martedì 22 maggio 2012

Il romanzo è morto, e nemmeno io mi sento tanto bene

Ho scritto questi due o tre sproloqui sulla morte del romanzo per il nuovo numero di Cabaret Voltaire.


Già negli anni Dieci del Novecento il romanzo non si sentiva tanto bene: il modernismo aveva ben pensato di tagliuzzarlo, frammentarlo, moltiplicarlo, sperimentarlo, e molto spesso non concluderlo. Ma lui era lì, un po’ acciaccato ma che si difendeva, aveva ormai vinto la sua centenaria battaglia con la sorellastra, la poesia, che avrebbe prodotto ancora qualche slancio di orgoglio e poi si sarebbe definitivamente arresa.
Poi sono passati un po’ di anni, è venuta la guerra, il postmodernismo (ma oggi è finito anche quello, dicono), il Sessantotto, quei mattacchioni dei decostruzionisti. In poco tempo si decise che: erano morte le certezze. Era morta la verità. Era morto anche l’autore. Praticamente il romanzo ha pensato bene di mettersi in coma.
E guardandosi bene attorno, oggi, vien da dire che molto probabilmente, nel frattempo è passato a miglior vita. Pensateci bene: pensate all’ultimo bel romanzo che avete letto di recente. E quando dico romanzo, voglio dire romanzo, un po’ all’ottocentesca: grande intreccio, personaggi profondi e in evoluzione, strutturazione complessa di spazio e tempo ecc. Per carità, non vuol mica dire che tutti i libri devono assomigliare ai Promessi sposi, a Tempi difficili, a Il conte di Montecristo per essere romanzi, anzi. Però quella dimensione romanzesca lì, della struttura ampia, del grande respiro, è andata perduta.
Un po’ è stato anche per l’avvento della letteratura di genere (Trivialliteratur, dicono quelli che se la tirano sapendo il tedesco): i gialli hanno un successione prestabilita e prevedibile; i romanzi rosa sono talmente intorcolati e inverosimili da dimenticarsi a volte della coerenza dell’intreccio; i thriller e i noir possono limitarsi a seguire il modello di James Bond; la letteratura comica non ha bisogno nemmeno di fare i conti con le convenzioni letterarie.
Ma allora cosa resta? In realtà qualche tentativo di romanzo in quanto tale si continua a fare: la situazione, in Italia ad esempio, mostra che questa struttura fluida di racconto delle storie e della vita si è adattata ancora una volta, mutando proteicamente in una forma ancora nuova. Veloce e baluginante è la realtà, veloce e baluginante sono i romanzi: storie essenziali e suggestive, capitoli brevi e brevissimi, molte sospensioni e ellissi, molti dialoghi (o pochissimi, ma senza vie di mezzo), una narrazione che procede per immagini più che per descrizioni e relazioni di fatti ecc. Diciamo tutto come in Baricco.
Anche una delle opere più belle dell’anno scorso, La vita accanto di Mariapia Veladiano rispetta questo nuova modalità romanzesca: lì sono le suggestioni, gli odori perfino, le immagini pitturate con maestria a dare il senso di una vera letteratura.
Quest’anno si è parlato molto de Il bambino indaco di Marco Franzoso: un’altra storia avvincente e di grande impatto (quasi violento) sul lettore è trattata per flash, più per cose ed emozioni suggerite col non detto che per il detto. Alla fine è un libro interessante e anche insolito, però si rimane come in attesa di un’apertura, di qualcosa di più grande e imponente e velato.
Un tentativo di rappel à l’ordre l’aveva provato, sempre l’anno scorso, Alessandro Mari con Troppa umana speranza: però lì l’ambientazione ottocentesca, l’impalcatura obsoleta da romanzo storico e alcuni problemi linguistici (se n’è accorto anche qualche storico della lingua), avevano minato fortemente il risultato.
Gli unici che forse fanno ancora romanzi nel senso profondo del termine sono gli americani, come avrà notato chi ha letto l’ultimo Franzen o l’ultimo Eugenides. Ma quelli nei libri ci mettono dentro interi universi, l’intera America quasi, e quindi ancora una volta la definizione di romanzo sta stretta.
In realtà bisognerebbe anche rassegnarsi: il romanzo come lo conoscevamo, per la sua stessa natura di essere un genere non codificato rigidamente, ha subito evoluzioni tali da modificare la sua stessa natura. Ora siamo di fronte a nuove forme di espressione narrativa, e forse anche ad una fase in cui interrogarsi sull’etichetta da dare ai libri ha un senso solo relativo. Meglio interrogarsi su cosa sia buona letteratura, e basta.
Piuttosto sarebbe interessante vedere come anche in Italia stia trovando una vitalità nuova la forma del racconto, qui sempre bistrattata. Però poi c’è sempre qualche critico letterario su un grande giornale che paragona l’ultima fatica di Ligabue a Raymond Carver, e allora lì ti metti a sperare che non sia solo il romanzo l’unico ad andare incontro a una fine indecorosa.

