lunedì 30 gennaio 2012

Il saggio sul matrimonio

La trama del matrimonio di Jeoffrey Eugenides è stato - nel piattume generale - uno dei libri più interessanti dell'anno scorso. Ne parlavo su Cabaret Voltaire di dicembre.

Per parlare de La trama del matrimonio, l’ultimo romanzo-fiume di Jeffrey Eugenides, pubblicato a sette anni dal precedente acclamatissimo Middlesex, devo aprire una parentesi autoreferenzial-autobiografica: spesso noi di Cabaret Voltaire ci domandiamo se gli articoli che scriviamo (soprattutto questi qui di letteratura) non abbiano un aspetto troppo “saggistico” e meno l’incisività di un agile stile giornalistico-narrativo. Dico questo – lasciando poi il giudizio ai lettori – perché lo stile saggistico in Eugenides è una dominante quasi imprescindibile: nel tessuto narrativo delle varie vicende, l’autore inserisce numerose digressioni sui temi più disparati, dalle teorie di critica letteraria dei Formalisti e dei Decostruzionisti alla riproduzione diploide o aploide dei lieviti, dalla situazione dell’India negli anni ’80 con annessa Madre Teresa di Calcutta alle descrizioni degli effetti neurologici di certi farmaci contro la depressione e così via. Ovviamente è un romanzo, anzi un buon romanzo e quindi tutto è trasmesso a chi legge con una certa agilità, soprattutto nei dialoghi, favoriti dal fatto che i protagonisti sono tutti neolaureati che discutono quotidianamente di saggi che hanno letto o lezioni cui hanno assistito. Ma tutta questa abbondanza di informazioni extranarrative è una caratterista estremamente peculiare, per non dire straniante, di una particolare generazione di scrittori americani che sono irrorati da questa potente vena saggistica (che sia Franzen che parla di ornitologia e bird-watching o Palahniuk che illustra l’industria del porno). Caratteristica, questa, sicuramente estranea al gusto editoriale italiano ma che ben volentieri si accoglie in testi importati dall’America.

In questo romanzo s’incrociano appunto le storie di tre giovani troppo presi dal combattere le loro manie per vivere in modo usuale l’American way dei primi Ottanta in cui la storia è calata: Leonard combatte contro il suo disturbo maniaco-depressivo fuggendo da un passato famigliare drammatico e dalla sua mente troppo geniale; Mitchell scappa da un rifiuto amoroso cercando se stesso nella fede cristiana e nel volontariato; Madeleine, quella che esce meno fortemente nel libro ma la cui ricerca è forse la più profonda, lotta per staccarsi dal suo conformismo da middle class, al contempo cercando di trovare un equilibro nell’amore e negli studi (specializzandosi, non a caso, sulle trame matrimoniali dei romanzi d’epoca vittoriana). Le loro storie s’intrecciano quanto basta perché tutti si feriscano l’un l’altro coi loro rispettivi egoismi (ma siamo tutti egoisti quando si tratta di cercare e salvare noi stessi): l’effetto un po’ disturbante è quello, però, che ognuno dei personaggi sia così ombelicamente concentrato sui problemi che l’affliggono da non curarsi di ciò che accade fuori nel mondo (Mitchell lo fa solo incidentalmente nei suoi viaggi, ma viaggia come viaggiano tutti gli Americani…). Questi giovani appena usciti dall’università, poi, sezionano ogni sentimento e ogni situazione con rigore accademico (spietato, molto spesso), dimostrando la sterilità e la crudeltà di tante illusioni ed emozioni umane (fra filosofia e misticismo, anche qui ritorna la vocazione saggistica). Più si è culturalmente consapevoli della propria entrata nel mondo, sembra dirci Eugenides, più si soffre.

