giovedì 17 marzo 2011

150 anni anche io: ma da domani

Devo essere sincero: con questi 150 anni dell'Unità d'Italia un po' mi avete sfrantecato i maroni. Non prendetela come un deriva leghistoide. E' piuttosto una lucidità un po' originale che mi porta a sentirmi estremamente poco italiano, in generale. Preferisco vivere il mondo, là fuori, senza dover per forza limitarmi ad essere di un posto solo: di etichette ce ne sono già troppe.
E scusate la franchezza: essere italiani cosa significa esattamente? Perché poi alla fine gli Italiani se hanno una cosa davvero in comune è quella di dividersi e di odiarsi ad ogni occasione buona: destra vs sinistra, nord vs sud, milanisti vs interisti, professionisti vs operai, vicentini vs veronesi, a chi piace Michelle Hunziker vs a chi non piace Michelle Hunziker... Non che negli altri paesi vada meglio, eh: prendete l'Inghilterra, in cui se dite a uno scozzese che è inglese vi soffoca con un kilt; o la Spagna, dove un catalano venderebbe la madre pur di essere indipendente da Madrid; o addirittura il Belgio, in cui non c'è un governo da mesi e mesi perché valloni e fiamminghi non riescono a trovare un accordo. Però ho come la sensazione che lì un'identità che in qualche modo li leghi ci sia (forse anche per il pregiudizio recondito che quello che fanno gli altri sia inevitabilmente migliore), un'identità che si sforzano di mantenere ogni giorno, nel bene o nel male.
Io dell'Italia ho un po' l'idea preconcetta che si fanno certi turisti che vengono qui: siamo caciaroni, buontemponi, piuttosto menefreghisti, un po' rozzi e parecchio anomali. Toglieteci il cibo, la moda e il Papa e ci resta poco che dica veramente chi siamo.
Certo, c'è la poesia, c'è l'arte, c'è una storia culturale potente che ci caratterizza (e in fondo quelli che hanno fatto il Risorgimento, dato che non è mai esistita una definizione geografica precisa di Italia, si erano posti come obiettivo di riunire le terre che parlavano più o meno una lingua comune, che avevano una cultura simile): ma tutte queste cose appartengono al passato, appunto, e questo scarto si avverte sempre di più in un'attualità che della cultura si fa continuamente beffe, quasi fosse un inutile orpello.
Insomma, io ho l'impressione - e vado controcorrente, lo so, mi aspetto commenti acidi e sputi nell'occhio per ciò - che questo 17 marzo si sia riempito di una retorica esagerata e un po' di comodo: fatichiamo a capire chi siamo adesso e dunque ci aggrappiamo a una data di tanto tempo fa in cui si era compiuto qualcosa di magico e fondamentale (perché l'Unità d'Italia fu veramente qualcosa di magico, visionario, romantico, fondamentale). Ma non posso fare a meno di chiedermi: e domani? Il 18 marzo, e il 19, e i giorni che verranno dopo, come ci sentiremo? Ci sentiremo più italiani, più uniti? Secondo me no, anzi, torneremo in noi stessi, come dopo una potente sbornia tricolore, torneremo ad essere gli Italiani di sempre: quelli che si odiano sempre fra loro, quelli alla buona, pressapochisti, un po' sonnacchiosi, quelli che si indignano a comando, quelli che si infervorano nelle date importanti (appendiamo adesso fuori dal balcone i tricolori come facciamo esclusivamente durante i Mondiali, e non ogni 2 giugno ad esempio) ma che poi sembrano costantemente calati in un'apatia colpevole il resto dell'anno.
Massimo D'Azeglio, in una delle prime sedute del Senato dell'Italia unita, disse: "Abbiamo fatto l'Italia, ora bisogna fare gli Italiani". Ecco, io apprezzerei di più questo 17 marzo se non fosse un fatto di orgoglio un po' esteriore, ma diventasse un impegno pungoloso per "fare gli Italiani" ogni giorno, per renderci ogni giorno un po' più orgogliosi di noi stessi. Perché se c'è qualcosa di cui l'Italia ha un disperato bisogno in questo momento non è la commemorazione di un passato pur glorioso (ma anche problematico, se chiedete a qualsiasi storico), ma di uno slancio potente verso il futuro.
Che poi di essere italiano ho anche io i miei personali punti d'orgoglio: non sto mica scrivendo in sanscrito, ad esempio...