venerdì 18 maggio 2012

Unreal city: la città dei morti di Eliot da Dante al graphic novel

Questo mio intervento è nato in occasione della giornata di studi conclusiva del corso di Letteratura inglese 2011-2012 dei prof. Giovanni Cianci, Caroline Patey e dott. John Young dell'Università di Milano, dal titolo Shakespeare, Rebecca West & T.S. Eliot in words, music, film and pictures.


Negli ultimi decenni dell’Ottocento e nei primi del Novecento, le grandi città europee subiscono cambiamenti e innovazioni che ne mutano, per non dire stravolgono, indelebilmente l’aspetto e l’impatto sulla mentalità comune. E più crescono le città, paradossalmente, e più l’uomo si fa piccolo, insicuro, svuotato. È soprattutto la letteratura modernista a farsi portavoce di questi nuovi sentimenti, complessi e spesso contraddittori, ma sempre dominati da un sentore di tragedia e ineluttabilità, connessi alla metropoli moderna.
Fra i testimoni più noti di questo sgomento modernista c’è sicuramente il poeta T.S. Eliot e lo è diventato in particolare per il celeberrimo passo in cui, nella prima parte del suo poemetto The Waste Land, “The Burial of the Dead”, ci descrive quella che lui chiama la “unreal city”. Il poema è stato composto fra il 1919 e il 1921, poi pubblicato nel 1922, e dunque ben ci descrive il sentimento di una generazione che non solo deve affrontare i tumultuosi mutamenti della vita urbana portati dalla modernità di masso, ma lo deve fare anche in un momento storico, quello del primo dopoguerra, di grandi sconvolgimenti e insicurezze.
(continua a leggere qui)

mercoledì 16 maggio 2012

Quello che ho visto

Ho rivisto, in fretta e su internet, le prime due puntate di Quello che (non) ho, programma-evento di Fazio e Saviano su La7, la cui ultima parte va in onda stasera. Volevo scriverne una cosa lunga ma poi mi annoiavo da solo, quindi dirò un paio di cose brevi.
Innanzitutto che Quello che (non) ho è fondamentalmente un programma nato vecchio. Nel senso che non solo è praticamente la riproposizione di Vieni via con me, fatto dalla stessa coppia l'anno scorso su Raitre, ma è anche il trasferimento del "clan" di Fazio (Littizetto, Gramellini, Paolo Rossi, perfino il regista Forzano) da Che tempo che fa a La7. Ma non è detto che essere vecchio sia necessariamente un difetto: anzi, questo tipo di programma dallo stampo teatrale (anche questo elemento di non novità) gli permette di essere spesso poetico, lento e ragionato. Però più che della qualità - pur elevata - del programma in sé, ci racconta della stanchezza e della crisi del sistema televisivo italiano in generale.
D'altro canto è veramente un programma che si basa sull'eccellenza, e di ospiti che rappresentano l'eccellenza si nutre: da Favino a Erri de Luca, da Pupi Avati a Vinicio Capossela, da Elio Germano a Elisa, da Guccini a Ettore Scola. Senza considerare poi che è un programma che si basa sulle parole, che le parole le spiega e le rispetta, che ragiona su di esse e con esse. E momenti di così alta televisione si vedono raramente in giro, eppure l'impressione generale è anche del tipo "guardate che bella famiglia siamo, guardate quanto siamo bravi, quanti amici interessanti e talentuosi abbiamo, guardate come vi elargiamo cultura e poesia". È solo un'impressione, appunto, ma la sindrome da torre d'avorio è dietro l'angolo. Noi siamo spettatori, e quello rimaniamo, anche con una leggera sensazione di impotenza addosso. Quasi ci sia più esposizione che costruzione.
Infine mi ha colpito molto leggere i commenti su Twitter lunedì sera, che sostanzialmente storcevano il naso per l'esordio: Twitter è così, è un grande calderone di opinioni, che sono però - coi giusti following - un calderone selezionato e attento, molto spesso spietato e mai compiacente. Sostanzialmente i tweet stroncavano Quello che (non) ho, soprattutto riguardo alla figura di Saviano, e si sa quanto sia stato difficile finora togliersi dal coro di lodi che ricoprivano lo scrittore. Il fatto è che Fazio e Saviano, e soprattutto Saviano appunto, sono allo stesso tempo il pregio e valore aggiunto del programma (non ascolteremmo mai una sequela di monologhi se non ci fossero loro a garantirci un imprimatur di qualità e coerenza), ma anche la pesantezza iconica e ingrombrante dello stesso. Saviano, da più parti definito ormai una "rockstar" con tanto di fan esultanti al seguito, è imprigionato, oltre che dalla scorta, anche dalla sua figura di oppositore alla mafia, di oratore impegnato, quando invece lui stesso - e il programma qui lo dimostra - vorrebbe togliersi questa corazza di dosso e darsi alla leggerezza. Perché è un programma fondamentalmente chic, Quello che (non) ho, anche se avrebbe velleità e potenzialità pop. Manca quasi una medietà calviniana, nel saper coniugare pesantezza e leggerezza, e questo si avverte. 
Ma Quello che (non) ho è comunque una rarità preziosa, una pietra scheggiata ma inestimabile di questi tempi. E giustamente chi possiede questa pietra ne fa sfoggio e concede agli altri di vederla per un po'.