Paradossalmente ogni qual volta la trama si sofferma sui temi dell’amore e del matrimonio (pasticciato, improvvisato, sciagurato, premeditato al limite dell’ossessione), emerge ancora più chiaramente la solitudine di questi destini che si uniscono solo a patto di mettere assieme le rispettive idiosincrasie ma senza mai poter arrivare a una conciliazione positiva (“E a volte erano molto tristi”, recita il titolo della penultima parte). Eugenides ha il merito di mettere assieme tutte queste disperazioni in maniera impeccabile, spostandosi da un punto di vista all’altro e cucendo assieme salti temporali anche vistosi e a scatola cinese con rara maestria. La distanza temporale da cui narra, poi, gli consente l’uso di un’ironia potente e pervasiva, spesso compiaciuta, che è impietosa a sottolineare le bizzarrie degli atteggiamenti e delle pose degli individui, poi non tanto diversi da quelli che popolano i giorni d’oggi. In generale, si può dire che La trama del matrimonio sia un libro tecnicamente avvincente, ma non facilmente digeribile: c’è tutto un universo di insicurezza e sofferenza lì dentro, ci siamo dentro tutti noi, quando siamo stati (o ancora siamo) giovani, stupidi, pieni di noi, però mai così incerti e depressi. Tutti in cerca di un qualcosa, un matrimonio magari, che ci dia un briciolo di stabilità.

Da annotare infine che gli intenditori apprezzeranno il romanzo anche per un altro aspetto gustoso. Questi scrittori americani della generaizone "saggistica" - soprattutto Eugenides, Frazen, Wallace - hanno raggiunto il successo praticamente nello stesso periodo e nello stesso ambiente, New York: inevitabile dunque che fra loro sia nate relazioni di amicizia, spesso profonde e altrettanto spesso venate di ammirazione come di invidia.

Innegabile che Eugenides abbia voluto in questo romanzo rendere omaggio l’amico David Foster Wallace, morto suicida nel 2008, inserendo nei suoi protagonisti aspetti peculiari del compianto collega: Mitchell è tutto preso da una ricerca mistica e spirituale che lo porterà ad avvicinarsi al Cristianesimo; Leonard, invece, che assomiglia ancora di più allo scrittore, ha in comune con lui la depressione, la dipendenza da farmaci, l’abitudine di masticare tabacco, la predilezione per larghi maglioni di lana, i capelli portati lunghi e le bandane a raccoglierli. Sembra proprio un tributo speculare a Wallace, con una sola piccola eccezione finale. Perché si sa che i romanzi sono molto spesso più clementi della vita.


SAG Awards 2012

Scusate l'assenza di questi giorni ma sono volato con un transcontinetale Air Egypt a Los Angeles per i SAG Awards, i premi del sindacato americano dei lavoratori del cinema. Siccome da qui a febbraio ci aspettano anche i Bafta, i Grammy, gli Independent Spirit, i Razzie, i Lazzi, gli Estiquazzi ma soprattutto gli Oscar, mica mi posso giocare tutte le cartucce in anticipo.
Quindi vi propongo un'attentissima selezione di ciò che si è visto ieri sera sul tappeto rosso (dove per 'attentissima' leggi: le prime quattro foto a caso che m'hanno fatto rizzare il pelo). Da sinistra a destra: la bella Kaely Cuoco di "The Big Bang Theory" era arrivata col suo Romona Keveza bello normale ieri sera, ma da un pertugio deve essere saltata fuori Benedetta Parodi che l'ha messa a montare in un Kitchen Aid a spatole piatte ed il risultato è stato questa specie di Mont Blanc senza i marrons; un caso che secondo me dovrebbero studiare attentamente in America è la trasformazione di Nick Nolte da sex symbol anni '80 a alcolizzato in vena di prostitute, poi ad attore in cerca di nuova credibilità e infine di nuovo a barbone che si presenta a uno show dopo aver raccattato lo smoking dal cassonetto di Mike Tyson; ieri, poi, ad Emily Blunt avevano detto che avrebbe dovuto fare da madrina al convegno leghista di Cesano Boscone in cui si sarebbe sancita definitivamente la pace fra Bossi e Maroni, per questo ha scelto un adeguato Oscar de la Renta dopo essersi imparata a memoria tutte le fascette del Pantone sul colore verde e aver ovviamente fatto ricadere la scelta sulla tonalità più improbabile; e, infine, dopo la serata di ieri è giunto il triste annuncio che gli stilisti di Badgley Mischka, dopo 23 anni di onorata carriera, lasceranno il mondo della moda: dopo aver fasciato Melissa McCarthy (ve la ricordate in "Una mamma per amica"?) in quella tunica blu formato famiglia hanno deciso che il loro contributo al mondo della moda poteva considerarsi esaurito (ieri sera vestivano anche questa, per dire: http://www.huffingtonpost.com/2012/01/29/sag-awards-2012-red-carpet_n_1240651.html#s647975&title=Amber_Riley_in ), e anche le loro vertebre cervicali.
Io ve lo dico, se queste sono le anticipazioni di ciò che accadrà agli Oscar, ne vedremo delle belle.


lunedì 16 gennaio 2012

Golden Globes 2012

Il commento al red carpet dei Golden Globe Awards, tenutisi ieri a Los Angeles. Qui la fotogallery di riferimento.

