martedì 15 maggio 2012

Un giorno a M.A.C.A.O.

Macao è un laboratorio di sperimentazione culturale, artistica e intellettuale di natura partecipativa e democratica. É salito alla ribalta della cronaca quando, lo scorso 5 maggio, un gruppo di volenterosi ha occupato la Torre Galfa, un enorme grattacielo poco distante dalla Stazione Centrale a Milano, di proprietà della Sai di Ligresti ma da anni abbandonato a se stesso in piena città. I ragazzi e le ragazze di Macao se ne sono riappropriati simbolicamente, anche come segno di una nuova volontà giovane e spontanea di sovvertire gli effetti più immobilizzanti del sistema capitalistico per generare energia creativa, quasi fosse una specie di Occupy del mondo culturale. Nei giorni scorsi sono arrivate le adesioni di molti personaggi pubblici, fra cui Dario Fo, Afterhours, Wu Ming, Daria Bignardi e altri.
Oggi però, dopo dieci giorni di laboratori, dibattiti, concerti e attività condivise, è stato ordinato lo sgombero e Ligresti ha pure minacciato querela per coloro che sono stati identificati. Ma quelli di Macao, fieri e un po' incoscienti, non si sono arresi e hanno trasformato l'occupazione verticale del grattacielo in occupazione estesa dello piazzo antistante, con buona complicità del benzinaio di fronte che ha pure fornito l'elettricità. Sono continuate per tutta la giornata le attività, i banchetti di studio, le performance (tre ragazze si sono stese a terra come cadaveri per simulare l'omicidio di idea, arte e creatività), perfino la distribuzione di granite, ma soprattutto l'assemblea pubblica, partecipata libera e condivisa. 
Gli organizzatori e chi interveniva dal pubblico gremito sottolineavano come il progetto di Macao ha ridato speranza riguardo non solo alla cultura, ma anche rispetto ai temi della gestione degli spazi urbani, della collettività giovanile e anche della partecipazione diretta alla democrazia; si è ribadito che quello non è stata solo una occupazione ma anche un nuovo mondo di prendere posizione e di agire nei confronti della città, di imporre la volontà dei molti contro la prevaricazione dei molti. "Che cos'è un grattacielo occupato di fronte a un grattacielo in costruzione?", ricorda  uno dei partecipanti al dibattito alludendo ai palazzi in costruzione per l'Expo di lì a pochi metri ma anche alla potenza eversiva di un'occupazione come quella di Macao: "Macao è come una cesta di semi, e le forze dell'ordine rovesciandolo non hanno fatto altro che spandere ancora più ad ampio raggio questi semi". Qui si citando Platone, Brecht, Brodillard. Tutti sono riuniti nella convinzione di aver qualcosa da dire e, constatando l'impossibilità di farlo attraverso i mezzi tradizionali, di avere il diritto di ricavarseli da soli quei mezzi. Non si vuol sentire parlare di soldi, qui in piazza, perché è proprio una gestione capitalistica della cultura, che è "artigianato e non industria" ricordano gli organizzatori, che si vuole contestare con questo atto simbolicamente eversivo, eppure straordinariamente pacifico.
Nel pomeriggio si attendeva poi l'intervento del sindaco Pisapia, accusato da più parti di aver atteso troppo a lungo prima di cercare una soluzione, che poi è stata quella sbagliata. Pisapia, ben conscio del fatto che molte delle componenti in piazza oggi fossero fra quelle che lo scorso maggio hanno contribuito alla sua vittoria dal basso, si è presentato poco prima delle sette e per un po' ha ascoltato lo svolgimento dell'assemblea. È stato annunciato con un semplice "e ora la parola a Giuliano": pur riconoscendo che il movimento di Macao è una ricchezza per aver sollevato questioni importanti per un rinnovamento della città che vuole
perseguire lui stesso, Pisapia ha ammesso francamente l'impossibilità di ritornare alla soluzione della Torre Galfa, però comunincando la decisione della Giunta di assegnare a quel movimento e ad altre associazioni che lo volesso sfruttare gli spazi dell'ex Ansaldo, disponibili fra poche settimane. Pisapia ha poi anche ringraziato i partecipanti a Macao per "averlo tirato per la giacchetta", come aveva invitato lui stesso a fare ai cittadini che gremivano Piazza Duomo la sera della sua elezione.
Il pubblico di Macao ha assistito speranzoso ma anche un po' scettico, sollevato da un sindaco che si mescola a loro per discutere del problema ma anche in qualche modo avvilito dal fatto che si debba ancora una volta temporeggiare. Perché Macao è stato un fenomeno che ha voluto bruciare le tappe e, ribollendo di energia, ha continuato e continua a lavorare irrefrenabile contro le lungaggini di un sistema culturale che più che produrre prospettive, prospetta intoppi e pastoie. I responsabili ci tengono a precisare che "nessun bando avrebbe potuto generare tutto questo".
C'è un bel pezzo di mondo oggi in via Fara, di fronte alla Galfa: i soliti giovani un po' alternativi e un po' fattoni che ti aspetteresti, ma anche tanti studenti diversi fra loro, gente un po' più matura (compresa una signora altera con elmetto da lavoro in testa e walkman da antiquariato alle orecchie), padri con figli appresso, fotografi e giornalisti, anziani che volantinavano per altre cause. Tutto un mondo che si muove, che cerca di riappropriarsi di spazi che nella vita quotidiana uno dà per scontato gli siano preclusi. 
Ora non si sa cosa farà Macao, se accetterà i nuovi spazi o si evolverà in qualcosa di diverso: di sicuro l'assemblea pubblica continuerà in piazza (coi generatori, perché nel frattempo il benzinaio ha chiuso) questa sera, per tutta la notte e poi anche domani mattina. Poi si sta costituendo un'associazione che dia uno statuto giuridico al movimento. In ogni caso, nonostante lo sgombero, questa è stata una giornata da ricordare per Macao, che é divenuto grazie all'apertura alla piazza qualcosa se possibile di ancora più grande e inaspettato. Come le vere opere d'arte che colpiscono tutti.