martedì 15 maggio 2012

Un giorno a M.A.C.A.O.

Macao è un laboratorio di sperimentazione culturale, artistica e intellettuale di natura partecipativa e democratica. É salito alla ribalta della cronaca quando, lo scorso 5 maggio, un gruppo di volenterosi ha occupato la Torre Galfa, un enorme grattacielo poco distante dalla Stazione Centrale a Milano, di proprietà della Sai di Ligresti ma da anni abbandonato a se stesso in piena città. I ragazzi e le ragazze di Macao se ne sono riappropriati simbolicamente, anche come segno di una nuova volontà giovane e spontanea di sovvertire gli effetti più immobilizzanti del sistema capitalistico per generare energia creativa, quasi fosse una specie di Occupy del mondo culturale. Nei giorni scorsi sono arrivate le adesioni di molti personaggi pubblici, fra cui Dario Fo, Afterhours, Wu Ming, Daria Bignardi e altri.
Oggi però, dopo dieci giorni di laboratori, dibattiti, concerti e attività condivise, è stato ordinato lo sgombero e Ligresti ha pure minacciato querela per coloro che sono stati identificati. Ma quelli di Macao, fieri e un po' incoscienti, non si sono arresi e hanno trasformato l'occupazione verticale del grattacielo in occupazione estesa dello piazzo antistante, con buona complicità del benzinaio di fronte che ha pure fornito l'elettricità. Sono continuate per tutta la giornata le attività, i banchetti di studio, le performance (tre ragazze si sono stese a terra come cadaveri per simulare l'omicidio di idea, arte e creatività), perfino la distribuzione di granite, ma soprattutto l'assemblea pubblica, partecipata libera e condivisa. 
Gli organizzatori e chi interveniva dal pubblico gremito sottolineavano come il progetto di Macao ha ridato speranza riguardo non solo alla cultura, ma anche rispetto ai temi della gestione degli spazi urbani, della collettività giovanile e anche della partecipazione diretta alla democrazia; si è ribadito che quello non è stata solo una occupazione ma anche un nuovo mondo di prendere posizione e di agire nei confronti della città, di imporre la volontà dei molti contro la prevaricazione dei molti. "Che cos'è un grattacielo occupato di fronte a un grattacielo in costruzione?", ricorda  uno dei partecipanti al dibattito alludendo ai palazzi in costruzione per l'Expo di lì a pochi metri ma anche alla potenza eversiva di un'occupazione come quella di Macao: "Macao è come una cesta di semi, e le forze dell'ordine rovesciandolo non hanno fatto altro che spandere ancora più ad ampio raggio questi semi". Qui si citando Platone, Brecht, Brodillard. Tutti sono riuniti nella convinzione di aver qualcosa da dire e, constatando l'impossibilità di farlo attraverso i mezzi tradizionali, di avere il diritto di ricavarseli da soli quei mezzi. Non si vuol sentire parlare di soldi, qui in piazza, perché è proprio una gestione capitalistica della cultura, che è "artigianato e non industria" ricordano gli organizzatori, che si vuole contestare con questo atto simbolicamente eversivo, eppure straordinariamente pacifico.
Nel pomeriggio si attendeva poi l'intervento del sindaco Pisapia, accusato da più parti di aver atteso troppo a lungo prima di cercare una soluzione, che poi è stata quella sbagliata. Pisapia, ben conscio del fatto che molte delle componenti in piazza oggi fossero fra quelle che lo scorso maggio hanno contribuito alla sua vittoria dal basso, si è presentato poco prima delle sette e per un po' ha ascoltato lo svolgimento dell'assemblea. È stato annunciato con un semplice "e ora la parola a Giuliano": pur riconoscendo che il movimento di Macao è una ricchezza per aver sollevato questioni importanti per un rinnovamento della città che vuole
perseguire lui stesso, Pisapia ha ammesso francamente l'impossibilità di ritornare alla soluzione della Torre Galfa, però comunincando la decisione della Giunta di assegnare a quel movimento e ad altre associazioni che lo volesso sfruttare gli spazi dell'ex Ansaldo, disponibili fra poche settimane. Pisapia ha poi anche ringraziato i partecipanti a Macao per "averlo tirato per la giacchetta", come aveva invitato lui stesso a fare ai cittadini che gremivano Piazza Duomo la sera della sua elezione.
Il pubblico di Macao ha assistito speranzoso ma anche un po' scettico, sollevato da un sindaco che si mescola a loro per discutere del problema ma anche in qualche modo avvilito dal fatto che si debba ancora una volta temporeggiare. Perché Macao è stato un fenomeno che ha voluto bruciare le tappe e, ribollendo di energia, ha continuato e continua a lavorare irrefrenabile contro le lungaggini di un sistema culturale che più che produrre prospettive, prospetta intoppi e pastoie. I responsabili ci tengono a precisare che "nessun bando avrebbe potuto generare tutto questo".
C'è un bel pezzo di mondo oggi in via Fara, di fronte alla Galfa: i soliti giovani un po' alternativi e un po' fattoni che ti aspetteresti, ma anche tanti studenti diversi fra loro, gente un po' più matura (compresa una signora altera con elmetto da lavoro in testa e walkman da antiquariato alle orecchie), padri con figli appresso, fotografi e giornalisti, anziani che volantinavano per altre cause. Tutto un mondo che si muove, che cerca di riappropriarsi di spazi che nella vita quotidiana uno dà per scontato gli siano preclusi. 
Ora non si sa cosa farà Macao, se accetterà i nuovi spazi o si evolverà in qualcosa di diverso: di sicuro l'assemblea pubblica continuerà in piazza (coi generatori, perché nel frattempo il benzinaio ha chiuso) questa sera, per tutta la notte e poi anche domani mattina. Poi si sta costituendo un'associazione che dia uno statuto giuridico al movimento. In ogni caso, nonostante lo sgombero, questa è stata una giornata da ricordare per Macao, che é divenuto grazie all'apertura alla piazza qualcosa se possibile di ancora più grande e inaspettato. Come le vere opere d'arte che colpiscono tutti.

p.s. Nel frattempo potete aiutare Macao firmando l'appello su macao.mi.it/appello.

