martedì 24 aprile 2012

Il senso della fine

In un intervento sulla Domenica di questa settimana, Tim Parks sostiene che può essere lecito abbandonare i libri a un certo punto, anche quelli buoni, quando è giunto il momento giusto (alcuni testi segnalerebbero addirittura da sé quando arriva quel momento), e che forse avrebbe di molti libri una considerazione meno positiva se li avesse portati a termine. È una posizione interessante, ma più ci penso e più la trovo parziale: un film di Hitchcock avrebbe lo stesso effetto senza gli ultimi dieci minuti finali? E l'ultima cena di Veronese se gli togliessimo una fascia di 10 cm in fondo? E un sonetto di Petrarca senza l'ultima terzina? Sembra una banalità dire che le opere d'arte tutte, e quelle letterarie in generale, siano tali perché costruiscono pagina dopo pagina, elemento dopo elemento, un percorso che porta al compimento finale, che è inevitabilmente un compimento globale. Certo, difficilmente definiremmo certi libri opere d'arte, ed è responsabilità di molti autori non sapere reggere tensione e qualità narrative fino alla fine. Però, bello o brutto che sia, il finale fa parte del libro (nonostante la mancanza di conclusione in sé lasci margini a possibilità espressive davvero interessanti). E abbandonare un libro è più che legittimo, però non mi pare possa essere giustificabile dal punto di vista estetico o critico. Ovvero: abbandonare un libro è una pura scelta del lettore, appunto giustificabile ma arbitraria. A volte ci fa semplicemente comodo, per svariate ragioni, e molti critici lo sanno bene.

sabato 21 aprile 2012

To Rome With (No) Love

A un certo punto di To Rome With Love, un personaggio - non ricordo già più quale - dice che la gente dovrebbe riacquistare la sensibilità all'angoscia universale. Ecco, credo che il pubblico dell'ultimo film di Woody Allen sappia molto bene che cos'è la sensibilità all'angoscia universale.
Spiace, dopo un film poetico e rapitore come Midnight in Paris, trovarsi di fronte a un'opera così sconclusionata e trascinata. Allen continua la sua serie di pellicole dedicate alle grandi città europee (pare tocchi a Berlino la prossima volta), e così Roma diventa il soleggiato - e scontato - palcoscenico di quattro storie una più improbabile dell'altra: un architetto di mezza età (Alec Baldwin, che è come il vino buono) incontra il proprio io da giovane e cerca di metterlo in guardia dall'invaghirsi di un'attrice, facendogli da coscienza fantasmatica; due giovani sposi cedono alla tentazione di concedersi una scappatella extraconiugale, lui facendo esperienza con una escort (Penelope Cruz, nella sua tipica sensualità tutta fasciata Dolce&Gabbana) e lei cedendo alle lusinghe di un attore famoso e formoso (Antonio Albanese, proprio improbabile nella parte di seduttore); un normale impiegato (Roberto Benigni) giunge inspiegabilmente alla ribalta e deve scontare le difficoltà della persecuzione mediatica e della repentina scomparsa della stessa; un vecchio americano (Allen) arriva nella capitale per conoscere il futuro genero, ma poi convince il padre di lui ad esibirsi come un improbabile cantante lirico che canta solo sotto la doccia, anche in scena. Certi episodi, comunque, come ha mi ha fatto notare un amico, erano solo degni di un cinepanettone: lì di certo non avrebbero sfigurato.
Tutto è cliché e prevedibilità (dal provinciale con la camicia allacciata fino all'ultimo bottone alla processione votiva...), ogni dettaglio è aggiunto per rendere le scene ancora più grottesche e meno credibili. I dialoghi, poi, sono di una banalità allucinante: "Intrufoliamoci alle terme stasera" - "Ma come facciamo?" - "Tu Leo sai forzare i lucchetti, vero?" - "Ma certo!"; "Ma perché sono così famoso?" - "Lei è famoso per il fatto di essere famoso. Nella vita si può essere ricchi e famosi o poveri e normali, ed è sempre meglio essere ricchi e famosi."
Lo sconcerto del film è aumentato dalla carrellata impressionante di attori italiani che avrebbero venduto un nipote pur di avere venti secondi nella pellicola: da Ornella Muti a Giuliano Gemma, da Gianmarco Tognazzi a Lina Sastri a Riccardo Scamarcio e così via (l'unica convincente sempre essere Alessandra Mastronardi, che paradossalmente viene dai Cesaroni); lo stesso Benigni fa una magra figura, dimostrando ormai di non essere in grado di interpretare che se stesso, il grullo che a un certo punto deve calarsi le braghe e far vedere i mutandoni bianchi.
Il film è una fiera dell'approssimazione e della pochezza, e forse in questo Allen (che peraltro, essendo quel regista geniale che è, a volte riesce comunque a strappare risate sane e spontanee, nonostante tutto) è riuscito a ritrarre perfettamente le qualità più intrinseche della dinamica italica. Anche l'estrema commercializzazione sembra essere un grottesco tributo al produttivo made in Italy, con un product placement che più selvaggio non si può: mai visto attori bere così tanta acqua in un film, complice l'accordo milionario con la San Benedetto; in un dialogo fra Ellen Page e Jesse Eisenberg, una confezione di salumi Beretta in bella vista solo l'elemento più espressivo della scena.
All'inizio il film doveva intitolarsi Bop Decameron, ma Allen ha dimostrato di non aver nulla dell'ironia e della propensione a scavare nelle debolezze umane che aveva Boccaccio: forse sarebbe meglio che ripensasse bene al fatto di sfornare un film ogni sei mesi.

