venerdì 30 settembre 2011

ˈkɑːnɪdʒ

Carnage è l'ultimo film di Polanski, è stato a Venezia e se n'é parlato molto per il poker d'attori di livello che lo interpretano: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C. Reily. La sceneggiatura è un adattamento dell'opera teatrale di Yasmina Reza, Le Dieu du carnage, e l'impronta del film è effettivamente quella teatrale, seppur non risultandone troppo rigida.
La conclusione, che arriva dopo nemmeno un'ora e mezza, verte soprattutto sull'inutilità della parola: due coppie di genitori si incontrano per appianare la lite violenta fra i rispettivi figli, cercando prima una conciliazione ma precipitando di frase in frase in un delirio di violenza e assurdità verbale. Non credo che la pièce originale avesse un effetto così grottesco come l'ha il film, dove si passa praticamente tutto il tempo a ridere delle idiosincrasie dei quattro adulti. Si ride anche delle maschere che ognuno nella società contemporanea si addossa - la salvatrice del mondo, il qualunquista, lo spietato maniaco del lavoro, la fragile frustrata -, anche queste maschere, a dir la verità, un po' troppo teatralmente esagerate.
Inutilità della parola, dunque, e di conseguenza inutilità del film se non fosse per gli attori che, quasi sempre, reggono bene un gioco delle parti serrato e estremamente umorale. Foster e Winslet sono forse troppo vignettistiche quando interpretano le loro parti da ubriache, Waltz, cinico, scostante, infido, è invece stupendo, senza contare che è austriaco e dovrebbe partire svantaggiato. Invece è il più bravo di tutti.
E' un film particolare, non sublime, però consigliabile. E se si sceglie di vederlo, vale proprio la pena di farlo in originale, giusto per il magnifico suono che la parola del titolo ha in inglese.

venerdì 23 settembre 2011

Decidetevi

I pubblicitari non hanno ancora deciso se dobbiamo essere degli yes men o dei no men. E noi nel mezzo.



Amy was in trouble


Difficile che qualcuno sia rimasto indifferente alla morte di Amy Winehouse, avvenuta per overdose lo scorso luglio. Piuttosto si hanno avuto opinioni forti ma contrastanti: quelli che ‘se-l’è-andata-a-cercare” e quelli che rimpiangevano una ragazza di 28 anni che col suo talento e la sua stravaganza ha segnato in modo incisivo il mondo della musica degli ultimi decenni. E l’ha fatto con un solo disco praticamente, Back to Black del 2007, un album che, mixando sonorità soul, jazz e R’n’b con la sua voce scura e pastosa, le ha valso vari premi (fra cui un Brit Award, tre Ivor Novello e ben cinque Grammy) e è divenuto il disco più venduto nel ventunesimo secolo dopo il suo decesso. Non solo: lo strabiliante successo di Winehouse ha anche dato nuovo impulso alla musica UK, spianando la strada a vocalità come quelle di Adele, Duffy e, perché no, anche Lady Gaga.

Ma Winehouse non aveva solo una voce e una potenza musicale rare, sapeva anche imporsi per la sua personalità indomabile e votata agli eccessi: “When you smoke all my weed, man / You gotta call the green man / So i can get mine (Se fumi la mia erba, uomo / devi chiamare l’uomo verde / così posso prendere la mia)” canta in Addicted. Espulsa dagli Usa per abuso di droghe, cacciata da vari locali per litigiosità, fischiata dai suoi fan ai concerti in cui si presentava barcollante e incapace di cantare: ma Amy continuava imperterrita, fiera dalla sua identità e fregandosene dei giudizi altrui. E’ chiaro nella sua canzone più famosa, Rehab: “They tried to make me go to rehab but I said No, no, no (Han tentato di farmi riabilitare ma ho detto no, no, no)”. Non che questo suo rifiuto di ritorno alla normalità significasse una sua mancanza di consapevolezza: la lettura dei suoi testi più belli rivelano una personalità oscura, travagliata e al contempo estremamente poetica: “he tries to pacify her / ‘cause what’s inside her never dies (lui tenta di calmarla / ‘ché ciò che ha dentro non muore mai)” rivela in He Can Only Hold Her; “I told you, I was in trouble / you know that I’m no good (Te l’ho detto, sono in un casino / lo sai che non so niente di buono)” recita in un’altra canzone.