giovedì 3 marzo 2011

Noi gli Oscar li vediamo solo fino al red carpet

Se quest'anno più di altri l'assegnazione degli Academy Awards era marchiata da un tasso di prevedibilità piuttosto alto (qui si tifava per The King's Speech e per Colin Firth, a prescindere), non altrettanto prevedibili erano gli abiti che hanno sfilato sul tappeto rosso. E, diciamocelo, ormai l'unico motivo d'interesse per gli Oscar è proprio quello (quando ci fu lo sciopero della Writers Guild, qualche anno fa, che rischiava di far saltare la serata degli Oscar, le case di moda volevano spararsi).
Insomma, diamo una rapida occhiata agli outfit più o meno riusciti della serata, in rapida successione (la fotogallery di riferimento per farsi un'idea è quella del New York Times). Iniziamo con Natalie Portman che porta un vestito Rodarte che più che premaman è pre-salaparto, e per di più sembra un sipario: con quelle guanciotte lì non le si può dire niente però. Anne Hathaway indossa un Valentino tanto per sfatare il cliché che tutti i migliori abiti di Valentino (presente, almeno sotto forma di mummia, al red carpet) sono rossi; Reese Witherspoon col suo Armani Privé e quella chioma lì può tornars...ene anche negli anni Cinquanta che noi non ce facciamo niente; Sandra Bullock si è messa un Vera Wang rosso sperando che tutti credessero fosse un Valentino ma gli è andata buca; Kathryn Bigelow si è dimenticata di restituire la tunica YSL alla tizia che faceva Maria Maddalena nel musical lì di fronte; Robert Downey Jr è sempre impeccabile, qui in white tie; la regista di "The Kids Are All Right" ha investito un procione e se l'è messo al collo; Christian Bale poteva anche farsi la barba, ma forse non aveva capito che stava andando al Kodal Theatre e non a farsi un cicchetto al bar all'angolo; Mark Wahlberg indossava uno smoking Armani che ha fatto domandare a molti come facesse quel botolo ad essere una volta il testimonial supermuscoloso di Calvin Klein; a proposito di Klein, Gwyneth Paltrow mai così radiosa (forse perché sta lasciando Chris Martin, sempre così depresso...); la tipa che sta con Matthew McConaughey non ha capito che è già abbastanza appariscente per via dell'uomo con cui sta e non serviva si portasse dietro anche il tendone del circo Togni; Annette Bening si è fatta pettinare nella sala del vento della Ferrari, mentre Helen Mirren ha scelto il Vivienne Westwood più noioso che c'era in catalogo (e poi scusa: già sei vecchia, in più te vesti de grigio?); Nicole Kidman in Dior pensava di dover interpretare Madame Butterfly e forse dovrebbe anche capirlo che con i capelli raccolti proprio non sta bene; scusate se sono ripetitivo ma mettete assieme Colin Firth e Tom Ford e ottenete il top dello stile maschile, in più sua moglie Livia è un delirio di eleganza nonostante l'alettone posteriore; io il vestito di Hilary Swank l'ho visto già adosso a qualcun'altra, l'anno scorso, giuro; è capitata lì per caso sul red carpet anche Helena Bonham Carter, fra una ripresa di The Nightmare Before Christmas 2 e l'altra, con dei vestiti che prego iddio si sia cucita da sola un giorno che aveva la congiuntivite; l'abbiamo capito tutti che Sharon Stone, dopo quel tubino bianco quando accavallava le gambe, non s'è più saputa vestire in modo decente, vero?; la moda orientale deve andare molto quest'anno perché Scarlett Johansson s'è fatta fare un vestito da Dolce&Gabbana usando le tende della Città Proibita; Cate Blanchett portava un Givenchy piuttosto difficile, ma io di questa donna non riesco a parlar male; Jennifer Hudson aveva un vestito di un colore Versace che solo a lei poteva star bene, però restituitemi la Jennifer Hudson di prima, questa qui mi sembra appena tornata dal Biafra, no no no; ma Geoffrey Rush sta male?; la moglie di Mark Ruffalo s'è portata due vestiti invece che uno, ma s'è dimenticata il reggiseno; fate qualcosa anche per Michelle Williams, che se diventa un attimo più bianca si trasforma una supernova; al New York Times si sono sbagliati e hanno creditato come Moby uno degli impiegati della ragioneria del Kodak Theatre che è passato lì per caso; a Florence senza la Machine, poverina, nessuno ha detto che il giallo agli Oscar puoi portarlo solo se sei una strafiga da paura e per di più ispanica; Melissa Leo si è fatta il vestito coi centrini che le ha spedito mia mamma; Jennifer Lawrence (chi!?!) ha scelto un Calvin Klein che era una riproduzione dei costumi da bagnina di Baywatch; Lara Spencer (ri-chi?!!?), invece, non si è resa conto che mettersi il vestito di Poison Ivy, la cattiva di Batman, forse non era proprio una buona idea.
Non credo di essere stato troppo cattivo, magari l'anno prossimo andrà peggio.