lunedì 14 maggio 2012

La paura non esiste, il coraggio di cambiare sì

Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Tiziano Ferro all'Arena di Verona, ultima di tre date tutte esaurite. Sì, lo so, adesso vi scorticherete il cuoio capelluto dallo schifo, vi si strapperanno le mutande dalla derisione, vi lancerete nel caminetto per l'indignazione. Però Tiziano Ferro è bravo: ha tenuto per due ore di concerto una voce impeccabile,  si muove bene, parla poco e canta tanto, quando parla lo fa per ringraziare con un'umiltà che a un certo punto sembra quasi incredibile, oppure per ricordare di donare il sangue mettendosi in contatto coi volontari dell'Airc. E questo dettaglio è, secondo me, fondamentale: perché a quanto mi risulta un po' dovunque gli omosessuali, anche se in relazioni monogamiche durature, non possono donare il sangue. Quindi questo è un dettaglio che racconta di generosità, una generosità che nasce dall'esclusione.
E Tiziano Ferro è bravo anche perché ha sempre raccontato con grande franchezza dei suoi conflitti interiori (e qui non sto parlando di identità sessuale, ma di qualcosa di più ampio): riascoltando le canzoni anche più mainstream ("Xverso", "Le cose che non dici", "La paura non esiste"), questo dissidio percorre tutti i testi in modo nemmeno così sottile. I suoi brani, a parte la patina pop facile e orecchiabile, un po' sorniona, sono quasi sempre poco banali, ricercati, molto vissuti e poetici: non ci sono mai lezioni nei suoi testi, ma analisi di sentimenti e di brandelli di vita.
Ferro è ancora più bravo perché questo dissidio in qualche modo l'ha vinto: ne ha sempre parlato con allusioni intense e coraggiose, l'ha affrontato, l'ha reso poesia e ha così conquistato migliaia di fan. Ha sempre fatto leva sul suo talento (che è stato la sua salvezza, anche), si è salvato dalle tenebre senza vergognarsene (tenendo un segreto, ma alla fine assumendosene la responsabilità con coraggio), e condivide questo dissidio sul palco col suo pubblico, mentre dimostra sempre grande normalità, grande umiltà: ringrazia sempre, ricorda spesso i musicisti sul palco con lui, non canta quasi mai al centro del palco ma sempre un po' defilato.
Dicevamo dell'esclusione, prima. Ferro l'ha trasformata in inclusione, e condivisione. Ecco forse perché il suo pubblico è così eterogeneo: è facile un po' per chiunque identificare in quel ragazzo obeso che non accettava se stesso che ha saputo cantare virtuosamente fino a trasformarsi in una superstar acclamata in mezzo mondo, un proprio disagio che si avrebbe sempre voluto trasformare in energia positiva. E cos'è un concerto - all'Arena, poi - se non energia positiva pura che si scatena.














p.s. Comunque non preoccupatevi, i difetti ce li ha anche Tiziano Ferro: il momento un po' swing con "Tvm", "Quiero vivir con vos" e "L'olimpiade" non era del tutto convincente, e non parliamo di quando si concia da rapper per riproporre "Perdono". Ma l'imperfezione (limitatissima, in questo caso) fa sempre parte del discorso che ho fatto finora.

domenica 6 maggio 2012

La vita, un giorno