Le sue canzoni non rivelano una personalità autodistruttiva, piuttosto dicono di un’anima ferita (non si sa bene da cosa, forse dalla vita) che cerca di sanarsi attraverso la musica e, purtroppo, attraverso la perdizione dell’alcool e delle droghe. Ma probabilmente quello, per Amy, era un tentativo di salvezza, non di morte. “Love is a losing game” è il titolo di un’altra sua canzone, l’amore è un gioco a perdere, e forse anche la vita. Qualcosa lei doveva avvertirlo, comunque, se nel video del singolo Back to black inscenava il funerale del suo stesso cuore.

Dai testi emerge una Amy Winehouse complessa, scura, affranta e, soprattutto, sola: sempre in Rehab, “I don’t ever wanna drink again / I just, ooh, I just need a friend (Non berrò mai più / oh, mi serviva solo un amico)”. Quell’amico forse Amy l’aveva cercato nell’arte, ma si sa, l’arte può dare l’illusione della gloria, ma non ha mai salvato nessuno. Le droghe men che meno. E, in fondo, Amy sapeva già tutto: “I cheated myself / Like I knew I would (mi sono tradita / come sapevo avrei fatto)”.


lunedì 19 settembre 2011

Svizzeri cloni

Di ritorno da qualche giorno nella Svizzera italiana, prelevo alla stazione dei treni di Bellinzona un quotidiano gratuito, Il Caffé. Finisce però che non ne leggo una riga, perché l'attenzione è catturata tutta dall'impostazione grafica del giornale che, come si può sommariamente vedere dalle foto qui, è uguale a quella di Repubblica. Sono uguali le font dei titoli e dei testi, l'impostazione delle rubriche, c'è perfino la divisione in sezioni con C2 al posto del nostrano R2 (e loro hanno anche C3, C4 ecc.). La cosa interessante è che molte firme del giornale sono importanti personalità italiane come Loretta Napoleoni, Willy Pasini (vabbè...) e Ritanna Armeni. Ancora più interessante è che, ad aprire la terza sezione dedicata ai "Pensieri", sia un lungo articolo di Filippo Facci sul declino del senatur Bossi e della Lega ("un movimento che non ha ottenuto niente"). Uno che difficilmente scriverebbe su Repubblica o su una testata del gruppo. E in effetti una rapida ricerca rivela che l'editore de Il Caffé, un certo R2 Media di Locarno, non ha nulla a che fare col Gruppo L'Espresso.
Quindi due giornali piuttosto vicini geograficamente (non è raro vedere ticinesi andare in giro con Repubblica) e che non hanno nulla a che fare fra loro, hanno la stessa grafica e la stessa impostazione del giornale. Il mondo editoriale affoga, e l'originalità con essa.


martedì 13 settembre 2011

Incipit&Explicit 2

(apparso su Cabaret Voltaire, marzo 2011)

Ci sono opere che si basano sui loro stessi incipit, non avrebbero senso altrimenti. In qualche modo danno l’idea che la creazione originaria della letteratura sia come un parto, un momento che ha la sua massima potenza creativa, un big bang da cui tutto si origina e si evolve.

Me ne sono convinto innamorandomi di Urlo di Allen Ginsberg, che è un’opera fulminante e geniale, ironica e tragica, disperata e sublime. Ginsberg, come molti degli scrittori della Beat, scriveva sotto effetto di droghe varie e sperimentava la tecnica della cosiddetta scrittura automatica, quando cioè si inizia a scrivere di getto e non ci si ferma per pensare o rileggere o mettere le virgole.