Oltre la comunicazione

Di recente, a parte la voglia crescente di impallinare a proiettili di sale tutta la dirigenza del Pd, tanto che viene da ringraziare il cielo che in Italia non c'è la legge sul testamento biologico sennò gli avremmo staccato la spina già da mo', bisognerebbe prendere a sassate anche quelli che nel Partito democratico curano la comunicazione. Adesso, dopo l'ideona del PierLu con le maniche "rimboccate", hanno messo a punto una nuova campagna di comunicazione che si chiama OLTRE e ha slogan del tipo: "Oltre le divisioni c'è l'Italia unita", "Oltre il disprezzo delle regole c'è la Costituzione", "Oltre gli steccati, c'è la tua città", che è più facile risolvere per quaranta sere di fila la Ghigliottina dell'Eredità che capire cosa significhino (probabilmente nulla, alla fine). Comunque, siccome ci tengo alla causa, potrei proporre nuovi slogan anche aggratis: "Oltre le gambe c'è di più", "Verso l'infinito e oltre con Buzz Lightyear", "Gettiamo tutti il cuore oltre l'ostacolo". Secondo me, nun ce la faremo mai.
p.s. Da oggi Liberlist cambia un po', arrivando a comprendere anche cose su comunicazione, costume, moda e televisione che di solito condividevo in cerchia più ristretta su Facebook, senza però che libri, cinema e altre forme di racconto passino in secondo piano.

giovedì 24 febbraio 2011

Stuff I've been reading/3

Aldo Nove, La vita oscena (Einaudi)
La vita oscena
è un libro potente, che fa star male, che respinge perfino. Aldo Nove ci porta nell'abisso della (di una) sua autobiografia facendoci immergere nell'orrore e nell'abiezione di una giovane vita persa che cerca di ritrovare se stessa o semplicemente di annientarsi. Il racconto è fulminante proprio perché dietro c'è l'esperienza dell'autore e, in modo raffinato e minaccioso, il suo diventare letteratura. Ad un certo punto la storia di questo ragazzo, orfano di madre e padre, sopravvissuto all'esplosione della propria casa, che cerca la fine ultima attraverso droga e promiscuità, diventa pura, sconcertante e violenta pornografia: in un mondo invertito e sottosopra (cioè la nostra epoca, sembra suggerire Nove, portando la sua vicenda a lente per intravedere un intero mondo) solo il sesso può dare senso, solo la trasgressione, il possesso, la mercificazione hanno ancora valore. Eppure c'è anche qualcos'altro, in fondo a tutto questo buio marcio: "Però. Mi interessava la poesia. (...) Perché era a frammenti, come la vita" dice a un certo punto il protagonista. La chiave sta proprio anche nello stile, che a volte tramuta il romanzo in poema. Forse una via d'uscita c'è, forse la salvezza dell'autore (e del lettore) sta proprio nel fatto che una vita oscena si può ancora raccontarla, dirla.

