martedì 13 novembre 2012

#csxfactor

Un paio di cose sul confronto fra i candidati del centrosinistra andato in onda ieri sera su SkyTg24, su Cielo e in streaming internet, che ha fatto il 6% di share e scatenato Twitter a suon di hashtag #csxfactor (il dibattito andava in onda proprio dallo studio di X Factor, il Teatro della Luna a Milano).

TABACCI è un vecchio, punto. Vecchio democristiano, vecchio nel modo di rivolgersi al giornalista e al pubblico, vecchio nel pensare alla società. Il suo apporto all'elaborazione del centrosinistra è stato minimo ieri sera. (Giudizio di stile: non pervenuto.)
PUPPATO è stata, per me, brava. Come dice Michele Dalai, ha fatto la figura della hostess, cioè di colei che dice cose fondamentali e giustissime ma tutti non vedono l'ora che finisca di parlare (e infatti sforava sempre). Teutonica, pragmatica ma anche inesperta di come vanno certe cose comunicative. Io la stimo perché ha voluto combattere la sua battaglia impari con determinazione. (Giudizio di stile: qualcuno deve averle detto una roba del tipo "Metti le perle che vai sul sicuro", beh, quel qualcuno si sbagliava.)
VENDOLA è stato Vendola anche ieri sera. Sudato, agitatissimo, molto concentrato. Ma anche lirico, poetico, pindarico, insomma ancora una volta coi soliti problemi del vendolismo che è teoricamente e politicamente avvincente ma nel concreto risulta sconnesso dal tessuto della realtà. Fondamentale è, anche se non vince (non vincerà), che le sue campagne civili non vadano perse. (Giudizio di stile: giacca - come sempre - sformata, abito troppo serioso, maschera di sudore. Orecchino.) 
RENZI è gigione, è nel suo brodo: comunica, gesticola, fa le battute, cita i blogger, i cantanti pop. È veramente un comunicatore (e no, non al modo di Berlusconi). Dice anche cose importanti, nuove, che farebbero bene all'Italia, ma lo fa col suo modo un po' caciarone e compiaciuto che alla fine forse non gli rende giustizia e può risultare controproducente. Se si desse una calmata, avrebbe ancora più chance di cambiare veramente le cose. (Giudizio di stile: Il risvolto della giacca aveva qualche problema, forse il fatto di venire dritto dagli anni '80, la cravatta viola audace ma... No, forse solo audace.
BERSANI è un volpone: calmo, pacato, però deciso, si vede che è da una vita che fa politica e va in tv. Non ha detto nulla di soprendentemente nuovo ma ha dimostrato il piglio del leader che sa rassicurare e regolare. Ma quella scivolata su Papa Giovanni non me la doveva fare. (Giudizio di stile: il più elegante, però attento, prima o poi le cravatte rosse finiscono e lì saranno cazzi.)
LE REGOLE: Sky ha fatto un bel lavoretto all'americana, molto pulito e diretto, col conduttore Gianluca Semprini all'inizio un po' impacciato ma poi sempre più corretto e preciso. Avevano il fact checking, un montaggio dei migliori momenti pochi minuti dopo la fine della diretta, un dibattito postconfronto in studio. Insomma hanno usato tutta la loro professionalità anglosassone e hanno dimostrato che il modo di raccontare la politica in Italia è molto più che bizantino. Peccato che a continuare ad essere bizantini siano spesso proprio gli stessi politici. Pare che anche la Rai ora si sia detta interessata a un confronto fra i candidati: speriamo di no.
INSOMMA, non è che questo confronto abbia aggiunto parecchio materiale su cui discutere o su cui convincersi (tranne forse Renzi che esclude Casini?), e i candidati non hanno stupito se non nel confermarsi loro stessi in tutto e per tutto. Credo che questo evento televisivo (con Sky che spariglia le regole e s'impone come grande punto di informazione e rinnovamento televisivi, alla faccia di Viale Mazzini) abbia fatto più bene al Pd in generale, che ai singoli sfidanti. Tipo io non so ancora chi voterò, ma mi è tornata la curiosità e un po' di voglia di occuparmi di un partito che - avrà tutti i difetti immaginabili più anche quelli inimmaginabili - ma è comunque un luogo di discussione e confronto.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
p.s. Ieri, sul sito del Partito Democratico, l'annuncio del dibattito televisivo era corredato da un fotomontaggio che raffigurava i candidati alle primarie come i "Fantastici 5" (ovvero i Fantastici 4 della Marvel più Silver Surfer). Dagli stessi candidati si sono levati strali di disapprovazione (con Renzi che dice: "Dobbiamo interessare gli elettori, non farci ridere dietro"), mentre la responsabili del sito rivendica la scelta in base a una "agilità di comunicazione 2.0". Io nemmeno commenterei, se non fosse per ricordare che i responsabili comunicazione del Pd avevano fatto anche quella campagna con Bersani e le maniche arrotolate. E poi sappiamo tutti che i Fantastici 5 sono e saranno sempre solo loro.

sabato 10 novembre 2012

POP

Pubblicato sull'ultimo numero di Bartleby Mag, online qui.