sabato 24 marzo 2012

MDNA

Mdna, come il Dna di Madonna o come abbreviazione del suo stesso nome di battaglia, ma anche allusione alla botta di energia irrefrenabile dell'MDMA, si chiama così l'ultima fatica della signora Ciccone.
In effetti il disco si sviluppa attorno a un nucelo di canzoni dance forti e frenetiche, prodotte con grande maestria (fra tutte Girl Gone Wild, ma anche I'm Addicted, Some Girls, I Don't Give A, Beautiful Killer), segnando anche un ritorno a testi un po' più pensati e intimisti: sospesa fra irresistibile voglia di peccare e di redenzione mistica, in Girl Gone Wild chiede perdono perchè "I detest all my sins, Because I dread the loss of heaven", ma in I'm A Sinner ammette "I'm a sinner, I like it that way" e poi invoca i santi ("Saint Christopher, find my way / I'll be coming home one day"); in altre torna sul rapporto odio-amore col suo ex Guy Ritchie (I Don't Give A: "i tried to be your wife... diminish myself"; ma in Best Friend: "I cannot lie and I won't pretend /But I feel like I lost my very best friend"); infine non manca l'autocelebrazione, affidata però a Nicki Minaj - già ridotta a valletta, assieme a Mia, nel singolo d'apertura Give Me All Your Luvin' - che rappa in Some Girls "there's only one queen, and that's Madonna... BITCH!".
Il resto dell'opera, comunque, si perde in pezzi ritmati ma un po' più scontati (Turn Up The Radio, Superstar, B-day Song) e una rivisitazione dance del classico genere delle ballad (Masterpiece, Fallin' Free, Best Friend, ma fra queste Love Spent raggiunge vette interessanti). Siamo insomma piuttosto lontani dalla coesione perfetta di Confessions, dove tutto l'insieme faceva gridare al capolavoro; ma almeno qui la produzione affidata a William Orbit, Martin Solveig e Benny Benassi, salva da quel guazzabuglio tamarro che era stato Hard Candy: in effetti I'm a Sinner è un classico e sontuoso pezzo alla Orbit che sembra un'evoluzione noughties di ciò che era stato Ray of Light negli anni '90; Gang Bang, poi, più che una canzone pare un esperimento che forse è la vera perla rara dell'album.
Resta il dubbio, comunque, che al giorno d'oggi forse fare degli album interi, in tempi in cui si fanno i dischi per vendere i biglietti dei concerti e spesso si farciscono di riempitivi solo per accompagnare tre o quattro singoli di sicuro successo, forse non abbia molto senso. Però Madonna si dimostra anche qui per quello che è: se da anni sta sulla vetta è perché non si limita a fare il compitino, ma ogni volta cerca di sfornare un lavoro egregio, farcendo sempre con qualche novità o sonorità insolita (prendete l'inizio di Love Spent o la fine di I'm Addicted). A confronto si può sempre ascoltare un disco di Kesha, e vedere qual è la differenza. Di regina ce n'è una sola, e quella è Madonna.

lunedì 20 febbraio 2012

Alla fine si finisce per diventare se stessi. Purtroppo.