p.s. Nel frattempo potete aiutare Macao firmando l'appello su macao.mi.it/appello.

lunedì 14 maggio 2012

La paura non esiste, il coraggio di cambiare sì

Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Tiziano Ferro all'Arena di Verona, ultima di tre date tutte esaurite. Sì, lo so, adesso vi scorticherete il cuoio capelluto dallo schifo, vi si strapperanno le mutande dalla derisione, vi lancerete nel caminetto per l'indignazione. Però Tiziano Ferro è bravo: ha tenuto per due ore di concerto una voce impeccabile,  si muove bene, parla poco e canta tanto, quando parla lo fa per ringraziare con un'umiltà che a un certo punto sembra quasi incredibile, oppure per ricordare di donare il sangue mettendosi in contatto coi volontari dell'Airc. E questo dettaglio è, secondo me, fondamentale: perché a quanto mi risulta un po' dovunque gli omosessuali, anche se in relazioni monogamiche durature, non possono donare il sangue. Quindi questo è un dettaglio che racconta di generosità, una generosità che nasce dall'esclusione.
E Tiziano Ferro è bravo anche perché ha sempre raccontato con grande franchezza dei suoi conflitti interiori (e qui non sto parlando di identità sessuale, ma di qualcosa di più ampio): riascoltando le canzoni anche più mainstream ("Xverso", "Le cose che non dici", "La paura non esiste"), questo dissidio percorre tutti i testi in modo nemmeno così sottile. I suoi brani, a parte la patina pop facile e orecchiabile, un po' sorniona, sono quasi sempre poco banali, ricercati, molto vissuti e poetici: non ci sono mai lezioni nei suoi testi, ma analisi di sentimenti e di brandelli di vita.
Ferro è ancora più bravo perché questo dissidio in qualche modo l'ha vinto: ne ha sempre parlato con allusioni intense e coraggiose, l'ha affrontato, l'ha reso poesia e ha così conquistato migliaia di fan. Ha sempre fatto leva sul suo talento (che è stato la sua salvezza, anche), si è salvato dalle tenebre senza vergognarsene (tenendo un segreto, ma alla fine assumendosene la responsabilità con coraggio), e condivide questo dissidio sul palco col suo pubblico, mentre dimostra sempre grande normalità, grande umiltà: ringrazia sempre, ricorda spesso i musicisti sul palco con lui, non canta quasi mai al centro del palco ma sempre un po' defilato.
Dicevamo dell'esclusione, prima. Ferro l'ha trasformata in inclusione, e condivisione. Ecco forse perché il suo pubblico è così eterogeneo: è facile un po' per chiunque identificare in quel ragazzo obeso che non accettava se stesso che ha saputo cantare virtuosamente fino a trasformarsi in una superstar acclamata in mezzo mondo, un proprio disagio che si avrebbe sempre voluto trasformare in energia positiva. E cos'è un concerto - all'Arena, poi - se non energia positiva pura che si scatena.














p.s. Comunque non preoccupatevi, i difetti ce li ha anche Tiziano Ferro: il momento un po' swing con "Tvm", "Quiero vivir con vos" e "L'olimpiade" non era del tutto convincente, e non parliamo di quando si concia da rapper per riproporre "Perdono". Ma l'imperfezione (limitatissima, in questo caso) fa sempre parte del discorso che ho fatto finora.