Urlo (in originale Howl, ne hanno fatto anche un film con James Franco) ha la sua forza proprio in questo: è un fiume in piena, qualcosa di inarrestabile e quasi indefinibile, posseduto da un sotterraneo ritmo jazz; la lettura lascia allibiti perché sfiora continuamente l’incomprensibilità ed è di una suggestione rara.

Il fatto straordinario è che tutto il poema si fonda, almeno nella sua prima parte, sulle prime due righe a cui si ricollegano a cascata tutte le subordinate che seguono e che costituiscono il flusso incolmabile della poesia. Le due righe sono queste: “Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, morir di fame isteriche e nude”; meglio ancora, in originale: “I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked”: è un incipit che ti si scolpisce dentro, che brucia. Ha già dentro tutto quello che verrà poi: la lucidità, l’oscenità, l’inevitabilità, e poi la follia e la magia.

Difficilmente si ricordano (se non per immagini) i versi che seguono, da quanto sono complessi e onirici e psichedelici, ma quella prima frase è nitida e memorabile. In questo sta la sua forza, la forza di ogni buon inizio.

Urlo è un’esperienza di letteratura all’ennesima potenza, un’immersione che toglie il fiato (provate a recitarlo a voce alta, oppure cercate su YouTube la registrazione originale di quando Allen Ginsberg lo recitò la prima volta alla mitica Six Gallery di San Francisco nel 1955).

Come finisce, invece? Beh, in qualche modo finisce, ma è come se non lo facesse mai.

Incipit&Explicit di questo mese:

Luca Bianchini, Siamo solo amici (Mondadori)

“Nella scala dei piccoli dolori, il trasloco viene al secondo posto in assoluto.

Prima c’è il sospetto di un tradimento. A seguire, tutto il resto.”

*

“Un tonfo strano e familiare proveniva dall’esterno.

Aprì la finestra, e sentì il solito ragazzino che giocava a pallone tutto solo. Gli fece un fischio e scese a parare un rigore.”

Pop goes the world

(apparso su Cabaret Voltaire, aprile 2011)

Cos’è pop

Di tanto in tanto qualche giornale scopre su internet qualche nuova tendenza, per lo più effimera e banalotta, e decide di riempirci le pagine un po’ frou frou chiamate di alleggerimento. Molto spesso ciò che vi finisce dentro è etichettato come cultura popolare, o pop.

Ma cos’è veramente il pop, sempre più pervasiva marca dei nostri tempi? Innanzitutto uno pensa alla musica, ma anche lì basta fare un giro su Wikipedia (tempio assolutamente pop della conoscenza dei giorni nostri) per scoprire che la definizione non è univoca: se prima indicava tutta la musica opposta a quella classica, poi finisce per distinguere le canzoni leggere da quelle più colte, e infine arriva a far parte del binomio pop/rock (ma anche qui: cos’è il rock?).

C’è poi la pop art, grande invenzione dei fantastici anni ’50, dai notevoli prodotti finali ma che oramai è diventata un alibi per chi di arte non sa un’acca ma comunque vuole fare la posa (“Sai, a me piace molto la pop art”). Lì il concetto era quello di prendere elementi iconici di una cultura sempre più commerciale e massificata (dive del cinema, banane, cartelloni pubblicitari, fumetti…) e stampigliargli un po’ dovunque in collage e pastiche. Colori accesi e fluo, disordine formale, eccesso, stupore: già qui potremmo avvicinarci a qualche aspetto esteriore del concetto di pop. Ma non è abbastanza.

Perché poi c’è questa benedetta pop culture (l’hanno inventata gli inglesi, o forse Mtv), ed è praticamente la cultura diffusa e accessibile a tutti o, meglio, la cultura potremmo dire “percepita”, ciò di cui si parla in giro. Sono i fatti notevoli, i grandi eventi ma anche le sciocchezze mediatiche, il gossip, le storie rosa e nere delle celebrities o delle persone involontariamente diventate tali (dicono che ci siano delle magliette con Yara Gambirasio sopra, per dire). E’ un grande calderone in cui finisce dentro tutto, dall’alto al basso, dal serio al faceto, dal colto al burlesco. Federico Moccia è pop. Ma anche Saviano (leggete Popstar della cultura di Alessandro Trocino). La Pausini è pop, ma anche Vasco Rossi. Stare dalla parte dei rivoltosi arabi è pop, anche non volere più il nucleare dopo Fukushima lo è.