Se nel settembre 2008 non avesse deciso che la vita era troppo freneticamente intollerabile per lui, David Foster Wallace avrebbe compiuto 50 anni domani, il 21 febbraio 2012.
Proprio in questi giorni (per caso) stavo leggendo un po' a fatica Come diventare se stessi (minimum fax), il lungo libro-intervista che il giornalista di Rolling Stone di David Lipsky ha pubblicato raccogliendo le registrazioni e le note messea assieme in occasione di un'intervista che aveva fatto allo scrittore nel 1996, cioè subito dopo il grande clamore suscitato dall'uscita di Infinite Jest.
Il libro è un po' difficile da leggere, macchinoso e addirittura noioso in certi punti, con Lipsky che - come spesso capita con i giornalisti di Rolling Stone - vuole dimostrare di essere tanto brillante quanto il suo intervistato. E molto spesso i due si perdono in una ridda di chiacchiere su film e scrittori e riferimenti pop un po' pesanti da seguire, ma che fanno comunque parte del gioco. Più che altro Come diventare se stessi è interessante perché ci fa dare un'occhiata dentro la vita, le abitudini e la mente di Foster Wallace con una freschezza e una verità che qualsiasi altro resoconto più paludato avrebbe fatto fatica a trasmettere.
C'è da dire che chiunque abbia velleità di scrittore non può che provare un'emozione commossa e sofferente nel sentir parlare questo scrittore: in lui si trovano la solitudine, l'insicurezza, l'insofferenza e al tempo stesso l'attrazione per il bel mondo letterario, il costante timore di passare da autore originale a immagine promoziale di se stessi (dice di temere di "prostituirsi", a un certo punto) che possono essere comuni a tutti coloro che provano a tenere in mano una penna; tutto però nel suo caso è acuito da una sensibilità mastodontica e da una genialità quasi soverchiante. Temendo spesso di "non essere altro che testa", David Foster Wallace dimostra di avere un cervello in azione costante, pieno di riferimenti, collegamenti, nozioni, battute, stimoli, osservazioni: è come vivere a "Dave-landia", ammette lui stesso. A un certo punto dice: "A me sembra che la vita sia simile a una luce stroboscobica, e che mi bombardi di input."
Sensibilità come la sua, si sa, sono le più avezze ad essere scottate dal mondo: la paranoia è dietro l'angolo, la depressione ancor più vicina, quasi una compagna, e la tentazione della dipendenza diventa quasi un effetto inevitabile. Chi ha letto La trama del matrimonio di Eugenides sa che il personaggio maniaco depressivo di Leonard è chiaramente basato sullo stesso David: fondere il ritratto reale che emerge da questa intervista e quello fittizio del romanzo dà l'idea di uno spirito troppo intelligente, troppo acuto, troppo lucido e comprensivo del mondo per poter essere salvato. A un certo punto confessa che da giovane, guardando la Tv, pretendeva trame più sofisticate perfino dai cartoni animati.
Eppure David Foster Wallace, nonostante momenti di introspezione o di cupezza, non corrisponde al ritratto tipico del depresso: ha una personalità debordante, è pieno di ironia, a volte perfino goffa (continua a ribadire a tutti, nei giorni che passano assieme, che lui e Lipsky viaggiano insieme ma non come amanti), ha tic buffi e profondamente umani (mastica tabacco, porta sempre una bandana contro la sua sudorazione potente - di questo difetto si parla in uno dei brani più belli de Il re pallido, il suo romanzo postumo), parla di sesso, di donne, di droghe. E poi, nonostante i timori e la destabilizzazione che la scrittura (e quindi l'aspettativa di successo e di apprezzamento) provocano in lui, ha una profonda fede nell'espressione letteraria: "Ho una fiducia incredibile, da bambino di cinque anni, nel fatto che l'arte sia qualcosa di assolutamente magico."
È difficile (e forse inutile) cercare di capire se Foster Wallace, nella profondità della sua conoscenza di sé, avesse in qualche modo già previsto tutto. Pur essendo all'apice della popolarità per Infinite Jest, si era lasciato sfuggire una dichiarazione piuttosto esplicita come la seguente: "Mi vedo come una persona che è stata incredibilmente bruciata da se stessa, in fondo". Molto probabilmente faceva riferimento al suo passato in clinica, o all'abuso di sostanze, o al lavoro estenuante che l'aveva assorbito per concludere Infinite Jest ("ci pensavo tutto il tempo, ci lavoravo tutto il tempo"). Oppure a una generale inattitudine alla vita. Di sicuro era un eterno insoddisfatto: dell'immagine di sé che dava al mondo, della sua scrittura ("ero convinto che non avrei scritto più niente", dice dopo aver composto l'ultimo tristissimo racconto ne La ragazza dai capelli strani), forse di quel mondo là fuori di cui a lui non sfuggiva mai nulla. Sembra una personalità in completo conflitto fra il desiderio di controllo e di successo e di evasione, e la volontà pessimistica di lasciarsi andare e, in qualche modo, autodistruggersi: ripete più volte di avere un "desiderio disperato di abbandonar[s]i a qualcosa".
Forse è riduttivo dire che David Foster Wallace era un genio e quindi, come tutti i geni, non adatto a vivere normalmente fra di noi. Resta il fatto che lui ha deciso che sarebbe dovuta andare diversamente e a noi non resta altro che la nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere. Ci restano i suoi libri, in fondo, che sono libri originali, fuori dal comune, strani e straordinari. Chissà se prima o poi si sarebbe convinto anche lui di questo.





