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lunedì 6 agosto 2012

Addio Mr Wiggles, amico mio


 Ho scritto per il nuovo Cabaret Voltaire questo pezzo sulla scomparsa del mio amico Mr Wiggles. Che era un orsetto, quindi impietositevi moderatamente.

Uno se ne sta in una località di mare, a bordo piscina, con un calice di prosecco ghiacciato alle 11 del mattino (perché l’alcolismo in vacanza non esiste), mentre si crogiola al sole noncurante dell’eritema che di lì a poco lo trasformerà in una brutta copia del protagonista di “Halloween”. Metti che uno, per vezzo, nello stesso momento si metta a sfogliare una rivista, tipo Internazionale. Ed ecco che il trauma è dietro l’angolo; perché quella domenica di luglio Giovanni De Mauro, direttore del settimanale, annuncia: “Qualche settimana fa è arrivata un’email da Neil Swaab: ‘The end of Mr. Wiggles. Ho disegnato questa striscia per tanti anni ed è stata la cosa più gratificante che abbia mai fatto. Ma Mr. Wiggles è arrivato al capolinea’.”
Ecco, ora non è carino parlare su una rivista bellissima dei pregi di un’altra rivista bellissima – tipo quelli che vanno ospiti in trasmissioni di altri gruppi televisivi e si prestano alla pantomima: “Allora quando parte il tuo nuovo show?” “Oddio, ma posso parlarne? Cioè, anche se è della concorrenza?” “Beh, sì.” “Sicuro?” “Certo.” “Ah, beh allora…” – però Internazionale, oltre a tradurre ogni settimana il meglio della stampa di tutto il mondo, offre anche una selezione di strisce comiche e vignette davvero eccezionali. E “Mr Wiggles” era una di queste, era anzi la migliore. Io cominciavo a leggere sempre da lì.
E perché la chiusura di Mr Wiggles deve essere accolta con il più grande sgomento? Perché Mr Wiggles era una striscia impareggiabile: innanzitutto perché il protagonista del titolo è un orsetto erotomane, tossicomane, razzista, misogino, acido, psicotico, parassita, inconcludente, sboccato. Cosa volere di più?
La prima vignetta fu pubblicata il 27 settembre 1999: l’orsetto Wiggles è di fronte a un’assistente psicologica che deve seguire la sua terapia, essendo lui accusato di “indecent exposure, gross sexual misconduct, corruption of a barnyard animal, misuse of a shampoo bottle, anal negligence and parking in a loading zone” (meglio non tradurre); per vederle pubblicate in Italia bisogna però aspettare il novembre 2004: la prima avventura italiana di Mr Wiggles lo vede alle prese con una donna delle doti anatomiche alquanto peculiari (“Vedi, quando un uomo paga per i servizi di una prostituta, si aspetta tutta una serie di cose…” – “Il problema è la mia vagina orizzontale?” – “Non posso dire che il problema non sia la tua vagina orizzontale”).
E da lì è un susseguirsi di avventure, battute, vicende che più politicamente scorrette e dissacranti non si può, tutto al motto più volte sbandierato di “Deviancy has never been so funny” (La devianza non è mai stata tanto divertente). In effetti Mr Wiggles strappa risate irresistibilmente di pancia anche quando fa o dice le cose più improbabili: passa dall’elogio del crack alla dissacrazione di San Valentino, dall’incatenare un’anziana al termosifone al sedurre un tacchino per il Thanksgiving, dal fornire ambigue lezioni di lotta a un adolescente al proporre sesso occasionale a lesbiche in un bar.
Ovviamente tutto ciò che Mr Wiggles fa è esecrabile e aberrante: se solo non fosse un orsetto a compiere tutte quelle azioni, la prima reazione sarebbe quella di disgusto; ma Mr Wiggles, proprio per il fatto di essere un animale così diverso da noi eppure così familiare e quasi tenero all’aspetto, può permettersi di scavare nelle profondità più torbide delle nostre ossessioni e delle nostre paure, può prendersi gioco di convenzioni e moralismi che mettono a nudo i nostri punti deboli. Sesso, paranoie, dipendenze, violenze psicologiche e fisiche di vario tipo: non sono per caso le cose a cui pensiamo o di cui sentiamo parlare più spesso, e sempre più spesso nel modo più sbagliato o noioso?
Mr Wiggles è una specie di antieroe dei tempi moderni, come antieroi siamo ormai tutti quanti, ed è tanto più apprezzabile perché la sua arma principale è quella di un linguaggio ficcante, ironico, irriverente, cinico all’inverosimile.
Tutte le cose belle, però, prima o poi finiscono: Neil Swaab, il vignettista americano che ha disegnato il terribile orsetto per più di dodici anni, ha deciso di concludere le pubblicazioni con la vignetta numero 666 prima di doverlo trascinare senza più stimoli (le grandi dive, si sa, si ritirano sempre al culmine della fama). Nell’ultima vignetta, Wiggles, accusato di terribili crimini, deve fuggire su un treno e salutare il coinquilino di una vita (la controparte di Swaab, appunto): la scena è quasi commovente, se non fosse l’ultima battuta dell’orsetto: “Hey, Neil. That cloud behind you… it looks like a penis.” (anche qui sorvoliamo sulla traduzione).
Ha proprio ragione De Mauro: “Mr Wiggles è l’amico cattivissimo che racconta barzellette feroci, ma così divertenti da far ridere fino alle lacrime. E dalla prossima settimana ci mancherà.” Le vignette si possono trovare su internet, però, sul sito di Internazionale e su mrwiggleslovesyou.com. E quindi forse Mr Wiggles ci mancherà un po’ meno.