Bret Easton Ellis, Imperial Bedrooms (Einaudi)
Venticinque anni dopo tornano i protagonisti di Meno di zero, sconvolgente cult anni Ottanta sulla giovane generazione di Los Angeles persa nel sole e nella droga. Bret Easton Ellis è geniale nel metter assieme, per descrivere com'è passato il tempo, realtà e finzione: il suo protagonista, Clay, parla di un libro tratto dalla storia sua e dei suoi compagni e di un adattamento cinematografico, proprio come è successo a Meno di zero. Poi però Imperial Bedrooms si sviluppa non come un semplice sequel: certo, ritroviamo un po' tutti i personaggi della prima opera (tranne quelli morti), ancora tutti alle presi con i soldi, la fama, il sesso, la droga, l'autodistruzione, ma il vuoto morale che li circonda li fa cadere ora in una trama intricata e paranoica degna dei migliori thriller (impagabile l'uso che l'autore fa dei telefonini e dei messaggi per aumentare tensione e suspence).
Il personaggio chiave è proprio Clay, uomo irrimediabilmente concentrato su se stesso, sul proprio ego e sulla soddisfazione dei propri istinti: non c'è morale, senso di colpa, dubbio, emozione che lo possano salvare da un destino tragico, quasi quel destino lo si volesse fino in fondo e non si facesse nulla per sfuggirgli. I personaggi di Easton Ellis sono proprio così, in questo romanzo ancor più dei precedenti: sono figure sfatte dagli eccessi e dalle chirurgie, si trascinano ubriachi da una festa all'altra, non provano alcuna sensazione, alcun rimorso. Nemmeno la violenza più atroce che li coinvolgerà e metterà in discussione la loro indifferenza riuscirà a scalfirli. Anche lo stile riprende questi temi, riflettendo ossessività, vacuità del dire, vanità del ripetere, continue supposizione, innumerevoli allusioni e segreti e incomprensioni.
Easton Ellis cerca di farci capire proprio questo, probabilmente: non possiamo indignarci troppo per personaggi del genere, quando tutto il mondo che ci circonda è altrettanto anestetizzato e menefreghista. Come tutti, Clay cerca solo di obbedire a uno spirito naturalissimo di autoconservazione, tutto intorno il mondo gira a vuoto.

Hector Luis Belial, Saxophone Street Blues (Las Vegas Edizioni)
Saxophone Street Blues è un romanzo di un giovane scrittore che si firma Hector Luis Belial (in realtà è italianissimo e viene dalla mia stessa città). Profondamente debitore al pulp e all'hard boiled americani, è una specie di thriller sui generis in cui, secondo un criterio sfacciatamente postmoderno, buona parte della trama è già rivelata all'inizio. In effetti delle tecniche postmoderne il romanzo si nutre in modo abbondante: citazioni, sovrapposizione di voci narranti, costruzioni ad incastro o seriali, inserti di varia natura... Il risultato finale, se non convincente, è per lo meno accattivante, nonostante i personaggi, un po' piatti ma tutto sommato efficaci nel loro essere stereotipi dei bassifondi americani. La trama in cui vengono incastrati, però, pur essendo debitrice di parecchi film del genere, ha la sua complessità. Certo che il linguaggio sembra appunto una copia fedelissima di certe sceneggiature americane (Tarantino è citato espressamente come riferimento) e il fatto che sia stato scritto in Italia, invece, lo rende alla fine meno originale, eppure non senza qualche efficace trovata.