domenica 6 maggio 2012

La vita, un giorno

Ieri sera ho visto Life in a Day, ambizioso e suggestivo film nato da un progetto di YouTube (si può guardare intergralmente ), che ha chiesto ai suoi utenti di postare un video che raccontasse una loro giornata tipo dall'inizio alla fine, rispondendo nel frattempo alle domande "Cosa ami?", "Cos'hai nelle tasche?", "Di che cosa hai paura?". Tutti dovevano raccontare lo stesso giorno: il 24 luglio 2010. Sono arrivati da tutto il mondo 80mila video e 4500 ore di immagini, di cui i produttori Tony e Ridley Scott e il regista Kevin MacDonald hanno selezionato circa un'ora e mezza di materiale. Il risultato è a dir poco sorprendente: catturando frammenti di esistenza da un capo all'altro del mondo, mettendo a confronto stili di vita e situazioni le più disparate, il film è proprio un mosaico (ovviamente parziale, ovviamente imperfetto, ma già grandemente molteplice) della vita umana.
Risvegli, colazioni, malattie, nascite, viaggi, animali, sorrisi, lacrime, amori, delusioni, rabbie, povertà, gioie, riscatti, perdizioni, emozioni, speranze, insicurezze, fanatismi, fantasmi, follie: la sensazione è che in questo film ci sia dentro proprio la vita, la sua complessità, le sue contraddizioni; se ne vede il fluire, dalle prime luci dell'alba al ritorno delle tenebre, il suo scorrere fra momenti semplici e apparentemente insignificanti e quelli invece più indimenticabili e significativi. Fra le storie che restano più impresse ci sono quella del ciclista coreano che ha girato nove anni il mondo per diffondere il suo messaggio di pace e riunificazione (è stato investito sei volte, e crede che gli automobilisti siano un po' dovunque nel mondo "un po' incauti"); la madre operata di cancro, con profonde ferite postoperatorie, che cerca di tranquillizzare il figlio, col marito che ammette di essere "fearless", dopo la malattia della moglie;
Un montaggio serrato e parallelo e una colonna sonora delicata contribuiscono a un effetto di grande omogeneità: pur accostando persone lontanissime fra loro, geograficamente e socialmente, il film mostra come tutte le giornate, pur essendo diverse fra loro, si assomiglino un po' tutte, e anche le vite - con i loro momenti belli e brutti, banali e incredibili - siano molto simili fra loro. Ciò non toglie nulla alla loro bellezza e unicità, comunque, e come dimostra il messaggio finale di una ragazza americana, ogni parte, ogni giornata di una vita, anche se in essa non succede nulla di straordinario in sé, dimostra comunque una straordinarietà intrinseca e irrinunciabile.
La vita è così, in effetti: fatta di momenti, di istanti, di gesti piccoli e grandi, di persone che conosciamo o con cui ci scontriamo, di attimi che vogliamo ricordare (o dimenticare, esorcizzare), filmare, condividere, di una vitalità che non possiamo negare e che in qualche modo ci accomuna tutti, nonostante differenze di luoghi, abitudini e condizioni sociali. È soprattutto nelle paure, nelle paure che tutti prima o poi abbiamo il coraggio di manifestare, che si vede questa somiglianza universale.
La vita passa, per tutti, eppure tutti queste persone che hanno condiviso le loro 24 ore, in qualche modo l'hanno immortalata, e sopravviveranno in questa testimonianza quasi una. Il mondo racchiuso in un giorno, un giorno racchiuso in una vita.


sabato 5 maggio 2012

Pop Jam/1: Coldplay e Rihanna, Marina and the Diamonds, Kylie, Lady Gaga, Justin Bieber

 >  È uscito negli Usa in febbraio, ma in Europa si sta facendo sentire solo dallo scorso mese il quarto singolo dell'ultimo album dei Coldplay, "Princess of China", a mio parere la migliore traccia del disco dopo "Paradise" e "Up in Flames". Il brano è una collaborazione con Rihanna e ancora non è stato prodotto nessun video ufficiale (ci sarà alla fine di maggio, pare). Intanto su TouTube girano le screen projections usata dalla band durante la leg americana del loro Mylo Xyloto Tour (qui in Italia arriveranno, a Torino, il 24 maggio, ma è già tutto esaurito), in cui si vede Rihanna agghindata da "gangsta gesha", con braccia che le si moltiplicano attorno da ogni parte.



 >  Un po' a sorpresa (mia), sta uscendo il nuovo album di Marina and The Diamonds, artista gallese dalla voce assolutamente peculiare che fu una delle rivelazioni più interessanti dell'estate di due anni fa con l'album The Family Jewels (da recuperare: "Oh No!" e "Hollywood"). Ora torna con un nuovo disco, Electra Heart, prodotto fra gli altri da Greg Kurstin (il musicista dietro agli ultimi album di Lily Allen e Katie Melua) e Stargate (il team che ha prodotto successi come "S&M" di Rihanna e "Beautiful Liar" di Beyoncé e Shakira), dalla forte impronta femminile e femminista e una imagery che è un mix, per stessa ammissione dell'artista, fra Marylin, Madonna e Maria Antonietta. "Primadonna" è il singolo di debutto.



 >  È un grande anno per Kylie Minogue: il suo debutto musicale infatti fu, con "Locomotion", nel 1987 e nel 2012 sta dunque celebrando i 25 anni di carriera discografica. Dopo aver regalato ai fan sette date esclusive del cosiddetto Antitour (concerti in piccole location in cui eseguiva solo b-sides, rarità o pezzi mai fatti prima dal vivo), la cantante australiana si appresta a una doppia release nei prossimi mesi: a maggio pare uscirà una raccolta dei suoi successi riarrangiati in chiave orchestrale e registrati negli storici Abbey Road Studios di Londra; in giugno, invece, sarà la volta di un greatest hits classico, con 21 brani che ripercorrono la sua storia musicale (fra cui 5 numeri uno in Uk). Nel frattempo sta preparando anche molti eventi live: in luglio dovrebbe partecipare al grande concerto commemorativo organizzato da Stock, Aitken and Waterman, fra i più grandi produttori inglesi degli anni '80; il 18 settembre, invece, sarà ad Hyde Park ad esibirsi con la BBC Orchestra nella cornice dei raffinati Proms in the Park della Royal Albert Hall; infine, le è stato recentemente affidata l'organizzazione dello spettacolo del veglione di Capodanno di Sydney. E non parliamo del nuovo album in studio, previsto per i primi mesi dell'anno prossimo. La storia continua...