Benvenuti sul TAPPETO ROSSO DEI GOLDEN GLOBE AWARDS 2012, dove tutti quanti noi possiamo sentirci delle star e fare quello che fanno le star: cioè parlare solo di marche di vestiti, sparlare di altre star e bere alle 10 del mattino (al bere dovete pensarci voi, per il resto eccomi qui).
Tralascerò qualche squinzia scononosciuta dai vestiti più improbabili dei loro nomi, quindi saltate qualche foto: cominciamo subito con la coppia più eccentrica di Hollywood, Angelina Jolie con un Versace elegantissimo, peccato che sia stata pugnalata a una spalla, e Brad Pitt (in Ferragamo) che cammina col bastone in conseguenza al fatto che, avendo rifiutato di adottare il quindicesimo bimbo indocinese, la Jolie l'ha buttato giù per le scale (vedere espressione di lei); Charlize Theron fa sempre la sua porca figura in Dior Couture, ma dovrebbe smetterla di permettere a Suri Cruise di fargli il taglia e incolla sui vestiti; Michelle Williams non s'è più ripresa voi sapete da cosa, e quindi soprassediamo sul suo vestito a stampa di leopardo dei Puffi; Emma Stone ha un'espressione così incazzata perché ha appena scoperto che la moglie dell'assistente alle luci usa un Lanvin tanto cheap quanto il suo per lavare le finestre; Kate Winslet dovrebbe anche piantarla di vestirsi come una suora laica, lo capiamo lo stesso da soli che ha 50 anni e cerca di darsi un tono; menzione d'odio speciale per Lea Michele di Glee, che si crede la più figa del mondo solo perché ha delle piante messe a casaccio a coprire le zinne e in bocca ha ottantaquattro denti invece di trentadue e tiene a mostrarceli uno per uno ogni volta; qualcuno spieghi a Nicole Kidman che se lei è già così pallida di suo che riflette la luce del Sole manco fosse la Luna, non può mettersi un Versace più bianco di lei, sta scritto nell'ABC dello stile delle Giovani Marmotte voglio dire; Zooey Deschanel credeva di essere stata invitata, in ritardo, all'anteprima di Tron Legacy e quindi si è messa un videogioco sul vestito, mentre Evan Rachel Woods è riuscita ad accaparrarsi l'unico Gucci imbastito squoiando un pavone, bel coraggio; perdonate Juliana Margulies, che stava andando alla sua lezione di pilates in un sobrio abito in microfibra elasticizzato e anche Tina Fey che a una festa doveva uscire dalla bomboniera regalo ma poi non è più riuscita a staccarsene; Mark Wahlberg ci ha ascoltato e si è messo un po' a dieta, ma ha ancora un problema con i barattoloni formato famiglia della Nutella; scopriamo stasera che Natalie Portman ha lo stesso problema di Wynona Ryder o come diavolo si scrive, insomma ha tentato di portarsi via il letto a baldacchino dell'hotel nascondendolo sotto la gonna (e altra regola dell'ABC delle Giovani Marmotte: se sei appena diventata mamma eviti di vestirti di rosa shocking); Julianne Moore è bellissima in uno Chanel audace anche se un po' incomprensibile (vedi, Nicole, la cosa che dicevo sulle pallide?); Jessica Alba potrebbe mettersi anche la divisa di Barbie Operaia Metalmeccanica e nemmeno un cieco potrebbe mai criticarla, credo io; Jessica Biel è appena uscita dal set della Sposa Cadavere, non ha nemmeno avuto il tempo di togliersi l'abito di scena, mentre Leo di Caprio questa sera non è potuto venire e ha mandato la sua statua di cera del Madame Tussauds; ipnotizzato dal labirintico corpetto di quella immigrata clandestina di Salma Hayeck, quasi quasi mi perdevo la gnoccolona da sbarco in Normandia Kate Beckinsale, da urlo in credo l'unico vestito decente mai disegnato da Roberto Cavalli; peccato che poi c'abbia pensato Madonna a rovinare la festa (Dio mi perdoni per ciò che sto per dire), perché aveva mangiato troppi spinaci la sera prima e se li è vomitati tutti sul suo già discutibile Reem Acra; io credo che Tilda Swinton (in un Ackermann carta di zucchero) sia fra le creature androgine più favolose al mondo, e ve lo dice uno che ha visto Cristiano Malgioglio da vicino, per cui...; devo fare l'ennesima battuta su quanto poco ci azzecchi George Clooney con la wrestler Stacy Keibler, perché lui dal mondo del wrestling avrebbe preferito prendersi uno tipo John Cena, o posso soprassedere?; l'unica ragione per cui Sarah Michelle Gellar possa essersi scelta un abito così osceno da sembrare il desktop di un Windows 98 con lo schermo rotto è che non si sia ancora ripresa da tutte le botte in testa che prendeva quando faceva Buffy, è l'unica spiegazione, davvero; in Monique Lhuillier anche Debra Messing, ancora favolosa ad anni di distanza da Will&Grace, ma non sono oggettivo, scusatemi; ecco, una tipa come Kyle Richards, con quelle due belle spalle da marinaio adetto allo scarico dei container, sarebbe perfetta come nuova fidanzata-copertura di Clooney, adesso gli mando un sms; il nostro giro si conclude con la nonna di Kelly Osbourne (in Zac Posen) beccata a vagolare per il red carpet alla ricerca della nipote a cui ancora doveva finire di rinfacciare il suo passato improponibile. Qui non c'è, ma se riuscite recuperate la foto di Viggo Mortensen, che, per solidarizzare con i dipendenti colpiti dai tagli di Trenitalia, si è vestito con un controllore dell'Eurostar e andava in giro a timbrare biglietti sul tappeto rosso (e Nicole Ritchie non l'aveva nemmeno obliterato).
In generale 'sti quattro straccioni di Hollywood poteva impegnarsi un po' di più, ma sapete che c'è la crisi e poi Rachel Zoe ha avuto un figlio e non è più quella di prima. Però è certo, Golden Globes significa apertura dell'Awards Season, e di conseguenza una cosa sola: tanti tappeti
rossi in arrivo. Io vi ho avvertito.