David Nicholls, One Day (Hodder, in italiano: Un giorno, Neri Pozza)
Non mi è mai facile abbandonare un libro. Ne soffro, penso che ogni opera possa anche verso la fine possa riscattarsi in qualche modo. Eppure One Day ha messo alla prova la mia resistenza più del dovuto, facendomi arrendere a pagina 154, nonostante ne abbiamo parlato bene quasi tutti e per mesi e mesi sia stato fra i libri più venduti. La tecnica narrativa è sicuramente originale e speciale: raccontare la vita di un ragazzo e di una ragazza esattamente lo stesso giorno (il 15 luglio) per vent'anni consecutivi. Solo quel giorno, solo quello che accade nelle ventiquattr'ore del giorno in cui i due si sono conosciuti per la prima volta. Però si ha costantemente l'estenuante sensazione che i due protagonisti, pur essendo diversissimi fra loro e vivendo in un continuo tira e molla, alla fine siano destinati a finire insieme (cosa che non scoprirò mai a meno che non ne traggano un film). Il tutto è ancora più estenuato dalla verve narrativa dell'autore che costruisce i dialoghi dei personaggi (soprattutto le battute di lei) come se fossero in uno spettacolo di cabaret, con frasi e scambi sfacciatamente pensati per far ridere il lettore o per volutamente fulminare d'inventiva (insomma, quasi a dire: "Avete visto come vi faccio ridere?"). Alcuni passi non mancando di un certo wit, ma l'astrusità delle situazioni, che forzatamente allontanano e avvicinano i due amanti senza grande pathos, li fanno apparire fuori luogo e sfiancanti. Sarà per un altro giorno.


sabato 19 febbraio 2011

A Single Man

A Single Man è l'opera prima di Tom Ford, stilista dai tratti classici ed essenziali. Le due qualità si potrebbero attribuire anche al film, che è un oggetto di rara compiacenza estetica e di controllo emotivo. E' un viaggio nell'abisso del dolore e della perdita, raccontato con un'eleganza e una verità assolute, grazie anche a un Colin Firth terribilmente composto ed espressivo, stupendo nei costumi firmati dallo stilista (per non parlare di Julianne Moore, così giuliva e altrettanto affascinante).
La vicenda che Ford racconta, cristallizzandolo in immagini di grande impatto visivo (la trama è quasi stilizzata, condensata nelle immagini, raccolta negli abiti e nei giochi di una fotografia così calibrata), è quella del romanzo Un uomo solo di Christopher Isherwood (Adelphi), un libro complesso e strutturato, molto intellettuale, che racconta una storia essenziale, nitida nella sua disperazione e nella sua ricerca di una qualche speranza, forse non concepibile nella vita umana. E' forse proprio la lucidità con cui nel libro vengono descritti abitudini, maniere, sentimenti e disperazioni dell'uomo rimasto solo dopo la morte del compagno che ha reso possibile una così efficace trasposizione nell'opera di Ford, con il risultato di una pellicola estremamente raffinata e per questo ancora più straziante.

Tutte le famiglie felici

La prima puntata di Incipit&Explicit, la mia nuova rubrica per Cabaret Voltaire:

Un libro, accantonato il criterio della copertina, si sceglie di solito dalle prime righe. Alla fine è lo stesso criterio che utilizzano gli editor, quando devono convincersi che un libro è veramente buono e pubblicabile: raramente un romanzo degno di essere letto ha una prima pagina mediocre. E questo diventa, in qualche modo, l’incubo di ogni scrittore che, messo di fronte alla prova della pagina bianca, deve ricorrere alle sue qualità più efficaci per non fallire già nelle prime righe.
In effetti la storia della letteratura è costeggiata da incipit memorabili, che entrano nell’animo del lettore e si saldano indissolubilmente all’idea che di quel libro ci facciamo. Noi italiani, con la storia culturale un po’ ingombrante che ci ritroviamo, siamo legati a doppio filo a due incipit immortali: “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura…” e “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno…”; sono poche parole, infilate una dietro l’altra ed eternate in quell’ordine, poche parole che bastano a riportarci alla mente autore e libro e trama, a riaccendere storie, rievocare situazioni, paesaggi, emozioni. Hanno una potenza evocativa, questi incipit, che sono quasi a se stanti. Pensate a Tolstoj e a quella frase in apertura di Anna Karenina che contiene già in sé un intero universo: “Tutte le famiglie felici sono uguali, ma ogni famiglia infelice lo è a suo modo.”
Ma si sa, i libri come tutte le cose hanno anche una fine: raramente ci ricordiamo con esattezza i finali dei libri, però. Ad essi leghiamo piuttosto alcune atmosfere, alcune sensazioni: a volte vorremmo che la storia non finisse mai, a volte gioiamo, altre siamo delusi e arrabbiati. Le parole di quei finali raramente le mandiamo a memoria. Eppure c’è una frase conclusiva che tutti bene o male abbiamo sentito, possiamo dire che ci siamo cresciuti assieme. Poi abbiamo scoperto che nella vita raramente è così, quindi da allora delle conclusioni ci siamo fidati meno. La frase era questa: “e vissero tutti felici e contenti”.