Gaga pop

Ma se c’è qualcosa che di questi tempi è assolutamente pop quella è Lady Gaga. Lei il pop ce l’ha nelle vene, sembra stata creata apposta per far diventare ogni sua azione un pittoresco evento pop. Si veste di carne, esce da un uovo, mangia crocifissi, indossa Alexander McQueen e Thierry Mugler, si fa gli zigomi finti, s’imbratta di sangue, dà vita a una nuova razza aliena. E’ un fenomeno talmente baraccone da incarnare alla perfezione i nostri tempi altrettanto baracconeschi: tutto è spettacolo, estetizzazione, esteriorità e cattura dell’attenzione di massa. Viviamo in un mondo in cui si è e si appare, azioni oramai indissolubilmente (e neanche poi tanto deprecabilmente) legate.

Il fatto è che di Lady Gaga, nel bene o nel male (ma più nel bene, dai) ne parlano tutti: tutti hanno qualcosa in comune, nel conoscerla (anche mio nonno di ottant’anni). E lei non è solo fuffa: la sua ultima canzone, Born this way, è un inno antemico all’accettazione di qualunque identità sessuale, religiosa, etnica. Alla fine non c’è concetto più pop di questo: accettare, essere in contatto con gli altri e i diversi, mettersi in relazione.

Non a caso un altro simbolo pop di questo inizio secolo non è forse Facebook? Diventare amici su Facebook è il gesto più popolare che si possa fare: mantenere i contatti, spiare la vita altrui, condividere contenuti e informazioni.

Tutto è pop

Alla fine nessuno potrà dirci esattamente cosa è pop e cosa non lo è. Forse, come tutte le etichette, è un marchio creato per dire tutto e niente, per mettere assieme qualcosa che assieme non potrebbe mai starci.

Eppure sentiamo da più parti dire che questo è un mondo assolutamente pop: la commercializzazione arrivata dovunque, la possibilità per chiunque di accedere teoricamente a qualsiasi cosa (soprattutto a qualsiasi conoscenza, Wikipedia – appunto – docet). Spariscono le élite culturali, i canoni estetici, le masse informi, tutti hanno l’iphone, tutti guardano i tg e i reality show. Scompare l’elitismo e scompare anche la rabbia di non essere in alto. C’è uniformazione, certo, e livellamento e un generale accontentarsi di un livello medio di quasi tutto. Però c’è anche molta più condivisione, scambio, più melting pot e più ibridazione: come sono pop i barbari della mutazione culturale (unica possibile salvezza futura, in un futuro in cui cultura non ce n’è), soprattutto quando ce li spiega Baricco!

Siamo pop, non vergogniamocene. Magari possiamo anche tirarci fuori qualcosa di buono.


sabato 19 marzo 2011

Franzen su Cabaret Voltaire

E' uscito il nuovo numero online di Cabaret Voltaire con un mio pezzo su "Libertà" di Franzen.

Lo scrittore Alessandro Piperno, nel recensire l’uscita in Italia di Libertà, il nuovo libro di Jonathan Franzen (pubblicato negli Stati Uniti l’anno scorso col titolo originale Freedom), cita una frase di Kafka: “Tu sei libero. E di qui inizia la tua perdizione.” Nemmeno l’autore, probabilmente, avrebbe potuto scegliere un’epigrafe così efficace per un libro del genere, un libro che ci mette di fronte all’epopea quotidiana d’America, alla sua incommensurabile, libera grandiosità, ai limiti di quella che è la delizia e la croce umana per eccellenza: la scelta.