martedì 22 maggio 2012

Il romanzo è morto, e nemmeno io mi sento tanto bene

Ho scritto questi due o tre sproloqui sulla morte del romanzo per il nuovo numero di Cabaret Voltaire.


Già negli anni Dieci del Novecento il romanzo non si sentiva tanto bene: il modernismo aveva ben pensato di tagliuzzarlo, frammentarlo, moltiplicarlo, sperimentarlo, e molto spesso non concluderlo. Ma lui era lì, un po’ acciaccato ma che si difendeva, aveva ormai vinto la sua centenaria battaglia con la sorellastra, la poesia, che avrebbe prodotto ancora qualche slancio di orgoglio e poi si sarebbe definitivamente arresa.
Poi sono passati un po’ di anni, è venuta la guerra, il postmodernismo (ma oggi è finito anche quello, dicono), il Sessantotto, quei mattacchioni dei decostruzionisti. In poco tempo si decise che: erano morte le certezze. Era morta la verità. Era morto anche l’autore. Praticamente il romanzo ha pensato bene di mettersi in coma.
E guardandosi bene attorno, oggi, vien da dire che molto probabilmente, nel frattempo è passato a miglior vita. Pensateci bene: pensate all’ultimo bel romanzo che avete letto di recente. E quando dico romanzo, voglio dire romanzo, un po’ all’ottocentesca: grande intreccio, personaggi profondi e in evoluzione, strutturazione complessa di spazio e tempo ecc. Per carità, non vuol mica dire che tutti i libri devono assomigliare ai Promessi sposi, a Tempi difficili, a Il conte di Montecristo per essere romanzi, anzi. Però quella dimensione romanzesca lì, della struttura ampia, del grande respiro, è andata perduta.
Un po’ è stato anche per l’avvento della letteratura di genere (Trivialliteratur, dicono quelli che se la tirano sapendo il tedesco): i gialli hanno un successione prestabilita e prevedibile; i romanzi rosa sono talmente intorcolati e inverosimili da dimenticarsi a volte della coerenza dell’intreccio; i thriller e i noir possono limitarsi a seguire il modello di James Bond; la letteratura comica non ha bisogno nemmeno di fare i conti con le convenzioni letterarie.
Ma allora cosa resta? In realtà qualche tentativo di romanzo in quanto tale si continua a fare: la situazione, in Italia ad esempio, mostra che questa struttura fluida di racconto delle storie e della vita si è adattata ancora una volta, mutando proteicamente in una forma ancora nuova. Veloce e baluginante è la realtà, veloce e baluginante sono i romanzi: storie essenziali e suggestive, capitoli brevi e brevissimi, molte sospensioni e ellissi, molti dialoghi (o pochissimi, ma senza vie di mezzo), una narrazione che procede per immagini più che per descrizioni e relazioni di fatti ecc. Diciamo tutto come in Baricco.
Anche una delle opere più belle dell’anno scorso, La vita accanto di Mariapia Veladiano rispetta questo nuova modalità romanzesca: lì sono le suggestioni, gli odori perfino, le immagini pitturate con maestria a dare il senso di una vera letteratura.
Quest’anno si è parlato molto de Il bambino indaco di Marco Franzoso: un’altra storia avvincente e di grande impatto (quasi violento) sul lettore è trattata per flash, più per cose ed emozioni suggerite col non detto che per il detto. Alla fine è un libro interessante e anche insolito, però si rimane come in attesa di un’apertura, di qualcosa di più grande e imponente e velato.
Un tentativo di rappel à l’ordre l’aveva provato, sempre l’anno scorso, Alessandro Mari con Troppa umana speranza: però lì l’ambientazione ottocentesca, l’impalcatura obsoleta da romanzo storico e alcuni problemi linguistici (se n’è accorto anche qualche storico della lingua), avevano minato fortemente il risultato.
Gli unici che forse fanno ancora romanzi nel senso profondo del termine sono gli americani, come avrà notato chi ha letto l’ultimo Franzen o l’ultimo Eugenides. Ma quelli nei libri ci mettono dentro interi universi, l’intera America quasi, e quindi ancora una volta la definizione di romanzo sta stretta.
In realtà bisognerebbe anche rassegnarsi: il romanzo come lo conoscevamo, per la sua stessa natura di essere un genere non codificato rigidamente, ha subito evoluzioni tali da modificare la sua stessa natura. Ora siamo di fronte a nuove forme di espressione narrativa, e forse anche ad una fase in cui interrogarsi sull’etichetta da dare ai libri ha un senso solo relativo. Meglio interrogarsi su cosa sia buona letteratura, e basta.
Piuttosto sarebbe interessante vedere come anche in Italia stia trovando una vitalità nuova la forma del racconto, qui sempre bistrattata. Però poi c’è sempre qualche critico letterario su un grande giornale che paragona l’ultima fatica di Ligabue a Raymond Carver, e allora lì ti metti a sperare che non sia solo il romanzo l’unico ad andare incontro a una fine indecorosa.