Incipit&Explicit di questo mese:

Aldo Nove, La vita oscena (Einaudi)

“Mio padre morì all’improvviso, di ictus.

Gli sopravvisse mia madre, malata da anni di cancro.

Sarebbe dovuta morire prima lei.”

*

“Come il mondo continui ad apparirci bello e completamene incomprensibile.

Mentre scrivo queste parole.

Mentre qualcuno le legge.”

martedì 15 febbraio 2011

A volte ritornano

Cabaret Voltaire, l'inserto cultura del Corriere Vicentino su cui scrivevo e che poi non è stato più pubblicato, torna tutto rinnovato online in versione sfogliabile. In apertura un mio articolo su Vizio di forma di Thomas Pynchon e poi tanta altra roba interessante.

L'ultimo libro di Thomas Pynchon, autore che in America per il suo alone di mistero è un culto quasi alla pari di Salinger (e, per certi versi, in modo sottilmente più iconico e underground) mentre qui da noi non se lo fila praticamente nessuno, si chiama Inherent Vice ed uscirà in Italia per Einaudi a inizio 2011 col titolo Vizio di forma: questa ultima fatica unisce al meglio la sua fantasmagorica poetica dell'accumulo e dell'assurdo e una leggerezza nella trama e nelle battute dalla freschezza assoluta. L'atmosfera di fine Sixties, mentre il fenomeno hippie affrontava semincosciente la sua fine sopraffatto dall'autoritaria America di Reagan, avvolge le strampalate indagini del detective privato Doc Sportello, tutto impegnato a risolvere gli assurdi casi dei suoi ancora più assurdi clienti, la propria situazione sentimentale incasinata e la propria memoria minata dall'assunzione massiccia di qualsiasi tipo di droga. Un viaggio ironico e spassoso che ci guida nei meandri paranoici e suburbani di una L.A. come immersa in una sorta di nebbia psichedelica di cui anche chi non ha vissuto quegli anni avrà immediata nostalgia.

La poetica che sta dietro al romanzo si potrebbe riassumere, alla luce di tutta la vicenda, in due parole: indagine e paranoia. La prima è un pallino di Pynchon: quasi tutti i suoi personaggi hanno enigmi da risolvere, tracce da inseguire, misteri da sbrogliare. Il loro compito è sempre minato da una realtà sfuggente che loro non hanno i mezzi né culturali né psicologici (e forse nemmeno la volontà) per affrontare: è a questo proposito che entra in gioco un altro chiodo fisso pynchoniano, l'entropia, cioè l'impossibilità di sfuggire alla dispersione di informazioni tanto da rendere ogni tipo di comunicazione praticamente inutile. D'altra parte gli improvvisati investigatori di Pynchon, Doc Sportello in primis, soffrono di ossessioni che li fanno vivere a un livello di realtà superiore o almeno ulteriore: la paranoia che li domina, sia essa vagliata da droga, fumo, psicofarmaci o altri tipi di dipendenza o semplicemente da accidia esistenziale, li conduce a gettarsi in questi intrighi inestricabili pur sapendo di poter difficilmente arrivare a una soluzione. Sotto tale aspetto interpretano una condizione profondamente umana, quella della ricerca: siamo in quanto ci poniamo domande, in quanto vogliamo risposte.