p.s. Ricollegandomi al post precedente, a ulteriore dimostrazione della sua originale versatilità e della sua bonarietà senza pari, David Foster Wallace fa un commento insuperabile: "L'ossessione per Alanis Morissette è venuta dopo l'ossessione per Melanie Griffith: un'ossessione di sei anni. E quella a sua volta era stata preceduta da una cosa che adesso ti dico [a Lipsky] e per cui sono stato preso tantissimo per il culo, e cioè una tremenda ossessione per Margaret Thatcher. Per tutti gli anni dell'università: poster di Margaret Thatcher, e lunghe meditazioni su Margaret Thatcher. - Di tipo sessuale? - Non specificatamente... sessuale. Più sensuale, forse."

mercoledì 15 febbraio 2012

Una vita di ferro

The Iron Lady, il biopic di Phyllida Lloyd su Margaret Thatcher, è un film che può provocare fastidio per vari motivi e in diverse maniere.
Primario è quel fastidio, pungente ma positivo, assolutamente positivo, è originato dal vedere una Meryl Streep troppo brava, troppo perfetta, troppo umana, troppo polimorfica. È un troppo che amplifica all'inverosimile l'ammirazione che si può provare per un'attrice del genere, il cui talento fa impallidire qualsiasi altro difetto che il film presenta. I suoi occhi acquei ed emotivi raccontano una storia a sé, un abisso di potere e fragilità (il suo di attrice, e quello di Thatcher come politica), e la voce (studiata nella versione originale per essere il più verosimile) dà un'impronta riconoscibile e famigliare (a proposito: a un certo punto, la scena di "logopedia" non può non essere un tributo o una citazione al fenomeno di successo che è stato The King's Speech l'anno scorso). E la cosa sorprendente che Streep riesce a essere fortemente e vibrantemente se stessa pur sottoponendosi a ore e ore di trucco e calandosi convincentemente nei panni del personaggio che interpreta.
C'è da dire, nonostante ciò, che The Iron Lady è un film duro da digerire: ecco l'altro fastidio. Lo spunto narrativo, quello di raccontare la vita di Margaret Thatcher partendo dalle sue allucinazioni in età senile (Thatcher è effettivamente affetta da Alzheimer) è spinto al limite della credibilità (e della liceità?) da quanto è assiduo e a un certo punto - soprattutto nella parte iniziale - dà al film un aspetto alterato e confusionario: immagine e voci che si sovrappongono pesantemente, montaggio serratissimo, inquadrature distorte... A un certo punto sembra pure che un ricco racconto biografico sia penalizzato da questo continuo effetto a flash.
È duro da digerire, inoltre, anche il personaggio storico stesso incarnato da Thatcher: il rischio di fare un film agiografico era enorme, soprattutto per una figura storica così controversa, e invece il primo ministro ne esce in tutta la sua compatta e stolida ambivalenza. Fu politico determinato e forse spietato, ma lottò per i suoi ideali con rigore e coerenza; smantellò lo stato sociale e creò dissenso e disagio senza pari, ma salvò la compattezza nazionale e l'apparenza di ciò che era rimasto dell'Impero britannico; fu madre assente e complicata (e premier umorale e "maternalistico") ma da donna combatté energicamente per rivendicare identità e autorevolezza in un mondo fatto di maschi, che non esitarono comunque a farla fuori.
Ancora scottati dalla sua politica ferocemente austera, in Gran Bretagna (ma il film è fatto sostanzialmente per gli Stati Uniti) si temeva da più parti una rivalutazione univoca della sua vita e della sua azione politica. Eppure un altro fondamentale pregio di questo film è quello di non esprimere valutazioni, di presentarci un personaggio per molti aspetti notevole senza dirigere lo spettatore verso un giudizio prestabilito. Alla fine della pellicola rimane solo l'immagine di una donna che, partendo dal nulla, arrivò praticamente a cambiare le sorti del mondo ma che al giorno d'oggi deve affrontare ciò che tutti, buoni o cattivi, alla fine dovremo affrontare: la solitudine e il tramonto.

lunedì 30 gennaio 2012

Il saggio sul matrimonio

La trama del matrimonio di Jeoffrey Eugenides è stato - nel piattume generale - uno dei libri più interessanti dell'anno scorso. Ne parlavo su Cabaret Voltaire di dicembre.