 >  Non so se qualcuno ha provato ad acquistare i biglietti per il concerto di Lady Gaga, che arriverà in Italia il 4 ottobre. Beh, su internet dopo 15 minuti i biglietti erano già esauriti. Informatomi meglio, ho anche scoperto che nei negozi autorizzati quei biglietti non sono mai praticamente arrivati, in quanto durante la settimana di prelazione (cioè il periodo in cui addetti ai lavori e affini hanno la possibilità di prenotare biglietti in anticipo rispetto alla release pubblica) aveva già fatto incetta di una quantità esorbitante di entrate. Non resta dunque che sperare nell'aggiunta di nuove date o... nella fortuna dei bagarini. Nel frattempo il Born This Way Ball Tour è partito in Estremo Oriente, con prime date a Seoul e Hong Kong: dicono che la cantante faccia cose turche, dal sedersi su un divano di carne al farsi appendere a ganci da macellaio (in Corea lo show è stato vietato ai minori). Il palco è dotato di una scenografia che ricorda un castello e anche di un "pozzo", in cui i fan che sono arrivati per primi (o hanno preso i biglietti più costosi) possono godere di uno spettacolo ravvicinato: ogni sera il Monster Pit, questo è il nome della zona, è aperto dal primo fan in coda ad aspettare l'entrata, con una chiave che lo stesso fan dovrà poi firmare e riconsegnare a Gaga che lo terrà in ricordo. Cosa non farebbe per i suoi little monsters...












 >  Ultimo appunto, una nota dolente: sta per uscire il nuovo disco di Justin Bieber, si chiamerà Believe. Credeteci o meno, io vi ho avvertito.

martedì 1 maggio 2012

Stuff i've been reading/5


David Leavitt, La lingua perduta delle gru, Mondadori
Uscito alla fine degli anni Novanta, questo libro, assieme al suo autore, divenne praticamente di culto. Più per immedesimazione di un certo pubblico di lettori, credo io, che per effettivi meriti letterari dell'opera. Ambientato in una New York insolitamente poco ospitale, il romanzo racconta la storia di Philip, giovane omosessuale dalle grandi incertezze emotive, e dell'universo di personaggi più o meno repressi che gli ruotano attorno: sono soprattutto il padre, anche lui omosessuale ma in the closet e con un sacco di segreti accumulati negli anni, e la madre, frustrata da un matrimonio ormai fasulla e dall'insicurezza incombente sul suo futuro, a catturare l'attenzione del narratore e dei lettori. Un'attenzione che sfocia ogni tanto nel fastidio, perché tutti i personaggi, concentrati come sono nei loro dissidi interiori, vengono rappresentati anche nella paralisi paurosa della loro condizione. La storia va avanti a fatica in una successione quasi forzata di insuccessi e delusioni, per non parlare delle frustrazioni: inutile dire che tutto si conclude con un finale sospeso, in cui tutti i protagonisti si trovano davanti alle questioni più cruciali della loro esistenza, senza che a noi venga dato il minimo indizio su come (e se) le risolveranno. Anche lo stile è talvolta banalmente trascurato (e si ha il forte dubbio che non sia gran colpa della traduzione). Appunto, l'unica forza del libro sta nel documentare un periodo storico e un ambiente preciso dell'omosessualità newyorkese anni '90 ancora sospeso fra ambiguità, promiscuità e repressione. E in certi casi ci si domanda se qualcosa sia veramente cambiato.

Jan-Philipp Sendker, L'arte di ascoltare i battiti del cuore, Beat-Neri Pozza
A volte ci diamo tali arie da critici intellettuali che facciamo di tutta un'erba un fascio, e quindi anche tutti i romanzi sentimentali vengono bollati aprioristicamente come banali o mediocri. Questo romanzo di Sendker, pur nella sua semplicità e nonostante qualche tic linguistico forse troppo abusato (la prima parte è piena di insopportabili quanto numerosissime domande retoriche che la protagonista rivolge a se stessa), ha il pregio di raccontare con grande trasporto una storia d'amore e di ricerca resa ancora più affascinante dalla magica e misteriosa ambientazione birmana. Julia Win, quattro anni dopo la scomparsa del padre che sparisce senza dare notizie, si mette sulle sue tracce e approda nel paese natale di lui, Kalaw: qui un misterioso vecchio le racconta con parole magiche e sognanti il clamoroso passato del padre e soprattutto la grande storia d'amore che ha segnato la sua esistenza. Tutto è raccontato con dolcezza e raccoglimento, in un sentimentalismo che si salda talvolta a un misticismo non banale anche se elementare. Soprattutto se per amore si è sofferto (o si sta soffrendo) veramente, questo libro è una pausa rinfrescante ed emozionante: perché non insegna veramente come ascoltare i battiti del cuore, ma consiglia almeno di provare a mettersi in ascolto. Forse è l'attesa e il concedersi tempo la più grande lezione del libro.