Continua a leggere sul sito del Corriere Vicentino, qui.


lunedì 7 febbraio 2011

Siamo solo amici

Il nome di Luca Bianchini fino a sei giorni fa non mi diceva granché: poi, in rapida successione, ho scoperto che scrive su Vanity Fair, che aveva un programma alla radio che ascoltavo senza saperlo la mattina presto andando all'università, e che ha scritto un po' di romanzi dalla copertina molto pop (anche una biografia di Eros Ramazzotti, ma per quello si è fatto perdonare). Insomma di lui non avevo mai letto nulla ma per una serie di coincidenze e rivelazioni mi è capitato di leggere il suo nuovo libro, Siamo solo amici, appena uscito per Mondadori. E ora di Luca Bianchini, dopo averlo letto, mi par di sapere tutto.
Siamo solo amici ("una frase subdola e terribile", dice l'autore) è un libro scritto in modo egregio nella sua semplicità, è quasi un libro familiare, amico, che ti dà confidenza. Soprattutto è un groviglio di emozioni, di storie che sono sì semplici ma che hanno la forza delle vite, quelle vite un po' sconclusionate e ostinatamente complicate come sanno esserlo solo quelle vere. Parla d'amore, ovviamente, ma specialmente di amicizia: e alla fine non si può fare a meno di chiudere il libro con la convinzione che l'amicizia (quella narrata del libro, ma non solo) sia veramente la più sublime e avvolgente esperienza d'amore.
L'ordito è delicato e appassionato, sempre sul sottile limite di un'ambiguità mai negativa, e nemmeno mai svelata; il tutto è giocato molto sul parallelismo (a tratti espresso letterariamente in maniera impeccabile) fra le vicende.
La storia ha al centro due portieri: un portiere d'albergo, un veneziano quarantottenne che non ha altre relazioni al mondo se non quella settimanale con una prostituta e quella atipica e meravigliosa (la più tenera del libro) con l'anziana signora Silvana, assidua frequentatrice dell'hotel in cui lui lavora; e un portiere di calcio, un brasiliano poco più che ventenne con un passato di amarezza e, come uniche armi per affrontare il presente, un sorriso che ti toglie il fiato e tanta, tanta speranza. Entrambi devono uscire da relazioni sentimentali difficili e malsane, entrambi cercano l'amore definitivo (che alla fine troveranno, ma il dubbio - come sempre nella vita - è che sia una soluzione di comodo): nel corso della vicenda s'incontreranno, impareranno a conoscersi e soprattutto a fidarsi, si scontreranno e si sfioreranno fino all'epilogo, che arriva come una possente e inaspettata onda d'urto.
Il romanzo si fa leggere senza pretendere alcunché ma non è disimpegnato, è allo stesso tempo facile e appassionante, in particolare perché richiede immedesimazione e partecipazione. Essenzialmente perché è una storia raccontata in modo sincero, senza sconti.
(Qui il primo capitolo, se siete curiosi.)