Per parlare de La trama del matrimonio, l’ultimo romanzo-fiume di Jeffrey Eugenides, pubblicato a sette anni dal precedente acclamatissimo Middlesex, devo aprire una parentesi autoreferenzial-autobiografica: spesso noi di Cabaret Voltaire ci domandiamo se gli articoli che scriviamo (soprattutto questi qui di letteratura) non abbiano un aspetto troppo “saggistico” e meno l’incisività di un agile stile giornalistico-narrativo. Dico questo – lasciando poi il giudizio ai lettori – perché lo stile saggistico in Eugenides è una dominante quasi imprescindibile: nel tessuto narrativo delle varie vicende, l’autore inserisce numerose digressioni sui temi più disparati, dalle teorie di critica letteraria dei Formalisti e dei Decostruzionisti alla riproduzione diploide o aploide dei lieviti, dalla situazione dell’India negli anni ’80 con annessa Madre Teresa di Calcutta alle descrizioni degli effetti neurologici di certi farmaci contro la depressione e così via. Ovviamente è un romanzo, anzi un buon romanzo e quindi tutto è trasmesso a chi legge con una certa agilità, soprattutto nei dialoghi, favoriti dal fatto che i protagonisti sono tutti neolaureati che discutono quotidianamente di saggi che hanno letto o lezioni cui hanno assistito. Ma tutta questa abbondanza di informazioni extranarrative è una caratterista estremamente peculiare, per non dire straniante, di una particolare generazione di scrittori americani che sono irrorati da questa potente vena saggistica (che sia Franzen che parla di ornitologia e bird-watching o Palahniuk che illustra l’industria del porno). Caratteristica, questa, sicuramente estranea al gusto editoriale italiano ma che ben volentieri si accoglie in testi importati dall’America.

In questo romanzo s’incrociano appunto le storie di tre giovani troppo presi dal combattere le loro manie per vivere in modo usuale l’American way dei primi Ottanta in cui la storia è calata: Leonard combatte contro il suo disturbo maniaco-depressivo fuggendo da un passato famigliare drammatico e dalla sua mente troppo geniale; Mitchell scappa da un rifiuto amoroso cercando se stesso nella fede cristiana e nel volontariato; Madeleine, quella che esce meno fortemente nel libro ma la cui ricerca è forse la più profonda, lotta per staccarsi dal suo conformismo da middle class, al contempo cercando di trovare un equilibro nell’amore e negli studi (specializzandosi, non a caso, sulle trame matrimoniali dei romanzi d’epoca vittoriana). Le loro storie s’intrecciano quanto basta perché tutti si feriscano l’un l’altro coi loro rispettivi egoismi (ma siamo tutti egoisti quando si tratta di cercare e salvare noi stessi): l’effetto un po’ disturbante è quello, però, che ognuno dei personaggi sia così ombelicamente concentrato sui problemi che l’affliggono da non curarsi di ciò che accade fuori nel mondo (Mitchell lo fa solo incidentalmente nei suoi viaggi, ma viaggia come viaggiano tutti gli Americani…). Questi giovani appena usciti dall’università, poi, sezionano ogni sentimento e ogni situazione con rigore accademico (spietato, molto spesso), dimostrando la sterilità e la crudeltà di tante illusioni ed emozioni umane (fra filosofia e misticismo, anche qui ritorna la vocazione saggistica). Più si è culturalmente consapevoli della propria entrata nel mondo, sembra dirci Eugenides, più si soffre.

Paradossalmente ogni qual volta la trama si sofferma sui temi dell’amore e del matrimonio (pasticciato, improvvisato, sciagurato, premeditato al limite dell’ossessione), emerge ancora più chiaramente la solitudine di questi destini che si uniscono solo a patto di mettere assieme le rispettive idiosincrasie ma senza mai poter arrivare a una conciliazione positiva (“E a volte erano molto tristi”, recita il titolo della penultima parte). Eugenides ha il merito di mettere assieme tutte queste disperazioni in maniera impeccabile, spostandosi da un punto di vista all’altro e cucendo assieme salti temporali anche vistosi e a scatola cinese con rara maestria. La distanza temporale da cui narra, poi, gli consente l’uso di un’ironia potente e pervasiva, spesso compiaciuta, che è impietosa a sottolineare le bizzarrie degli atteggiamenti e delle pose degli individui, poi non tanto diversi da quelli che popolano i giorni d’oggi. In generale, si può dire che La trama del matrimonio sia un libro tecnicamente avvincente, ma non facilmente digeribile: c’è tutto un universo di insicurezza e sofferenza lì dentro, ci siamo dentro tutti noi, quando siamo stati (o ancora siamo) giovani, stupidi, pieni di noi, però mai così incerti e depressi. Tutti in cerca di un qualcosa, un matrimonio magari, che ci dia un briciolo di stabilità.

Da annotare infine che gli intenditori apprezzeranno il romanzo anche per un altro aspetto gustoso. Questi scrittori americani della generaizone "saggistica" - soprattutto Eugenides, Frazen, Wallace - hanno raggiunto il successo praticamente nello stesso periodo e nello stesso ambiente, New York: inevitabile dunque che fra loro sia nate relazioni di amicizia, spesso profonde e altrettanto spesso venate di ammirazione come di invidia.