Nicola Gardini, Le parole perdute di Amelia Lynd, Feltrinelli
Se non mi fossi trasferito a Milano da qualche tempo, questo libro forse l'avrei capito meno: perché essenzialmente il motore centrale delle dinamiche narrate è un condominio della periferia milanese, e in particolare la portineria di questo stabile. Lì il giovane protagonista Chino è testimone delle fatiche della madre Elvira, la portinaia (o come preferirebbe lei, custode) appunto, dei soprusi e delle malignità infertele dalle gallinacee condomine, delle vite più o meno strampalate, sempre più o meno tristi che animano quell'universo colorato e ingestibile. A sconvolgere l'esistenza non proprio pacifica del condominio è l'arrivo della misteriosa Amelia Lynd, che è tutto ciò che le altre signorotte del palazzo non sono: colta, riservata, spartana, controllata, non convenzionale. Sarà soprattutto il giovane Chino a trovare in lei un'ancora per uscire dall'umiltà della sua condizione e dalla falsità del mondo vuoto del pettegolezzo e dei sogni mancati. Una chiave di lettura della storia è proprio questa: ci si salva dalla solitudine (personale, affettiva, intellettuale) solo se ci si abbandona a conoscenze di persone che ci salvano, ci fortificano, ci guidano nella strada. Chino - anzi Luca - grazie alla signora Lynd, e poi al figlio di lei, impara l'inglese, ad amare la poesia, vuole studiare al classico, impara perfino ad amare. Riesce perfino a capire e a colmare d'affetto quella madre così intrappolata nel suo ruolo sociale di guardiana della vita condominiale, assieme vittima e fomentatrice del pettegolezzo e della superficialità d'androne, da restarne infelicemente schiacciata. A dare ampio respiro sono anche alcune pagine scritte con grande sentimento, sulla poesia, il significato delle parole, il valore della vita nel contesto della filosofia e della politica: danno un po' un effetto saggistico a volte, ma sono anche fondamentali tasselle nella formazione del ragazzo. Gardini, poi, ha una penna impietosa nel descrivere piccolezze, vizi, spigolosità e crude verità di queste anime piccolo- o per niente borghesi (perfino il rapporto fra i genitori di Chino è denudato con cinica ma assolutamente realistica precisione). Si resta forse un po' delusi verso la fine, perché verso questi personaggi si prova comunque un certo senso di tenerezza, e non sapere come proseguiranno le loro esistenze fragili è un po' un peccato.

Virginia Woolf, Sul cinema, Mimesis
Questo piccolo libretto scovato in una libreria indipendente di Verona (sempre siano lodate) racchiude due brevi saggi, uno effettivamente sul cinema e l'altro sulla potenza immaginifica delle parole. È una piccola edizione preziosa che ci permette ancora una volta di dare un breve scorcio al genio precursore di Woolf che, in un'epoca in cui c'era ancora chi non si scollava dalle arti ritenute tradizionali, intravedeva nel cinema potenzialità narrative e iconiche straordinarie. Parla infatti della settima arte come di una forza selvaggia e sovversiva, capace di mettere sullo schermo dettagli e sfumature di vita altrimenti impossibili da catturare.
C'è da fare una nota a margine, purtroppo negative, su questa edizione: si sa che la piccola editoria va sostenuta, è anche vero che questo bagaglio di fiducia e aspettative va ricambiato con una qualità perseguita all'inverosimile. Nelle note biografiche c'è scritto: "Virginia Stephen Woolf (1882-1941), sensibile e controversa [?!?] scrittrice e saggista inglese (...) decise di porre fine alla sua vita in concomitanza con l'annuncio dell'imminente scoppio della seconda guerra mondiale." A parte lo svarione grammaticale (si dice 'in concomitanza di' e non 'in concomitanza con'), è chiaro che la seconda guerra mondiale è scoppiata nel 1939 e non nel '41; forse ci si riferiva all'imminente recrudescenza dell'attacco aereo nazista in Gran Bretagna, ma anche lì ci sarebbe da discutere. Così sembra che Woolf si sia tolta la vita per paura della guerra (e in parte, solo in parte, è vero). Il problema rimane: la piccola editoria indipendente è considerata da molti il futuro della salvezza dei libri. Ma lo sarà solo se fatta di eccellenza, e l'eccellenza sta nei dettagli piccoli, e rispettosi.





martedì 24 aprile 2012

Il senso della fine

In un intervento sulla Domenica di questa settimana, Tim Parks sostiene che può essere lecito abbandonare i libri a un certo punto, anche quelli buoni, quando è giunto il momento giusto (alcuni testi segnalerebbero addirittura da sé quando arriva quel momento), e che forse avrebbe di molti libri una considerazione meno positiva se li avesse portati a termine. È una posizione interessante, ma più ci penso e più la trovo parziale: un film di Hitchcock avrebbe lo stesso effetto senza gli ultimi dieci minuti finali? E l'ultima cena di Veronese se gli togliessimo una fascia di 10 cm in fondo? E un sonetto di Petrarca senza l'ultima terzina? Sembra una banalità dire che le opere d'arte tutte, e quelle letterarie in generale, siano tali perché costruiscono pagina dopo pagina, elemento dopo elemento, un percorso che porta al compimento finale, che è inevitabilmente un compimento globale. Certo, difficilmente definiremmo certi libri opere d'arte, ed è responsabilità di molti autori non sapere reggere tensione e qualità narrative fino alla fine. Però, bello o brutto che sia, il finale fa parte del libro (nonostante la mancanza di conclusione in sé lasci margini a possibilità espressive davvero interessanti). E abbandonare un libro è più che legittimo, però non mi pare possa essere giustificabile dal punto di vista estetico o critico. Ovvero: abbandonare un libro è una pura scelta del lettore, appunto giustificabile ma arbitraria. A volte ci fa semplicemente comodo, per svariate ragioni, e molti critici lo sanno bene.