Ieri sera ho visto Life in a Day, ambizioso e suggestivo film nato da un progetto di YouTube (si può guardare intergralmente ), che ha chiesto ai suoi utenti di postare un video che raccontasse una loro giornata tipo dall'inizio alla fine, rispondendo nel frattempo alle domande "Cosa ami?", "Cos'hai nelle tasche?", "Di che cosa hai paura?". Tutti dovevano raccontare lo stesso giorno: il 24 luglio 2010. Sono arrivati da tutto il mondo 80mila video e 4500 ore di immagini, di cui i produttori Tony e Ridley Scott e il regista Kevin MacDonald hanno selezionato circa un'ora e mezza di materiale. Il risultato è a dir poco sorprendente: catturando frammenti di esistenza da un capo all'altro del mondo, mettendo a confronto stili di vita e situazioni le più disparate, il film è proprio un mosaico (ovviamente parziale, ovviamente imperfetto, ma già grandemente molteplice) della vita umana.
Risvegli, colazioni, malattie, nascite, viaggi, animali, sorrisi, lacrime, amori, delusioni, rabbie, povertà, gioie, riscatti, perdizioni, emozioni, speranze, insicurezze, fanatismi, fantasmi, follie: la sensazione è che in questo film ci sia dentro proprio la vita, la sua complessità, le sue contraddizioni; se ne vede il fluire, dalle prime luci dell'alba al ritorno delle tenebre, il suo scorrere fra momenti semplici e apparentemente insignificanti e quelli invece più indimenticabili e significativi. Fra le storie che restano più impresse ci sono quella del ciclista coreano che ha girato nove anni il mondo per diffondere il suo messaggio di pace e riunificazione (è stato investito sei volte, e crede che gli automobilisti siano un po' dovunque nel mondo "un po' incauti"); la madre operata di cancro, con profonde ferite postoperatorie, che cerca di tranquillizzare il figlio, col marito che ammette di essere "fearless", dopo la malattia della moglie;
Un montaggio serrato e parallelo e una colonna sonora delicata contribuiscono a un effetto di grande omogeneità: pur accostando persone lontanissime fra loro, geograficamente e socialmente, il film mostra come tutte le giornate, pur essendo diverse fra loro, si assomiglino un po' tutte, e anche le vite - con i loro momenti belli e brutti, banali e incredibili - siano molto simili fra loro. Ciò non toglie nulla alla loro bellezza e unicità, comunque, e come dimostra il messaggio finale di una ragazza americana, ogni parte, ogni giornata di una vita, anche se in essa non succede nulla di straordinario in sé, dimostra comunque una straordinarietà intrinseca e irrinunciabile.
La vita è così, in effetti: fatta di momenti, di istanti, di gesti piccoli e grandi, di persone che conosciamo o con cui ci scontriamo, di attimi che vogliamo ricordare (o dimenticare, esorcizzare), filmare, condividere, di una vitalità che non possiamo negare e che in qualche modo ci accomuna tutti, nonostante differenze di luoghi, abitudini e condizioni sociali. È soprattutto nelle paure, nelle paure che tutti prima o poi abbiamo il coraggio di manifestare, che si vede questa somiglianza universale.
La vita passa, per tutti, eppure tutti queste persone che hanno condiviso le loro 24 ore, in qualche modo l'hanno immortalata, e sopravviveranno in questa testimonianza quasi una. Il mondo racchiuso in un giorno, un giorno racchiuso in una vita.