Innegabile che Eugenides abbia voluto in questo romanzo rendere omaggio l’amico David Foster Wallace, morto suicida nel 2008, inserendo nei suoi protagonisti aspetti peculiari del compianto collega: Mitchell è tutto preso da una ricerca mistica e spirituale che lo porterà ad avvicinarsi al Cristianesimo; Leonard, invece, che assomiglia ancora di più allo scrittore, ha in comune con lui la depressione, la dipendenza da farmaci, l’abitudine di masticare tabacco, la predilezione per larghi maglioni di lana, i capelli portati lunghi e le bandane a raccoglierli. Sembra proprio un tributo speculare a Wallace, con una sola piccola eccezione finale. Perché si sa che i romanzi sono molto spesso più clementi della vita.


SAG Awards 2012

Scusate l'assenza di questi giorni ma sono volato con un transcontinetale Air Egypt a Los Angeles per i SAG Awards, i premi del sindacato americano dei lavoratori del cinema. Siccome da qui a febbraio ci aspettano anche i Bafta, i Grammy, gli Independent Spirit, i Razzie, i Lazzi, gli Estiquazzi ma soprattutto gli Oscar, mica mi posso giocare tutte le cartucce in anticipo.
Quindi vi propongo un'attentissima selezione di ciò che si è visto ieri sera sul tappeto rosso (dove per 'attentissima' leggi: le prime quattro foto a caso che m'hanno fatto rizzare il pelo). Da sinistra a destra: la bella Kaely Cuoco di "The Big Bang Theory" era arrivata col suo Romona Keveza bello normale ieri sera, ma da un pertugio deve essere saltata fuori Benedetta Parodi che l'ha messa a montare in un Kitchen Aid a spatole piatte ed il risultato è stato questa specie di Mont Blanc senza i marrons; un caso che secondo me dovrebbero studiare attentamente in America è la trasformazione di Nick Nolte da sex symbol anni '80 a alcolizzato in vena di prostitute, poi ad attore in cerca di nuova credibilità e infine di nuovo a barbone che si presenta a uno show dopo aver raccattato lo smoking dal cassonetto di Mike Tyson; ieri, poi, ad Emily Blunt avevano detto che avrebbe dovuto fare da madrina al convegno leghista di Cesano Boscone in cui si sarebbe sancita definitivamente la pace fra Bossi e Maroni, per questo ha scelto un adeguato Oscar de la Renta dopo essersi imparata a memoria tutte le fascette del Pantone sul colore verde e aver ovviamente fatto ricadere la scelta sulla tonalità più improbabile; e, infine, dopo la serata di ieri è giunto il triste annuncio che gli stilisti di Badgley Mischka, dopo 23 anni di onorata carriera, lasceranno il mondo della moda: dopo aver fasciato Melissa McCarthy (ve la ricordate in "Una mamma per amica"?) in quella tunica blu formato famiglia hanno deciso che il loro contributo al mondo della moda poteva considerarsi esaurito (ieri sera vestivano anche questa, per dire: http://www.huffingtonpost.com/2012/01/29/sag-awards-2012-red-carpet_n_1240651.html#s647975&title=Amber_Riley_in ), e anche le loro vertebre cervicali.
Io ve lo dico, se queste sono le anticipazioni di ciò che accadrà agli Oscar, ne vedremo delle belle.


lunedì 16 gennaio 2012

Golden Globes 2012

Il commento al red carpet dei Golden Globe Awards, tenutisi ieri a Los Angeles. Qui la fotogallery di riferimento.