sabato 21 aprile 2012

To Rome With (No) Love

A un certo punto di To Rome With Love, un personaggio - non ricordo già più quale - dice che la gente dovrebbe riacquistare la sensibilità all'angoscia universale. Ecco, credo che il pubblico dell'ultimo film di Woody Allen sappia molto bene che cos'è la sensibilità all'angoscia universale.
Spiace, dopo un film poetico e rapitore come Midnight in Paris, trovarsi di fronte a un'opera così sconclusionata e trascinata. Allen continua la sua serie di pellicole dedicate alle grandi città europee (pare tocchi a Berlino la prossima volta), e così Roma diventa il soleggiato - e scontato - palcoscenico di quattro storie una più improbabile dell'altra: un architetto di mezza età (Alec Baldwin, che è come il vino buono) incontra il proprio io da giovane e cerca di metterlo in guardia dall'invaghirsi di un'attrice, facendogli da coscienza fantasmatica; due giovani sposi cedono alla tentazione di concedersi una scappatella extraconiugale, lui facendo esperienza con una escort (Penelope Cruz, nella sua tipica sensualità tutta fasciata Dolce&Gabbana) e lei cedendo alle lusinghe di un attore famoso e formoso (Antonio Albanese, proprio improbabile nella parte di seduttore); un normale impiegato (Roberto Benigni) giunge inspiegabilmente alla ribalta e deve scontare le difficoltà della persecuzione mediatica e della repentina scomparsa della stessa; un vecchio americano (Allen) arriva nella capitale per conoscere il futuro genero, ma poi convince il padre di lui ad esibirsi come un improbabile cantante lirico che canta solo sotto la doccia, anche in scena. Certi episodi, comunque, come ha mi ha fatto notare un amico, erano solo degni di un cinepanettone: lì di certo non avrebbero sfigurato.
Tutto è cliché e prevedibilità (dal provinciale con la camicia allacciata fino all'ultimo bottone alla processione votiva...), ogni dettaglio è aggiunto per rendere le scene ancora più grottesche e meno credibili. I dialoghi, poi, sono di una banalità allucinante: "Intrufoliamoci alle terme stasera" - "Ma come facciamo?" - "Tu Leo sai forzare i lucchetti, vero?" - "Ma certo!"; "Ma perché sono così famoso?" - "Lei è famoso per il fatto di essere famoso. Nella vita si può essere ricchi e famosi o poveri e normali, ed è sempre meglio essere ricchi e famosi."
Lo sconcerto del film è aumentato dalla carrellata impressionante di attori italiani che avrebbero venduto un nipote pur di avere venti secondi nella pellicola: da Ornella Muti a Giuliano Gemma, da Gianmarco Tognazzi a Lina Sastri a Riccardo Scamarcio e così via (l'unica convincente sempre essere Alessandra Mastronardi, che paradossalmente viene dai Cesaroni); lo stesso Benigni fa una magra figura, dimostrando ormai di non essere in grado di interpretare che se stesso, il grullo che a un certo punto deve calarsi le braghe e far vedere i mutandoni bianchi.
Il film è una fiera dell'approssimazione e della pochezza, e forse in questo Allen (che peraltro, essendo quel regista geniale che è, a volte riesce comunque a strappare risate sane e spontanee, nonostante tutto) è riuscito a ritrarre perfettamente le qualità più intrinseche della dinamica italica. Anche l'estrema commercializzazione sembra essere un grottesco tributo al produttivo made in Italy, con un product placement che più selvaggio non si può: mai visto attori bere così tanta acqua in un film, complice l'accordo milionario con la San Benedetto; in un dialogo fra Ellen Page e Jesse Eisenberg, una confezione di salumi Beretta in bella vista solo l'elemento più espressivo della scena.
All'inizio il film doveva intitolarsi Bop Decameron, ma Allen ha dimostrato di non aver nulla dell'ironia e della propensione a scavare nelle debolezze umane che aveva Boccaccio: forse sarebbe meglio che ripensasse bene al fatto di sfornare un film ogni sei mesi.

sabato 24 marzo 2012

MDNA

Mdna, come il Dna di Madonna o come abbreviazione del suo stesso nome di battaglia, ma anche allusione alla botta di energia irrefrenabile dell'MDMA, si chiama così l'ultima fatica della signora Ciccone.
In effetti il disco si sviluppa attorno a un nucelo di canzoni dance forti e frenetiche, prodotte con grande maestria (fra tutte Girl Gone Wild, ma anche I'm Addicted, Some Girls, I Don't Give A, Beautiful Killer), segnando anche un ritorno a testi un po' più pensati e intimisti: sospesa fra irresistibile voglia di peccare e di redenzione mistica, in Girl Gone Wild chiede perdono perchè "I detest all my sins, Because I dread the loss of heaven", ma in I'm A Sinner ammette "I'm a sinner, I like it that way" e poi invoca i santi ("Saint Christopher, find my way / I'll be coming home one day"); in altre torna sul rapporto odio-amore col suo ex Guy Ritchie (I Don't Give A: "i tried to be your wife... diminish myself"; ma in Best Friend: "I cannot lie and I won't pretend /But I feel like I lost my very best friend"); infine non manca l'autocelebrazione, affidata però a Nicki Minaj - già ridotta a valletta, assieme a Mia, nel singolo d'apertura Give Me All Your Luvin' - che rappa in Some Girls "there's only one queen, and that's Madonna... BITCH!".
Il resto dell'opera, comunque, si perde in pezzi ritmati ma un po' più scontati (Turn Up The Radio, Superstar, B-day Song) e una rivisitazione dance del classico genere delle ballad (Masterpiece, Fallin' Free, Best Friend, ma fra queste Love Spent raggiunge vette interessanti). Siamo insomma piuttosto lontani dalla coesione perfetta di Confessions, dove tutto l'insieme faceva gridare al capolavoro; ma almeno qui la produzione affidata a William Orbit, Martin Solveig e Benny Benassi, salva da quel guazzabuglio tamarro che era stato Hard Candy: in effetti I'm a Sinner è un classico e sontuoso pezzo alla Orbit che sembra un'evoluzione noughties di ciò che era stato Ray of Light negli anni '90; Gang Bang, poi, più che una canzone pare un esperimento che forse è la vera perla rara dell'album.
Resta il dubbio, comunque, che al giorno d'oggi forse fare degli album interi, in tempi in cui si fanno i dischi per vendere i biglietti dei concerti e spesso si farciscono di riempitivi solo per accompagnare tre o quattro singoli di sicuro successo, forse non abbia molto senso. Però Madonna si dimostra anche qui per quello che è: se da anni sta sulla vetta è perché non si limita a fare il compitino, ma ogni volta cerca di sfornare un lavoro egregio, farcendo sempre con qualche novità o sonorità insolita (prendete l'inizio di Love Spent o la fine di I'm Addicted). A confronto si può sempre ascoltare un disco di Kesha, e vedere qual è la differenza. Di regina ce n'è una sola, e quella è Madonna.