Freedom è un romanzo complesso, non solo nella sua struttura formale ma anche da leggere. Ad esempio, pur essendo effettivamente notevole, ha dei punti di una noia e di una cavillosità da far desistere anche i meglio intenzionati. Eppure lascia un segno chiaro soprattutto nel finale, che è scontato ma talmente ben scritto da essere l'unico possibile per una storia così. L'effetto complessivo è quello di una grande cattedrale ben (forse troppo) strutturata.

Dopo Le correzioni (la sua terza opera, ma che l’ha lanciato come enorme rivelazione nel mondo letterario americano nel 2001), Franzen torna a dipingere un grande affresco di una famiglia, i Berglund, in cui tutti i componenti sembrano essere a loro modo disfunzionali: la madre ex campionessa ormai devota alla vita casalinga ma non appagata dalle scelte fatte, il padre perfezionista che combatte le sue personali lotte contro i mulini a vento della protezione ambientale e della politica, il figlio che vuole ribellarsi a tutti i costi al volere famigliare e quindi sposa l'insignificante vicina di casa e finisce per mettersi nei guai cercando una propria indipendenza, la figlia troppo apatica per accettare qualsiasi situazione.

Continua a leggere sul sito del Corriere Vicentino, qui

giovedì 17 marzo 2011

150 anni anche io: ma da domani

Devo essere sincero: con questi 150 anni dell'Unità d'Italia un po' mi avete sfrantecato i maroni. Non prendetela come un deriva leghistoide. E' piuttosto una lucidità un po' originale che mi porta a sentirmi estremamente poco italiano, in generale. Preferisco vivere il mondo, là fuori, senza dover per forza limitarmi ad essere di un posto solo: di etichette ce ne sono già troppe.
E scusate la franchezza: essere italiani cosa significa esattamente? Perché poi alla fine gli Italiani se hanno una cosa davvero in comune è quella di dividersi e di odiarsi ad ogni occasione buona: destra vs sinistra, nord vs sud, milanisti vs interisti, professionisti vs operai, vicentini vs veronesi, a chi piace Michelle Hunziker vs a chi non piace Michelle Hunziker... Non che negli altri paesi vada meglio, eh: prendete l'Inghilterra, in cui se dite a uno scozzese che è inglese vi soffoca con un kilt; o la Spagna, dove un catalano venderebbe la madre pur di essere indipendente da Madrid; o addirittura il Belgio, in cui non c'è un governo da mesi e mesi perché valloni e fiamminghi non riescono a trovare un accordo. Però ho come la sensazione che lì un'identità che in qualche modo li leghi ci sia (forse anche per il pregiudizio recondito che quello che fanno gli altri sia inevitabilmente migliore), un'identità che si sforzano di mantenere ogni giorno, nel bene o nel male.
Io dell'Italia ho un po' l'idea preconcetta che si fanno certi turisti che vengono qui: siamo caciaroni, buontemponi, piuttosto menefreghisti, un po' rozzi e parecchio anomali. Toglieteci il cibo, la moda e il Papa e ci resta poco che dica veramente chi siamo.
Certo, c'è la poesia, c'è l'arte, c'è una storia culturale potente che ci caratterizza (e in fondo quelli che hanno fatto il Risorgimento, dato che non è mai esistita una definizione geografica precisa di Italia, si erano posti come obiettivo di riunire le terre che parlavano più o meno una lingua comune, che avevano una cultura simile): ma tutte queste cose appartengono al passato, appunto, e questo scarto si avverte sempre di più in un'attualità che della cultura si fa continuamente beffe, quasi fosse un inutile orpello.
Insomma, io ho l'impressione - e vado controcorrente, lo so, mi aspetto commenti acidi e sputi nell'occhio per ciò - che questo 17 marzo si sia riempito di una retorica esagerata e un po' di comodo: fatichiamo a capire chi siamo adesso e dunque ci aggrappiamo a una data di tanto tempo fa in cui si era compiuto qualcosa di magico e fondamentale (perché l'Unità d'Italia fu veramente qualcosa di magico, visionario, romantico, fondamentale). Ma non posso fare a meno di chiedermi: e domani? Il 18 marzo, e il 19, e i giorni che verranno dopo, come ci sentiremo? Ci sentiremo più italiani, più uniti? Secondo me no, anzi, torneremo in noi stessi, come dopo una potente sbornia tricolore, torneremo ad essere gli Italiani di sempre: quelli che si odiano sempre fra loro, quelli alla buona, pressapochisti, un po' sonnacchiosi, quelli che si indignano a comando, quelli che si infervorano nelle date importanti (appendiamo adesso fuori dal balcone i tricolori come facciamo esclusivamente durante i Mondiali, e non ogni 2 giugno ad esempio) ma che poi sembrano costantemente calati in un'apatia colpevole il resto dell'anno.
Massimo D'Azeglio, in una delle prime sedute del Senato dell'Italia unita, disse: "Abbiamo fatto l'Italia, ora bisogna fare gli Italiani". Ecco, io apprezzerei di più questo 17 marzo se non fosse un fatto di orgoglio un po' esteriore, ma diventasse un impegno pungoloso per "fare gli Italiani" ogni giorno, per renderci ogni giorno un po' più orgogliosi di noi stessi. Perché se c'è qualcosa di cui l'Italia ha un disperato bisogno in questo momento non è la commemorazione di un passato pur glorioso (ma anche problematico, se chiedete a qualsiasi storico), ma di uno slancio potente verso il futuro.
Che poi di essere italiano ho anche io i miei personali punti d'orgoglio: non sto mica scrivendo in sanscrito, ad esempio...