mercoledì 5 ottobre 2011

Incipit&Explicit 3

(da Cabaret Voltaire di maggio)

Se iniziare uno scritto pare un’impresa titanica, finirlo lo è altrettanto, o forse di più: il rischio di cadere nel cliché, di dire troppo, di dire troppo poco è continuo e lacerante. Non resta che imparare dai grandi maestri, e rassegnarsi all’inscrutabile mistero emotivo e letterario che le conclusioni dei romanzi e dei racconti rappresentano.

Sono soprattutto gli scrittori americani, sulla scorta dei modernisti inglesi, ad aver magistralmente affinato la tecnica della rifinitura degli explicit: in particolare uno, secondo me, ha raggiunto vette inarrivabili. E’ Raymond Carver, che nella vita ha scritto praticamente solo racconti che sono di un equilibrio e di una compostezza al limite dell’inverosimile.

Carver ci fa entrare nelle sue storie di netto, e altrettanto nettamente ce ne fa uscire; niente fronzoli, niente digressioni, niente slanci verso il futuro: è come se illuminasse una stanza abitata dai suoi personaggi – tutti a loro modo disperati, ossessionati, irrisolti, spessissimo schiavi dell’alcool come lo fu lui nella vita – e a un certo punto, passato il tempo ritenuto necessario dall’autore, spegnesse la luce d’un tratto. Quei personaggi, quelle storie scompaiono nello stesso bagliore in cui erano apparsi: di loro non sapremo più nulla, anche se ci rimarranno un po’ dentro.

L’estrema sapienza di Carver, quel suo stile così asciutto e sfacciato e estremamente sincero è anche dovuto al massiccio intervento dell’editor che ne curò le opere, Gordon Lish, a volte operando tagli arbitrari e pesanti; tuttavia tornando a leggere le versioni originali, ad esempio nella raccolta Principianti (Einaudi), si riconosce sempre quell’inconfondibile stringatezza carveriana, quella sua volontà di esprimere tutto dicendo però solo l’essenziale. E, ancora una volta, quei finali così stupendamente letterari, nel senso che fanno percepire quanto potente sia la letteratura: è l’autore che decide quando è abbastanza, quando tutto deve finire, e il lettore se ne deve stare lì, accettando e rimuginando.

Se volete farvi un’idea dei racconti di Carver, fra tutti “Una cosa piccola ma buona”, “Di’ alle donne che usciamo” e “Cattedrale”.

Incipit&Explicit di questo mese:

Luca Sofri, Un Grande Paese (Bur Rizzoli)

“I tram di Milano hanno degli orari. Quando ci venni a vivere fu la prima cosa che notai, assieme al fatto che a Milano non c’è la nebbia. Nella città di provincia in cui vivevo si aspettava l’autobus fino a quando passava. Va’ a sapere quando.”

*

“E con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia del cielo su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l’abbiamo consegnato intatto alle generazioni future.”