lunedì 20 febbraio 2012

Alla fine si finisce per diventare se stessi. Purtroppo.

Se nel settembre 2008 non avesse deciso che la vita era troppo freneticamente intollerabile per lui, David Foster Wallace avrebbe compiuto 50 anni domani, il 21 febbraio 2012.
Proprio in questi giorni (per caso) stavo leggendo un po' a fatica Come diventare se stessi (minimum fax), il lungo libro-intervista che il giornalista di Rolling Stone di David Lipsky ha pubblicato raccogliendo le registrazioni e le note messea assieme in occasione di un'intervista che aveva fatto allo scrittore nel 1996, cioè subito dopo il grande clamore suscitato dall'uscita di Infinite Jest.
Il libro è un po' difficile da leggere, macchinoso e addirittura noioso in certi punti, con Lipsky che - come spesso capita con i giornalisti di Rolling Stone - vuole dimostrare di essere tanto brillante quanto il suo intervistato. E molto spesso i due si perdono in una ridda di chiacchiere su film e scrittori e riferimenti pop un po' pesanti da seguire, ma che fanno comunque parte del gioco. Più che altro Come diventare se stessi è interessante perché ci fa dare un'occhiata dentro la vita, le abitudini e la mente di Foster Wallace con una freschezza e una verità che qualsiasi altro resoconto più paludato avrebbe fatto fatica a trasmettere.
C'è da dire che chiunque abbia velleità di scrittore non può che provare un'emozione commossa e sofferente nel sentir parlare questo scrittore: in lui si trovano la solitudine, l'insicurezza, l'insofferenza e al tempo stesso l'attrazione per il bel mondo letterario, il costante timore di passare da autore originale a immagine promoziale di se stessi (dice di temere di "prostituirsi", a un certo punto) che possono essere comuni a tutti coloro che provano a tenere in mano una penna; tutto però nel suo caso è acuito da una sensibilità mastodontica e da una genialità quasi soverchiante. Temendo spesso di "non essere altro che testa", David Foster Wallace dimostra di avere un cervello in azione costante, pieno di riferimenti, collegamenti, nozioni, battute, stimoli, osservazioni: è come vivere a "Dave-landia", ammette lui stesso. A un certo punto dice: "A me sembra che la vita sia simile a una luce stroboscobica, e che mi bombardi di input."
Sensibilità come la sua, si sa, sono le più avezze ad essere scottate dal mondo: la paranoia è dietro l'angolo, la depressione ancor più vicina, quasi una compagna, e la tentazione della dipendenza diventa quasi un effetto inevitabile. Chi ha letto La trama del matrimonio di Eugenides sa che il personaggio maniaco depressivo di Leonard è chiaramente basato sullo stesso David: fondere il ritratto reale che emerge da questa intervista e quello fittizio del romanzo dà l'idea di uno spirito troppo intelligente, troppo acuto, troppo lucido e comprensivo del mondo per poter essere salvato. A un certo punto confessa che da giovane, guardando la Tv, pretendeva trame più sofisticate perfino dai cartoni animati.
Eppure David Foster Wallace, nonostante momenti di introspezione o di cupezza, non corrisponde al ritratto tipico del depresso: ha una personalità debordante, è pieno di ironia, a volte perfino goffa (continua a ribadire a tutti, nei giorni che passano assieme, che lui e Lipsky viaggiano insieme ma non come amanti), ha tic buffi e profondamente umani (mastica tabacco, porta sempre una bandana contro la sua sudorazione potente - di questo difetto si parla in uno dei brani più belli de Il re pallido, il suo romanzo postumo), parla di sesso, di donne, di droghe. E poi, nonostante i timori e la destabilizzazione che la scrittura (e quindi l'aspettativa di successo e di apprezzamento) provocano in lui, ha una profonda fede nell'espressione letteraria: "Ho una fiducia incredibile, da bambino di cinque anni, nel fatto che l'arte sia qualcosa di assolutamente magico."
È difficile (e forse inutile) cercare di capire se Foster Wallace, nella profondità della sua conoscenza di sé, avesse in qualche modo già previsto tutto. Pur essendo all'apice della popolarità per Infinite Jest, si era lasciato sfuggire una dichiarazione piuttosto esplicita come la seguente: "Mi vedo come una persona che è stata incredibilmente bruciata da se stessa, in fondo". Molto probabilmente faceva riferimento al suo passato in clinica, o all'abuso di sostanze, o al lavoro estenuante che l'aveva assorbito per concludere Infinite Jest ("ci pensavo tutto il tempo, ci lavoravo tutto il tempo"). Oppure a una generale inattitudine alla vita. Di sicuro era un eterno insoddisfatto: dell'immagine di sé che dava al mondo, della sua scrittura ("ero convinto che non avrei scritto più niente", dice dopo aver composto l'ultimo tristissimo racconto ne La ragazza dai capelli strani), forse di quel mondo là fuori di cui a lui non sfuggiva mai nulla. Sembra una personalità in completo conflitto fra il desiderio di controllo e di successo e di evasione, e la volontà pessimistica di lasciarsi andare e, in qualche modo, autodistruggersi: ripete più volte di avere un "desiderio disperato di abbandonar[s]i a qualcosa".
Forse è riduttivo dire che David Foster Wallace era un genio e quindi, come tutti i geni, non adatto a vivere normalmente fra di noi. Resta il fatto che lui ha deciso che sarebbe dovuta andare diversamente e a noi non resta altro che la nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere. Ci restano i suoi libri, in fondo, che sono libri originali, fuori dal comune, strani e straordinari. Chissà se prima o poi si sarebbe convinto anche lui di questo.