sabato 5 maggio 2012

Pop Jam/1: Coldplay e Rihanna, Marina and the Diamonds, Kylie, Lady Gaga, Justin Bieber

 >  È uscito negli Usa in febbraio, ma in Europa si sta facendo sentire solo dallo scorso mese il quarto singolo dell'ultimo album dei Coldplay, "Princess of China", a mio parere la migliore traccia del disco dopo "Paradise" e "Up in Flames". Il brano è una collaborazione con Rihanna e ancora non è stato prodotto nessun video ufficiale (ci sarà alla fine di maggio, pare). Intanto su TouTube girano le screen projections usata dalla band durante la leg americana del loro Mylo Xyloto Tour (qui in Italia arriveranno, a Torino, il 24 maggio, ma è già tutto esaurito), in cui si vede Rihanna agghindata da "gangsta gesha", con braccia che le si moltiplicano attorno da ogni parte.



 >  Un po' a sorpresa (mia), sta uscendo il nuovo album di Marina and The Diamonds, artista gallese dalla voce assolutamente peculiare che fu una delle rivelazioni più interessanti dell'estate di due anni fa con l'album The Family Jewels (da recuperare: "Oh No!" e "Hollywood"). Ora torna con un nuovo disco, Electra Heart, prodotto fra gli altri da Greg Kurstin (il musicista dietro agli ultimi album di Lily Allen e Katie Melua) e Stargate (il team che ha prodotto successi come "S&M" di Rihanna e "Beautiful Liar" di Beyoncé e Shakira), dalla forte impronta femminile e femminista e una imagery che è un mix, per stessa ammissione dell'artista, fra Marylin, Madonna e Maria Antonietta. "Primadonna" è il singolo di debutto.



 >  È un grande anno per Kylie Minogue: il suo debutto musicale infatti fu, con "Locomotion", nel 1987 e nel 2012 sta dunque celebrando i 25 anni di carriera discografica. Dopo aver regalato ai fan sette date esclusive del cosiddetto Antitour (concerti in piccole location in cui eseguiva solo b-sides, rarità o pezzi mai fatti prima dal vivo), la cantante australiana si appresta a una doppia release nei prossimi mesi: a maggio pare uscirà una raccolta dei suoi successi riarrangiati in chiave orchestrale e registrati negli storici Abbey Road Studios di Londra; in giugno, invece, sarà la volta di un greatest hits classico, con 21 brani che ripercorrono la sua storia musicale (fra cui 5 numeri uno in Uk). Nel frattempo sta preparando anche molti eventi live: in luglio dovrebbe partecipare al grande concerto commemorativo organizzato da Stock, Aitken and Waterman, fra i più grandi produttori inglesi degli anni '80; il 18 settembre, invece, sarà ad Hyde Park ad esibirsi con la BBC Orchestra nella cornice dei raffinati Proms in the Park della Royal Albert Hall; infine, le è stato recentemente affidata l'organizzazione dello spettacolo del veglione di Capodanno di Sydney. E non parliamo del nuovo album in studio, previsto per i primi mesi dell'anno prossimo. La storia continua...