mercoledì 2 febbraio 2011

Giuro che non lo faccio più

Ok, devo confessarlo. E' che un peso così grande dentro che non posso più sopportarlo. Ma, credetemi, era la prima volta.
Insomma,mi vergogno un po' ma... ieri ho comprato un libro usato. Sì, lo so, non si fa. Non so come farò e farete a perdonarmi. Tuttavia, per invocare la clemenza della corte, a mia parziale discolpa posso dire che qualche ragione per farlo c'era: è un libro che mi servirà per due settimane solo, il tempo di preparare un esame di cui poi spero di non sentir parlare più; poi il libraio mi aveva assicurato che era in ottime condizioni, sottolineato pochissimo e ancora con le pagine candide, e in effetti lo era; e poi costava sette euro in meno dell'originale che, voglio dire, sono quasi due Vanity Fair e mezzo, quasi un biglietto per andare a vedere Checco Zalone, o un Cosmopolitan e poco più, tre quarti di pizza o poco meno dell'entrata per vedere Dalì (che alla fine, rimandando rimandando, non ho visto), e insomma poi c'è la crisi, lo sapete.
Con questo non voglio dire che mi ritengo innocente: sono colpevole, lo so, ho fatto una cosa gravissima. Ma non additatemi, già il peso del senso di colpa sarà abbastanza per accompagnarmi nel poco tempo che mi rimane.
Però, tutto sommato, speravo di averla fatta franca: insomma, appena mi è stato consegnato il libro l'ho subito nascosto in borsa, ho bruciato lo scontrino, una volta a casa ho accuratamente tolto il bollino del prezzo scontato, ho ripulito la copertina, ho consumato mezza gomma per cancellare ogni traccia di sottolineatura o altro segno del precedente possessore. Quel libro era come nuovo, non l'avrebbe saputo nessuno. E invece...
Invece stanotte è successo l'irreparabile: stavo studiando in tranquillità il libro, in sogno ovviamente, quando sulle pagine iniziano a ricomparire le sottilineature e, a bordo pagina, i commenti a matita dello studente che l'aveva usato prima di me. Il libro si era animato, e voleva farmi capire che non sarebbe mai stato mio, ma sarebbe sempre appartenuto a quello di prima (anche se quello l'aveva impunemente rivenduto quando non gli era servito più; in fondo io gli avevo dato una nuova casa, invece); poi, all'improvviso, suonano il campanello. Vado ad aprire aspettandomi il peggio: infatti, dall'altra parte della porta, c'è un ragazzo, il primo possessore, quello di prima. E' un ragazzo (le scritte che avevo cancellato erano decisamente di scrittura maschile), ma non ne riconosco - o non ricordo - i tratti, so solo che mi guarda in cagnesco: d'un tratto mi strappa il libro dalle mani e se ne va furioso sbattendomi la porta in faccia (anche se ero io a casa mia, e lui era fuori, ma vabbè...).
Stamattina mi son svegliato con l'ansia. Devo sbarazzarmi del libro e procurarmi una copia originale. O il fantasma dello studente passato mi perseguiterà a vita.
Lo so, ho sbagliato, non dovevo nemmeno infilarmici in questa sporca storia. Ma giuro che non lo faccio più.

domenica 30 gennaio 2011

Il discorso del re

The King's Speech è un film pacato e interessante, percorso da un'ironia diffusa e un sentimento pervasivo. E soprattutto fa recuperare uno dei significati fondamentali del cinema: quello di raccontare storie laterali, minori, di cui altrimenti difficilmente verremmo a conoscenza, storie che sono piccole e nascoste e per questo grandi e potenti.
Il tono del film è poi delicato, essenziale lento al punto giusto. Colin Firth è magnifico nell'interpretare il balbuziente Giorgio VI, a mostrare le fragilità di un uomo messo di fronte a responsabilità incommensurabili, ma anche alla possibilità di riscatto di una vita passata nell'ombra e nell'insicurezza; convincentissimo quando mostra la difficoltà essenzialmente fisica del re di pronunciare le parole, quando recita questo inceppo con gli occhi, con la bocca tremante, con il viso paonazzo, con la gola bloccata. Geoffrey Rush, invece, è perfetto nella parte del tagliente e ficcante logopedista australiano, anche lui con le sue insicurezze e i suoi insuccessi.
La ricostruzione delle vicende della famiglia reale (anche allora densa di scandali, come il rapporto non tollerato fra Edoardo VIII e la divorziata americana Wallis Simpson, per cui sarà poi costretto ad abdicare) non è sfarzosa o di maniera, si concede invece ad aspetti di una qualche sincera intimità (la regina Vittoria Maria che non riesce ad abbracciare il figlio Edoardo dopo la morte di Giorgio V, ad esempio). Nonostante siano poi gli anni che si affacciano al dramma della seconda guerra mondiale (e alcuni hanno avuto da ridere sull'esattezza storica di alcuni tratti del film: sembra che anche Giorgio VI, ad esempio, non fosse poi così indifferente al fascino di Hitler), il film si percorre spesso con il sorriso e, alla fine, si vive come una distensione, una vittoria sulla difficoltà e sulla paura. La vittoria di uomo che forse è però interessante solo perché quell'uomo alla fine è diventato re.