Di tanto in tanto qualche giornale scopre su internet qualche nuova tendenza, per lo più effimera e banalotta, e decide di riempirci le pagine un po’ frou frou chiamate di alleggerimento. Molto spesso ciò che vi finisce dentro è etichettato come cultura popolare, o pop.
Ma cos’è veramente il pop, sempre più pervasiva marca dei nostri tempi? Tutto iniziò con la pop art, grande invenzione dei fantastici anni ’50, dai notevoli prodotti finali ma che oramai è diventata un alibi per chi di arte non sa un’acca ma comunque vuole fare la posa. Lì il concetto era quello di prendere elementi iconici di una cultura sempre più commerciale e massificata (dive del cinema, banane, cartelloni pubblicitari, fumetti…) e stampigliargli un po’ dovunque in collage e pastiche. Colori accesi e fluo, disordine formale, eccesso, stupore. C’era una carica esagerativa nelle opere di Warhol e di Lichstein che ne dava un senso dirompente e anticlassicista, riempiva di significato anche quelle immagini che di significato di per sé ne veicolavano poco.
Eppure, viene da chiedersi, questo significato aggunto, dirompente, si può ancora associare a ciò che viene comunemente designato come pop?

Pop music
Sicuramente l’ambito a cui più comunemente si associa l’etichetta di pop è la musica: inizialmente si indicava così la musica commerciale da opporre alla musica classica o da camera (e quindi anche il rock era pop), mentre poi, con la distinzione successiva dei generi che venne, il pop fu sempre più terreno delle canzoni melodiche, d’amore, dalla strumentazione leggera e disimpegnata, dai motivetti semplici e facilmente vendibili. E di qui l’irreparabile scivolare verso il disprezzo intellettuale. Eppure abbiamo grandi icone, nella storia della musica pop, che hanno segnato l’evoluzione del genere e anche molte delle cose che sono successe in lidi diversi: Elvis Presley era molto pop, per non parlare degli Abba, e non venitemi a dire che Madonna non ha lasciato il segno, da qualche parte.
Ecco, sì, Madonna: regina degli scandali e delle mode, paladina di quella libertà espressiva esagerata e trasgressiva che era propria della factory warholiana (salvo che poi ora gli eredi di quella stessa factory si siano scannando coi Velvet Undergound a causa di una banana...), camaleonte dai colori sgargianti e dalle metamorfosi inaspettate. Molti la odiano, la disprezzano per questo suo rifuggire a ogni convenzione - e, a dire il vero, anche per un suo certo compiacimento che a volte la porta ad essere effettivamente un po’ vacua. Eppure Madonna nel mondo della musica pop e del suo immaginario ha provato e inventato tutto.
Non a caso Lady Gaga, che da un po’ di anni cerca di spingere questo connubio fra pop music e pop art ancora più in là, prendendo a man bassa dalla moda d’avanguardia e dall’arte visuale, non può che seguire il detto picassiano di “uccidere il padre”, la madre in questo caso: Gaga deve tutto a Madonna ma rinuncerebbe alle estension piuttosto che ammetterlo. Ed è innegabile che Lady Gaga sia una macchina performativa che si autoalimenta ma che soprattutto autoalimenta il far parlare di sé. Si veste di carne, esce da un uovo, mangia crocifissi, indossa Alexander McQueen e Thierry Mugler, si fa gli zigomi finti, s’imbratta di sangue, dà vita a una nuova razza aliena. È un fenomeno talmente baraccone da incarnare alla perfezione i nostri tempi altrettanto baracconeschi: tutto è spettacolo, estetizzazione, esteriorità e cattura dell’attenzione di massa. Viviamo in un mondo in cui si è e si appare, azioni oramai indissolubilmente (e neanche poi tanto deprecabilmente) legate. Non c’è nulla da fare: viviamo in un mondo pop.