domenica 15 gennaio 2012

Shame on us

Shame è un film che racconta la spirale autodistruttiva della dipendenza sessuale. Esplicito fin quanto serve e suggestivo in ciò che lascia invece ad intendere, l'opera di Steve McQueen turba per la sua vena così profondamente umana e comune: apparentemente continuando a vivere la vita di sempre, Brandon (un Michael Fassbender dall'interpretazione statuaria e intensa), il protagonista, nasconde una compulsione che lo aliena dal mondo e dai sentimenti: il sesso, di qualsiasi tipo (soprattutto se virtuale o a pagamento), è per lui è una ragione di vita. Sarà la sorella, con la sua visita inaspettata e la sua complessità irrisolta, a rompere questo equilibrio folle e a far precipitare la disperazione della mania del protagonista.
La vergogna del titolo è, per me, proprio quella che potremmo provare ogni giorno tutti quanti, se ci mettessimo con onestà a osservare le nostre abitudini ossessive. Ma, come nel film, questo succede solo quando la tragedia ci mette faccia a faccia con la perversione malata ma autoaccettata della nostra vita, qualsiasi essa sia. Inquieto e inquietante, eccessivo, provocatorio e allucinato, Shame ci fa capire come siamo sempre pronti a biasimare gli altri piuttosto di riconoscere il demone che ci ossessiona. E non è un caso che la dipendenza più peculiare dei giorni nostri sia proprio quella sessuale, con la moltiplicazione dei mezzi che ce la propongono sfacciatamente anche nelle situazioni più quotidiane.
Anche la scelta degli attori (Fassbender in testa) è fatta secondo un criterio di estetica piacente ma normale, non plasticata e stereotipata, ma morbida e familiare. Per questa e altre ragioni, in qualche modo questo di McQueen è un film subdolo, con le sue scelte registiche mai banali e nessuna - proprio nessuna - successione scontata: è subdolo perché sembra che parli di qualcosa di completamente eccessivo, di completamente distante, e invece parla del buoi profondo dentro ognuno di noi.