 >  Non so se qualcuno ha provato ad acquistare i biglietti per il concerto di Lady Gaga, che arriverà in Italia il 4 ottobre. Beh, su internet dopo 15 minuti i biglietti erano già esauriti. Informatomi meglio, ho anche scoperto che nei negozi autorizzati quei biglietti non sono mai praticamente arrivati, in quanto durante la settimana di prelazione (cioè il periodo in cui addetti ai lavori e affini hanno la possibilità di prenotare biglietti in anticipo rispetto alla release pubblica) aveva già fatto incetta di una quantità esorbitante di entrate. Non resta dunque che sperare nell'aggiunta di nuove date o... nella fortuna dei bagarini. Nel frattempo il Born This Way Ball Tour è partito in Estremo Oriente, con prime date a Seoul e Hong Kong: dicono che la cantante faccia cose turche, dal sedersi su un divano di carne al farsi appendere a ganci da macellaio (in Corea lo show è stato vietato ai minori). Il palco è dotato di una scenografia che ricorda un castello e anche di un "pozzo", in cui i fan che sono arrivati per primi (o hanno preso i biglietti più costosi) possono godere di uno spettacolo ravvicinato: ogni sera il Monster Pit, questo è il nome della zona, è aperto dal primo fan in coda ad aspettare l'entrata, con una chiave che lo stesso fan dovrà poi firmare e riconsegnare a Gaga che lo terrà in ricordo. Cosa non farebbe per i suoi little monsters...












 >  Ultimo appunto, una nota dolente: sta per uscire il nuovo disco di Justin Bieber, si chiamerà Believe. Credeteci o meno, io vi ho avvertito.

martedì 1 maggio 2012

Stuff i've been reading/5


David Leavitt, La lingua perduta delle gru, Mondadori
Uscito alla fine degli anni Novanta, questo libro, assieme al suo autore, divenne praticamente di culto. Più per immedesimazione di un certo pubblico di lettori, credo io, che per effettivi meriti letterari dell'opera. Ambientato in una New York insolitamente poco ospitale, il romanzo racconta la storia di Philip, giovane omosessuale dalle grandi incertezze emotive, e dell'universo di personaggi più o meno repressi che gli ruotano attorno: sono soprattutto il padre, anche lui omosessuale ma in the closet e con un sacco di segreti accumulati negli anni, e la madre, frustrata da un matrimonio ormai fasulla e dall'insicurezza incombente sul suo futuro, a catturare l'attenzione del narratore e dei lettori. Un'attenzione che sfocia ogni tanto nel fastidio, perché tutti i personaggi, concentrati come sono nei loro dissidi interiori, vengono rappresentati anche nella paralisi paurosa della loro condizione. La storia va avanti a fatica in una successione quasi forzata di insuccessi e delusioni, per non parlare delle frustrazioni: inutile dire che tutto si conclude con un finale sospeso, in cui tutti i protagonisti si trovano davanti alle questioni più cruciali della loro esistenza, senza che a noi venga dato il minimo indizio su come (e se) le risolveranno. Anche lo stile è talvolta banalmente trascurato (e si ha il forte dubbio che non sia gran colpa della traduzione). Appunto, l'unica forza del libro sta nel documentare un periodo storico e un ambiente preciso dell'omosessualità newyorkese anni '90 ancora sospeso fra ambiguità, promiscuità e repressione. E in certi casi ci si domanda se qualcosa sia veramente cambiato.

Jan-Philipp Sendker, L'arte di ascoltare i battiti del cuore, Beat-Neri Pozza
A volte ci diamo tali arie da critici intellettuali che facciamo di tutta un'erba un fascio, e quindi anche tutti i romanzi sentimentali vengono bollati aprioristicamente come banali o mediocri. Questo romanzo di Sendker, pur nella sua semplicità e nonostante qualche tic linguistico forse troppo abusato (la prima parte è piena di insopportabili quanto numerosissime domande retoriche che la protagonista rivolge a se stessa), ha il pregio di raccontare con grande trasporto una storia d'amore e di ricerca resa ancora più affascinante dalla magica e misteriosa ambientazione birmana. Julia Win, quattro anni dopo la scomparsa del padre che sparisce senza dare notizie, si mette sulle sue tracce e approda nel paese natale di lui, Kalaw: qui un misterioso vecchio le racconta con parole magiche e sognanti il clamoroso passato del padre e soprattutto la grande storia d'amore che ha segnato la sua esistenza. Tutto è raccontato con dolcezza e raccoglimento, in un sentimentalismo che si salda talvolta a un misticismo non banale anche se elementare. Soprattutto se per amore si è sofferto (o si sta soffrendo) veramente, questo libro è una pausa rinfrescante ed emozionante: perché non insegna veramente come ascoltare i battiti del cuore, ma consiglia almeno di provare a mettersi in ascolto. Forse è l'attesa e il concedersi tempo la più grande lezione del libro.