giovedì 3 marzo 2011

Noi gli Oscar li vediamo solo fino al red carpet

Se quest'anno più di altri l'assegnazione degli Academy Awards era marchiata da un tasso di prevedibilità piuttosto alto (qui si tifava per The King's Speech e per Colin Firth, a prescindere), non altrettanto prevedibili erano gli abiti che hanno sfilato sul tappeto rosso. E, diciamocelo, ormai l'unico motivo d'interesse per gli Oscar è proprio quello (quando ci fu lo sciopero della Writers Guild, qualche anno fa, che rischiava di far saltare la serata degli Oscar, le case di moda volevano spararsi).
Insomma, diamo una rapida occhiata agli outfit più o meno riusciti della serata, in rapida successione (la fotogallery di riferimento per farsi un'idea è quella del New York Times). Iniziamo con Natalie Portman che porta un vestito Rodarte che più che premaman è pre-salaparto, e per di più sembra un sipario: con quelle guanciotte lì non le si può dire niente però. Anne Hathaway indossa un Valentino tanto per sfatare il cliché che tutti i migliori abiti di Valentino (presente, almeno sotto forma di mummia, al red carpet) sono rossi; Reese Witherspoon col suo Armani Privé e quella chioma lì può tornars...ene anche negli anni Cinquanta che noi non ce facciamo niente; Sandra Bullock si è messa un Vera Wang rosso sperando che tutti credessero fosse un Valentino ma gli è andata buca; Kathryn Bigelow si è dimenticata di restituire la tunica YSL alla tizia che faceva Maria Maddalena nel musical lì di fronte; Robert Downey Jr è sempre impeccabile, qui in white tie; la regista di "The Kids Are All Right" ha investito un procione e se l'è messo al collo; Christian Bale poteva anche farsi la barba, ma forse non aveva capito che stava andando al Kodal Theatre e non a farsi un cicchetto al bar all'angolo; Mark Wahlberg indossava uno smoking Armani che ha fatto domandare a molti come facesse quel botolo ad essere una volta il testimonial supermuscoloso di Calvin Klein; a proposito di Klein, Gwyneth Paltrow mai così radiosa (forse perché sta lasciando Chris Martin, sempre così depresso...); la tipa che sta con Matthew McConaughey non ha capito che è già abbastanza appariscente per via dell'uomo con cui sta e non serviva si portasse dietro anche il tendone del circo Togni; Annette Bening si è fatta pettinare nella sala del vento della Ferrari, mentre Helen Mirren ha scelto il Vivienne Westwood più noioso che c'era in catalogo (e poi scusa: già sei vecchia, in più te vesti de grigio?); Nicole Kidman in Dior pensava di dover interpretare Madame Butterfly e forse dovrebbe anche capirlo che con i capelli raccolti proprio non sta bene; scusate se sono ripetitivo ma mettete assieme Colin Firth e Tom Ford e ottenete il top dello stile maschile, in più sua moglie Livia è un delirio di eleganza nonostante l'alettone posteriore; io il vestito di Hilary Swank l'ho visto già adosso a qualcun'altra, l'anno scorso, giuro; è capitata lì per caso sul red carpet anche Helena Bonham Carter, fra una ripresa di