Benvenuti sul TAPPETO ROSSO DEI GOLDEN GLOBE AWARDS 2012, dove tutti quanti noi possiamo sentirci delle star e fare quello che fanno le star: cioè parlare solo di marche di vestiti, sparlare di altre star e bere alle 10 del mattino (al bere dovete pensarci voi, per il resto eccomi qui).
Tralascerò qualche squinzia scononosciuta dai vestiti più improbabili dei loro nomi, quindi saltate qualche foto: cominciamo subito con la coppia più eccentrica di Hollywood, Angelina Jolie con un Versace elegantissimo, peccato che sia stata pugnalata a una spalla, e Brad Pitt (in Ferragamo) che cammina col bastone in conseguenza al fatto che, avendo rifiutato di adottare il quindicesimo bimbo indocinese, la Jolie l'ha buttato giù per le scale (vedere espressione di lei); Charlize Theron fa sempre la sua porca figura in Dior Couture, ma dovrebbe smetterla di permettere a Suri Cruise di fargli il taglia e incolla sui vestiti; Michelle Williams non s'è più ripresa voi sapete da cosa, e quindi soprassediamo sul suo vestito a stampa di leopardo dei Puffi; Emma Stone ha un'espressione così incazzata perché ha appena scoperto che la moglie dell'assistente alle luci usa un Lanvin tanto cheap quanto il suo per lavare le finestre; Kate Winslet dovrebbe anche piantarla di vestirsi come una suora laica, lo capiamo lo stesso da soli che ha 50 anni e cerca di darsi un tono; menzione d'odio speciale per Lea Michele di Glee, che si crede la più figa del mondo solo perché ha delle piante messe a casaccio a coprire le zinne e in bocca ha ottantaquattro denti invece di trentadue e tiene a mostrarceli uno per uno ogni volta; qualcuno spieghi a Nicole Kidman che se lei è già così pallida di suo che riflette la luce del Sole manco fosse la Luna, non può mettersi un Versace più bianco di lei, sta scritto nell'ABC dello stile delle Giovani Marmotte voglio dire; Zooey Deschanel credeva di essere stata invitata, in ritardo, all'anteprima di Tron Legacy e quindi si è messa un videogioco sul vestito, mentre Evan Rachel Woods è riuscita ad accaparrarsi l'unico Gucci imbastito squoiando un pavone, bel coraggio; perdonate Juliana Margulies, che stava andando alla sua lezione di pilates in un sobrio abito in microfibra elasticizzato e anche Tina Fey che a una festa doveva uscire dalla bomboniera regalo ma poi non è più riuscita a staccarsene; Mark Wahlberg ci ha ascoltato e si è messo un po' a dieta, ma ha ancora un problema con i barattoloni formato famiglia della Nutella; scopriamo stasera che Natalie Portman ha lo stesso problema di Wynona Ryder o come diavolo si scrive, insomma ha tentato di portarsi via il letto a baldacchino dell'hotel nascondendolo sotto la gonna (e altra regola dell'ABC delle Giovani Marmotte: se sei appena diventata mamma eviti di vestirti di rosa shocking); Julianne Moore è bellissima in uno Chanel audace anche se un po' incomprensibile (vedi, Nicole, la cosa che dicevo sulle pallide?); Jessica Alba potrebbe mettersi anche la divisa di Barbie Operaia Metalmeccanica e nemmeno un cieco potrebbe mai criticarla, credo io; Jessica Biel è appena uscita dal set della Sposa Cadavere, non ha nemmeno avuto il tempo di togliersi l'abito di scena, mentre Leo di Caprio questa sera non è potuto venire e ha mandato la sua statua di cera del Madame Tussauds; ipnotizzato dal labirintico corpetto di quella immigrata clandestina di Salma Hayeck, quasi quasi mi perdevo la gnoccolona da sbarco in Normandia Kate Beckinsale, da urlo in credo l'unico vestito decente mai disegnato da Roberto Cavalli; peccato che poi c'abbia pensato Madonna a rovinare la festa (Dio mi perdoni per ciò che sto per dire), perché aveva mangiato troppi spinaci la sera prima e se li è vomitati tutti sul suo già discutibile Reem Acra; io credo che Tilda Swinton (in un Ackermann carta di zucchero) sia fra le creature androgine più favolose al mondo, e ve lo dice uno che ha visto Cristiano Malgioglio da vicino, per cui...; devo fare l'ennesima battuta su quanto poco ci azzecchi George Clooney con la wrestler Stacy Keibler, perché lui dal mondo del wrestling avrebbe preferito prendersi uno tipo John Cena, o posso soprassedere?; l'unica ragione per cui Sarah Michelle Gellar possa essersi scelta un abito così osceno da sembrare il desktop di un Windows 98 con lo schermo rotto è che non si sia ancora ripresa da tutte le botte in testa che prendeva quando faceva Buffy, è l'unica spiegazione, davvero; in Monique Lhuillier anche Debra Messing, ancora favolosa ad anni di distanza da Will&Grace, ma non sono oggettivo, scusatemi; ecco, una tipa come Kyle Richards, con quelle due belle spalle da marinaio adetto allo scarico dei container, sarebbe perfetta come nuova fidanzata-copertura di Clooney, adesso gli mando un sms; il nostro giro si conclude con la nonna di Kelly Osbourne (in Zac Posen) beccata a vagolare per il red carpet alla ricerca della nipote a cui ancora doveva finire di rinfacciare il suo passato improponibile. Qui non c'è, ma se riuscite recuperate la foto di Viggo Mortensen, che, per solidarizzare con i dipendenti colpiti dai tagli di Trenitalia, si è vestito con un controllore dell'Eurostar e andava in giro a timbrare biglietti sul tappeto rosso (e Nicole Ritchie non l'aveva nemmeno obliterato).
In generale 'sti quattro straccioni di Hollywood poteva impegnarsi un po' di più, ma sapete che c'è la crisi e poi Rachel Zoe ha avuto un figlio e non è più quella di prima. Però è certo, Golden Globes significa apertura dell'Awards Season, e di conseguenza una cosa sola: tanti tappeti
rossi in arrivo. Io vi ho avvertito.

