostezza al limite dell’inverosimile.

Carver ci fa entrare nelle sue storie di netto, e altrettanto nettamente ce ne fa uscire; niente fronzoli, niente digressioni, niente slanci verso il futuro: è come se illuminasse una stanza abitata dai suoi personaggi – tutti a loro modo disperati, ossessionati, irrisolti, spessissimo schiavi dell’alcool come lo fu lui nella vita – e a un certo punto, passato il tempo ritenuto necessario dall’autore, spegnesse la luce d’un tratto. Quei personaggi, quelle storie scompaiono nello stesso bagliore in cui erano apparsi: di loro non sapremo più nulla, anche se ci rimarranno un po’ dentro.

L’estrema sapienza di Carver, quel suo stile così asciutto e sfacciato e estremamente sincero è anche dovuto al massiccio intervento dell’editor che ne curò le opere, Gordon Lish, a volte operando tagli arbitrari e pesanti; tuttavia tornando a leggere le versioni originali, ad esempio nella raccolta Principianti (Einaudi), si riconosce sempre quell’inconfondibile stringatezza carveriana, quella sua volontà di esprimere tutto dicendo però solo l’essenziale. E, ancora una volta, quei finali così stupendamente letterari, nel senso che fanno percepire quanto potente sia la letteratura: è l’autore che decide quando è abbastanza, quando tutto deve finire, e il lettore se ne deve stare lì, accettando e rimuginando.

Se volete farvi un’idea dei racconti di Carver, fra tutti “Una cosa piccola ma buona”, “Di’ alle donne che usciamo” e “Cattedrale”.

Incipit&Explicit di questo mese:

Luca Sofri, Un Grande Paese (Bur Rizzoli)

“I tram di Milano hanno degli orari. Quando ci venni a vivere fu la prima cosa che notai, assieme al fatto che a Milano non c’è la nebbia. Nella città di provincia in cui vivevo si aspettava l’autobus fino a quando passava. Va’ a sapere quando.”

*

“E con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia del cielo su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l’abbiamo consegnato intatto alle generazioni future.”

Creatività per ciechi

Una volta pareva che non si potesse parlare di creatività senza parlare di Oliviero Toscani, e in effetti è stato a lungo così. Ora mi imbatto, a distanza di pochi mesi, in queste due campagne pubblicitarie, entrambe curate dallo studio di Toscani: la prima per una marca di alimenti biologici per animali, la seconda per un brand di vestiti. L'unica possibile spiegazione è che Toscani sia così bravo a vendersi da aver convinto i responsabili marketing del secondo prodotto che la loro campagna pubblicitaria fosse totalmente diversa da quella dell'altro marchio. Oppure che quei responsabili marketing fossero ciechi, ad esempio