Icone
Ma questo bisogno di alimentare queste figure emblematiche e carismatiche, nel bene o nel male, è tipico di una cultura - non solo pop - che fa dell’immagine e della fama un elemento costante del vivere quotidiano. E queste non sono che conseguenze di una mentalità capitalistico-arrivistica che dagli anni ‘50 (fatalità: quand’è nata la pop art?) ad oggi non ha fatto altro che alimentare sogni, delusioni e confusioni di quasi ciascuno di noi.
Da qui l’adorazione per le star di Hollywood, l’ambizione al successo, la determinazione a dimostrare talenti nascosti anche quando uno non ne ha. Da qui anche l’iconizzazione di qualsiasi personaggio possa avere una certa rilevanza in un determinato ambito: non solo nella musica o nello spettacolo, ma anche nella politica, nella religione, perfino nelle cause sociali più impegnate (Saviano vi dice niente?).
Anche qui si può trovare sotto all’apparenza uno strato di profondità in più, però. Mi vien da pensare alla figura di Marilyn Monroe: donna magnetica divenuta attrice pur senza grandiose capacità drammatiche, immortalata in stampe e oggettistica proprio grazie alla massificazione della pop art, dalla vita sciagurata e per questo ancora più romanticamente romanzata. Nell’affezione che molto spesso si tributano a figure come questa, più chiacchierate per la loro vita che per i loro meriti effettivi, c’è anche un bisogno di identificazione e di personalizzazione, quasi volessimo appropriarsi di gusti e storie che ci rendono parte di una comunità allargata e globale, in qualche modo sana però, perché basata sull’emozione e sulla rappresentazione. In qualche modo una comunità pop.

Tutto è pop
Tutti questi discorsi, che sono tutti più o meno di natura culturale e sociale, ci permettono però di affrontare il fenomeno del pop anche da un punto di vista, secondo me, più filosofico, quasi epistemologico. Perché col pop si identifica anche una certa cultura. Questa fantomatica pop culture (l’hanno inventata gli inglesi, o forse Mtv) è praticamente la cultura diffusa e accessibile a tutti o, meglio, la cultura potremmo dire “percepita”, ciò di cui si parla in giro (Wikipedia non è forse il grande, modernissimo e condivisissimo tempio?). Sono i fatti notevoli, i grandi eventi ma anche le sciocchezze mediatiche, il gossip, le storie rosa e nere delle celebrities o delle persone involontariamente diventate tali. Una cultura che diventa un grande calderone in cui finisce dentro tutto, dall’alto al basso, dal serio al faceto, dal colto al burlesco.
Se i più tradizionalisti insorgono di fronte a una tale degenerazione, di fronte alla caduta di barriere inossidabili, non è detto che qualcosa di buono non si possa comunque trarre. Spariscono le élite culturali, i canoni estetici, le masse informi, tutti hanno l’iphone, tutti guardano i tg e i reality show. Scompare l’elitismo e scompare anche la rabbia di non essere in alto. C’è uniformazione, certo, e livellamento e un generale accontentarsi di un livello medio di quasi tutto. Però c’è anche molta più condivisione, scambio, più melting pot e più ibridazione: come sono pop i barbari della mutazione culturale (unica possibile salvezza futura, in un futuro in cui cultura non ce n’è), soprattutto quando ce li spiega Baricco! C’è un continuo fondersi di alto e basso, di proprio e di estraneo, di familiare e di estramemente esotico. Tutto acquisisce sfumature e sfaccettature che prima nemmeno avevano possibilità di immaginare.
Siamo pop, non vergogniamocene. Magari possiamo anche tirarci fuori qualcosa di buono.

giovedì 8 novembre 2012

Vintage, ma col cuore

Pubblicato su Cabaret Voltaire del novembre 2012:


La primavera scorsa al Metropolitan Museum of Arts di New York si è tenuta la mostra Schiaparelli and Prada: Impossible Conversations, un progetto fra moda e video art, voluto da Miuccia Prada per rendere omaggio a una storica icona della moda italiana, Elsa Schiaparelli, designer che fra le due guerre arrivò a rivaleggiare, col suo stile innovativo influenzato addirittura dai Surrealisti, coi grandi nomi dello stile mondiale, Coco Chanel in testa.
Schiaparelli non è comunque l'unica grande donna della moda classica a essere tornata in auge in questi ultimi anni: basti pensare al caso Vionnet, casa di moda fondata da Madeleine Vionnet nel 1912 e, nonostante la chiusura nel 1939, rimasta per decenni come punto di riferimento nel fashion gotha mondiale. A ridare ulteriore lustro al marchio ci ha pensato Madonna che l'ha scelto come guardaroba ufficiale del suo ultimo film da regista, W.E.
Ma come spiegare questo ritorno d’interesse, anche economico (il gruppo Marzotto-Valentino ha rilanciato la casa Vionnet con sede a Milano, mentre si attende nel 2013 la riapertura della maison Schiaparelli dopo l'acquisizione da parte di Diego Della Valle), per personaggi simbolo della moda aulica e d'antan? Forse il motivo di tutto va ricercato in una parola sola: vintage.
Concetto ripetuto in ogni dove e spesso abusato, il vintage è uno stile che dimostra come la moda non finisca mai e si rigeneri in continuazione: tutto ciò che non è più trendy in una determinata epoca lo può diventare dopo dieci, venti, cinquant’anni. Alcuni – come sempre quando si tratta di fenomeni socialogico-culturali dai confini poco chiari – tendono a mettere dei paletti: si possono considerare vintage capi di almeno una generazione prima (altri dicono: quarant’anni), e che non risalgano a prima del 1920, sennò lì si sconfina nell’antiquariato classico. Eppure vintage è anche un modo molto più disinvolto di interpretare le tendenze e lo stile, che negli ultimi anni si è affermato ai livelli più disparati: vintage è in molti casi moda fai-da-te, riappropriazione dal basso e rivendicazione della creazione di un proprio look, spesso accostando abbinamenti insoliti, magari con pezzi risalenti a epoche o usi diversi. Insomma, vintage è vecchio, ma anche bello e personale.
Come spesso accede a tanti fenomeni nati nel mondo della moda, anche il vintage si è diffuso a più livelli. E a proposito di fenomeni che nascono dal basso come non parlare dell’hipsteria. Riprendendo anche qui un termine vintage degli anni ’40, gli hipster di oggi sono soprattutto giovani di media classe e cultura che si trovano a loro agio nell’ambiente dalla musica ricercata un po’ underground, del cinema indie, della moda assolutamente inusuale e di recupero, mai mainstream e possibilmente, appunto, vintage. Se vi capita di incontrare per strada ragazzi o ragazze con pantaloni ultraskinny, caviglia in vista, cappelli a bombetta, magliette a righe scollate, bomberini un po’ consumati, occhiali tondi di tartaruga, tagli con ciuffi importanti, beh, probabilmente avete appena incrociato un hispter.
Vintage, comunque, ormai è divenuto un attributo utilizzato per qualsiasi elemento si riferisca al passato, non esclusivamente nel campo della moda e dell’atteggiamento: così, ad esempio, Rcs ha pensato bene di chiamare una collana di bestseller classici moderni in versione tascabile, col risultato principale di rovinare le storiche, elegantissime copertine di Adelphi. Vintage è anche la tendenza principale nella musica contemporanea, soprattutto quella dance, in cui negli ultimi anni si è cercato di recuperare l’appeal tipico di certi pezzi e arrangiamenti anni ’80, talvolta persino ’70 (che, a sentire certi risultati di oggi, gli Abba si rivolterebbero nelle tombe, fossero morti); o anche di certa musica anglosassone con tendenze black che cerca di ripescare dalla stagione dorata del soul (i clamorosi successi di Amy Winehouse e Adele si spiegano, in parte, anche così). Molto spesso, di recente, anche il design si fa vintage, riportando sulla scena oggetti di culto (contate i vecchi Casio ai polsi della gente per strada), facendo andare alle stelle i prezzi su eBay di certi pezzi d’arredamento del grande design italiano (Castiglioni, Cassina, Zanuso ecc.), richiamando nelle grafiche, nelle pubblicità e nelle arti plastiche stilemi del passato (da segnalare, a proposito, la mostra che la Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra dedica al genio artistico di Bruno Munari, e la storia della grafica italiana dal Futurismo ad oggi proposta dalla Triennale di Milano fino al febbraio prossimo).
Insomma il vintage sembra essere una dominante nel panorama culturale di questi tempi. Tempi di decadenza, vien da pensare. Perché, in effetti, quando una o più generazioni di seguito perdono quella spinta creativa propria del rinnovamento intellettuale e artistico, quando un intero mondo è schiacciato dalle impellenze economiche e non vede altro che insicurezza e crisi, rifugiarsi nel passato risulta quasi sempre un’arma molto vincente. Certo, però, anche a doppio taglio, perché a forza di riciclare elementi del passato si rischia di perdere qualsiasi tipo di originalità. Bisognerebbe fare come i Romantici, che dallo scontro violento fra classicismo e modernità hanno tratto potente ispirazione. O come Woody Allen, che in Midnight in Paris (anche lì, più vintage di recuperare la Lost Generation degli anni ’20 a Parigi, cos’altro?), che ci insegna che la nostalgia è buona solo quando sa di futuro.
Il vintage è bello, ma solo se ha un cuore, un’anima propulsiva che gli dà spinta in avanti, solo se è reinterpretazione e non sterile imitazione del passato.