p.s. Ricollegandomi al post precedente, a ulteriore dimostrazione della sua originale versatilità e della sua bonarietà senza pari, David Foster Wallace fa un commento insuperabile: "L'ossessione per Alanis Morissette è venuta dopo l'ossessione per Melanie Griffith: un'ossessione di sei anni. E quella a sua volta era stata preceduta da una cosa che adesso ti dico [a Lipsky] e per cui sono stato preso tantissimo per il culo, e cioè una tremenda ossessione per Margaret Thatcher. Per tutti gli anni dell'università: poster di Margaret Thatcher, e lunghe meditazioni su Margaret Thatcher. - Di tipo sessuale? - Non specificatamente... sessuale. Più sensuale, forse."

mercoledì 15 febbraio 2012

Una vita di ferro

The Iron Lady, il biopic di Phyllida Lloyd su Margaret Thatcher, è un film che può provocare fastidio per vari motivi e in diverse maniere.
Primario è quel fastidio, pungente ma positivo, assolutamente positivo, è originato dal vedere una Meryl Streep troppo brava, troppo perfetta, troppo umana, troppo polimorfica. È un troppo che amplifica all'inverosimile l'ammirazione che si può provare per un'attrice del genere, il cui talento fa impallidire qualsiasi altro difetto che il film presenta. I suoi occhi acquei ed emotivi raccontano una storia a sé, un abisso di potere e fragilità (il suo di attrice, e quello di Thatcher come politica), e la voce (studiata nella versione originale per essere il più verosimile) dà un'impronta riconoscibile e famigliare (a proposito: a un certo punto, la scena di "logopedia" non può non essere un tributo o una citazione al fenomeno di successo che è stato The King's Speech l'anno scorso). E la cosa sorprendente che Streep riesce a essere fortemente e vibrantemente se stessa pur sottoponendosi a ore e ore di trucco e calandosi convincentemente nei panni del personaggio che interpreta.
C'è da dire, nonostante ciò, che The Iron Lady è un film duro da digerire: ecco l'altro fastidio. Lo spunto narrativo, quello di raccontare la vita di Margaret Thatcher partendo dalle sue allucinazioni in età senile (Thatcher è effettivamente affetta da Alzheimer) è spinto al limite della credibilità (e della liceità?) da quanto è assiduo e a un certo punto - soprattutto nella parte iniziale - dà al film un aspetto alterato e confusionario: immagine e voci che si sovrappongono pesantemente, montaggio serratissimo, inquadrature distorte... A un certo punto sembra pure che un ricco racconto biografico sia penalizzato da questo continuo effetto a flash.
È duro da digerire, inoltre, anche il personaggio storico stesso incarnato da Thatcher: il rischio di fare un film agiografico era enorme, soprattutto per una figura storica così controversa, e invece il primo ministro ne esce in tutta la sua compatta e stolida ambivalenza. Fu politico determinato e forse spietato, ma lottò per i suoi ideali con rigore e coerenza; smantellò lo stato sociale e creò dissenso e disagio senza pari, ma salvò la compattezza nazionale e l'apparenza di ciò che era rimasto dell'Impero britannico; fu madre assente e complicata (e premier umorale e "maternalistico") ma da donna combatté energicamente per rivendicare identità e autorevolezza in un mondo fatto di maschi, che non esitarono comunque a farla fuori.
Ancora scottati dalla sua politica ferocemente austera, in Gran Bretagna (ma il film è fatto sostanzialmente per gli Stati Uniti) si temeva da più parti una rivalutazione univoca della sua vita e della sua azione politica. Eppure un altro fondamentale pregio di questo film è quello di non esprimere valutazioni, di presentarci un personaggio per molti aspetti notevole senza dirigere lo spettatore verso un giudizio prestabilito. Alla fine della pellicola rimane solo l'immagine di una donna che, partendo dal nulla, arrivò praticamente a cambiare le sorti del mondo ma che al giorno d'oggi deve affrontare ciò che tutti, buoni o cattivi, alla fine dovremo affrontare: la solitudine e il tramonto.