Nicola Gardini, Le parole perdute di Amelia Lynd, Feltrinelli
Se non mi fossi trasferito a Milano da qualche tempo, questo libro forse l'avrei capito meno: perché essenzialmente il motore centrale delle dinamiche narrate è un condominio della periferia milanese, e in particolare la portineria di questo stabile. Lì il giovane protagonista Chino è testimone delle fatiche della madre Elvira, la portinaia (o come preferirebbe lei, custode) appunto, dei soprusi e delle malignità infertele dalle gallinacee condomine, delle vite più o meno strampalate, sempre più o meno tristi che animano quell'universo colorato e ingestibile. A sconvolgere l'esistenza non proprio pacifica del condominio è l'arrivo della misteriosa Amelia Lynd, che è tutto ciò che le altre signorotte del palazzo non sono: colta, riservata, spartana, controllata, non convenzionale. Sarà soprattutto il giovane Chino a trovare in lei un'ancora per uscire dall'umiltà della sua condizione e dalla falsità del mondo vuoto del pettegolezzo e dei sogni mancati. Una chiave di lettura della storia è proprio questa: ci si salva dalla solitudine (personale, affettiva, intellettuale) solo se ci si abbandona a conoscenze di persone che ci salvano, ci fortificano, ci guidano nella strada. Chino - anzi Luca - grazie alla signora Lynd, e poi al figlio di lei, impara l'inglese, ad amare la poesia, vuole studiare al classico, impara perfino ad amare. Riesce perfino a capire e a colmare d'affetto quella madre così intrappolata nel suo ruolo sociale di guardiana della vita condominiale, assieme vittima e fomentatrice del pettegolezzo e della superficialità d'androne, da restarne infelicemente schiacciata. A dare ampio respiro sono anche alcune pagine scritte con grande sentimento, sulla poesia, il significato delle parole, il valore della vita nel contesto della filosofia e della politica: danno un po' un effetto saggistico a volte, ma sono anche fondamentali tasselle nella formazione del ragazzo. Gardini, poi, ha una penna impietosa nel descrivere piccolezze, vizi, spigolosità e crude verità di queste anime piccolo- o per niente borghesi (perfino il rapporto fra i genitori di Chino è denudato con cinica ma assolutamente realistica precisione). Si resta forse un po' delusi verso la fine, perché verso questi personaggi si prova comunque un certo senso di tenerezza, e non sapere come proseguiranno le loro esistenze fragili è un po' un peccato.

Virginia Woolf, Sul cinema, Mimesis
Questo piccolo libretto scovato in una libreria indipendente di Verona (sempre siano lodate) racchiude due brevi saggi, uno effettivamente sul cinema e l'altro sulla potenza immaginifica delle parole. È una piccola edizione preziosa che ci permette ancora una volta di dare un breve scorcio al genio precursore di Woolf che, in un'epoca in cui c'era ancora chi non si scollava dalle arti ritenute tradizionali, intravedeva nel cinema potenzialità narrative e iconiche straordinarie. Parla infatti della settima arte come di una forza selvaggia e sovversiva, capace di mettere sullo schermo dettagli e sfumature di vita altrimenti impossibili da catturare.
C'è da fare una nota a margine, purtroppo negative, su questa edizione: si sa che la piccola editoria va sostenuta, è anche vero che questo bagaglio di fiducia e aspettative va ricambiato con una qualità perseguita all'inverosimile. Nelle note biografiche c'è scritto: "Virginia Stephen Woolf (1882-1941), sensibile e controversa [?!?] scrittrice e saggista inglese (...) decise di porre fine alla sua vita in concomitanza con l'annuncio dell'imminente scoppio della seconda guerra mondiale." A parte lo svarione grammaticale (si dice 'in concomitanza di' e non 'in concomitanza con'), è chiaro che la seconda guerra mondiale è scoppiata nel 1939 e non nel '41; forse ci si riferiva all'imminente recrudescenza dell'attacco aereo nazista in Gran Bretagna, ma anche lì ci sarebbe da discutere. Così sembra che Woolf si sia tolta la vita per paura della guerra (e in parte, solo in parte, è vero). Il problema rimane: la piccola editoria indipendente è considerata da molti il futuro della salvezza dei libri. Ma lo sarà solo se fatta di eccellenza, e l'eccellenza sta nei dettagli piccoli, e rispettosi.