The Nightmare Before Christmas 2 e l'altra, con dei vestiti che prego iddio si sia cucita da sola un giorno che aveva la congiuntivite; l'abbiamo capito tutti che Sharon Stone, dopo quel tubino bianco quando accavallava le gambe, non s'è più saputa vestire in modo decente, vero?; la moda orientale deve andare molto quest'anno perché Scarlett Johansson s'è fatta fare un vestito da Dolce&Gabbana usando le tende della Città Proibita; Cate Blanchett portava un Givenchy piuttosto difficile, ma io di questa donna non riesco a parlar male; Jennifer Hudson aveva un vestito di un colore Versace che solo a lei poteva star bene, però restituitemi la Jennifer Hudson di prima, questa qui mi sembra appena tornata dal Biafra, no no no; ma Geoffrey Rush sta male?; la moglie di Mark Ruffalo s'è portata due vestiti invece che uno, ma s'è dimenticata il reggiseno; fate qualcosa anche per Michelle Williams, che se diventa un attimo più bianca si trasforma una supernova; al New York Times si sono sbagliati e hanno creditato come Moby uno degli impiegati della ragioneria del Kodak Theatre che è passato lì per caso; a Florence senza la Machine, poverina, nessuno ha detto che il giallo agli Oscar puoi portarlo solo se sei una strafiga da paura e per di più ispanica; Melissa Leo si è fatta il vestito coi centrini che le ha spedito mia mamma; Jennifer Lawrence (chi!?!) ha scelto un Calvin Klein che era una riproduzione dei costumi da bagnina di Baywatch; Lara Spencer (ri-chi?!!?), invece, non si è resa conto che mettersi il vestito di Poison Ivy, la cattiva di Batman, forse non era proprio una buona idea.
Non credo di essere stato troppo cattivo, magari l'anno prossimo andrà peggio.


Oltre la comunicazione

Di recente, a parte la voglia crescente di impallinare a proiettili di sale tutta la dirigenza del Pd, tanto che viene da ringraziare il cielo che in Italia non c'è la legge sul testamento biologico sennò gli avremmo staccato la spina già da mo', bisognerebbe prendere a sassate anche quelli che nel Partito democratico curano la comunicazione. Adesso, dopo l'ideona del PierLu con le maniche "rimboccate", hanno messo a punto una nuova campagna di comunicazione che si chiama OLTRE e ha slogan del tipo: "Oltre le divisioni c'è l'Italia unita", "Oltre il disprezzo delle regole c'è la Costituzione", "Oltre gli steccati, c'è la tua città", che è più facile risolvere per quaranta sere di fila la Ghigliottina dell'Eredità che capire cosa significhino (probabilmente nulla, alla fine). Comunque, siccome ci tengo alla causa, potrei proporre nuovi slogan anche aggratis: "Oltre le gambe c'è di più", "Verso l'infinito e oltre con Buzz Lightyear", "Gettiamo tutti il cuore oltre l'ostacolo". Secondo me, nun ce la faremo mai.
p.s. Da oggi Liberlist cambia un po', arrivando a comprendere anche cose su comunicazione, costume, moda e televisione che di solito condividevo in cerchia più ristretta su Facebook, senza però che libri, cinema e altre forme di racconto passino in secondo piano.