domenica 15 gennaio 2012

Shame on us

Shame è un film che racconta la spirale autodistruttiva della dipendenza sessuale. Esplicito fin quanto serve e suggestivo in ciò che lascia invece ad intendere, l'opera di Steve McQueen turba per la sua vena così profondamente umana e comune: apparentemente continuando a vivere la vita di sempre, Brandon (un Michael Fassbender dall'interpretazione statuaria e intensa), il protagonista, nasconde una compulsione che lo aliena dal mondo e dai sentimenti: il sesso, di qualsiasi tipo (soprattutto se virtuale o a pagamento), è per lui è una ragione di vita. Sarà la sorella, con la sua visita inaspettata e la sua complessità irrisolta, a rompere questo equilibrio folle e a far precipitare la disperazione della mania del protagonista.
La vergogna del titolo è, per me, proprio quella che potremmo provare ogni giorno tutti quanti, se ci mettessimo con onestà a osservare le nostre abitudini ossessive. Ma, come nel film, questo succede solo quando la tragedia ci mette faccia a faccia con la perversione malata ma autoaccettata della nostra vita, qualsiasi essa sia. Inquieto e inquietante, eccessivo, provocatorio e allucinato, Shame ci fa capire come siamo sempre pronti a biasimare gli altri piuttosto di riconoscere il demone che ci ossessiona. E non è un caso che la dipendenza più peculiare dei giorni nostri sia proprio quella sessuale, con la moltiplicazione dei mezzi che ce la propongono sfacciatamente anche nelle situazioni più quotidiane.
Anche la scelta degli attori (Fassbender in testa) è fatta secondo un criterio di estetica piacente ma normale, non plasticata e stereotipata, ma morbida e familiare. Per questa e altre ragioni, in qualche modo questo di McQueen è un film subdolo, con le sue scelte registiche mai banali e nessuna - proprio nessuna - successione scontata: è subdolo perché sembra che parli di qualcosa di completamente eccessivo, di completamente distante, e invece parla del buoi profondo dentro ognuno di noi.

venerdì 30 dicembre 2011

La grande menzogna

Ho scoperto quasi per caso (qui) che questo luglio è morta la scrittrice Agota Kristof. Nata nel 1935 in un piccolo villaggio in Ungheria, scappò nella Svizzera francese nel 1956 in seguito all'invasione sovietica per sedare la rivolta ungherese. La condizione di errante e l'onta della fuga saranno temi ossessivamente ricorrenti non solo nelle sue opere ma anche nella vita di tutti i giorni.
Naturalizzata svizzera, ha scritto solo in francese e mai nella sua lingua madre. Questa scelta, oltre a testimoniare ulteriormente la sua condizione di sradicata, ha dato origine a uno stile narrativo di una concisione impareggiabile; l'andamento scarno, essenziale e quasi elementare scava nel profondo delle parole rivitalizzandole e dando loro ancora più verità, una verità che invece una padronanza classica della lingua sembra camuffare nella retorica e nell'artificio. Mai una parola scelta caso, in Kristof, ogni frase costruita attorno alla sua cruda e tagliente essenzialità.
Ho letto proprio quest'anno La trilogia della città di K., la sua opera maggiore che racchiude Il grande quaderno, La prova e La terza menzogna, tre romanzi legati da una stessa vicenda eppure raccontati da punti di vista differenti. Tutto parte dalla storia di due fratelli, talmente uguali da apparire come un'unica coscienza narrante, che vengono abbandonati dalla madre presso la nonna al fine di salvarli dagli stenti della guerra: in un villaggio sperduto i due bimbi cresceranno prematuramente - anzi s'imporranno di crescere - e affronteranno le atrocità del mondo con astuzia e fermezza. Il modo in cui affrontano la vita e cercano di evitarne la tragedia li dipinge come esseri superiori, quasi al di fuori del concetto di moralità e, soprattutto, di verità. La loro crescita è costellata di vicende che metteranno a dura prova la loro integrità e forgeranno violentemente la loro autocoscienza (sembra che tutti i romanzi, poi, siano percorsi da un sotterraneo e invisibile filone psicanalitico). I due poi cresceranno, si divideranno, si ritroveranno, si scontreranno. E moriranno.
La storia è semplice, lo stile ancor di più. Eppure difficilmente si trovano marchingegni narrativi più sottilmente costruiti, più magnificamente architettati in modo da comunicare con asciuttezza e lasciare il lettore costantemente dubbioso, interdetto.
In Kristof niente è come sembra, ogni mossa è fatta per prepararne un'altra, ogni aspettativa è creata per essere disattesa, ogni verità è comunicata per anticipare la menzogna che essa trasmette. È una narrazione secca ed esplicita, cruda e violenta, ricca di vita eppure vuota di senso ultimo: come disse la stessa Kristof, "a forza di ripeterle le parole si svuotano di significato". Esattamente come la vita, che ci sfugge e ci sferza fino alla meta ultima. Eppure opere letterarie come questa sembrano dare una via di fuga, una finestra di tregua rispetto all'inarrestabile bugia del tutto.
Mi sembra che a fine d'anno sia una speranza di sollievo non da poco.