martedì 30 novembre 2010

110 anni fa, in una triste notte parigina

La società, come l'abbiamo costituita, non avrà mai posto per me, nessun posto da offrirmi; ma la Natura, le cui dolci piogge cadono sugli ingiusti e sui giusti allo stesso modo, avrà anfratti nelle rocce in cui possa nascondermi, e valli segrete nel cui silenzio io possa piangere indisturbato. Lei manterrà le notti pieni di stelle cosicché io possa camminare lontano nell'oscurità senza inciampare, e manderà il vento sui miei passi in modo che nessuno m'insegua per farmi del male: lei mi ripulirà in acque profonde e mi curerà con erbe amare.
Oscar Wilde, De Profundis (traduzione mia).

giovedì 18 novembre 2010

Di "Un karma pesante" volevo scrivere anch'io, ma dopo questo...

Nadia Fusini. Cioè, Nadia Fusini! Voglio dire: NADIA FUSINI. Una recensione spettacolare.

Se la psicoanalisi è una 'talking cure', come spiegò al suo dottore una famosa paziente, la protagonista di Un karma pesante, di Daria Bignardi, (Mondadori), ci persuade che a curare lei è piuttosto la scrittura. In prima persona Eugenia Viola racconta la sua vita di donna adulta in rapide pennellate, da regista cinematografica qual è. In un susseguirsi di flashback avanzano in scena i fantasmi interiori che popolano la sua esistenza, un'esistenza che pur nell'incalzare di risultati da ottenere, di successi da conseguire, non smette di interrogarsi sul senso della vita. La protagonista lo riconosce: vivo "da fanatica, cercando di capire le cose e andare fino in fondo". A Eugenia accadono vere e proprie illuminazioni nel corso del racconto, che con ritmo andante sostenuto procede per aperture esistenziali, affidate ad affermazioni corsare, brusche; cui seguono chiuse altrettanto concitate, dal tono sempre antisentimentale, come se la preoccupazione prima della protagonista fosse tenere a bada il dolore.
Il dolore s'afferma come il vero tema del romanzo. Di dolore si nutre questa impietosa messa a nudo di un'anima attratta dall'azione positiva, realistica - fare, esprimersi, creare, lavorare, risolvere l'energia nell'atto; mentre la medesima energia pericolosamente sprofonda l'anima medesima nel gorgo del dubbio: chi sono io? Questa è la domanda in cui si annida l'angoscia.
E' la domanda che apre la grande meditazione femminile della signora Ramsay nella meravigliosa elegia che Virginia Woolf rivolge
Al Faro, ricordate? A cena, come fosse l'ultima, la protagonista si chiede: che ho fatto io della mia vita? L'interrogativo apre su sentimenti oceanici, che non trovano risposte capaci a fare sponda.
Non a caso "tutto o niente" sta scritto sullo stemma che riassume all'inizio la spinta vitale di Eugenia, una adolescente inquieta, fragile e forte insieme, tenera e ostinata, che ha una sola fame: vivere. Fino all'ultimo respiro. E' per fame che cerca avventure estreme, e soffre e continua a soffrire, finché la sofferenza si confonde con la vita stessa. E non vale come antidoto il successo. E' questo che rende Eugenia diversa dal panorama di creature che sfiora e la sfiorano; lei è una terrorista, manager magari, ma terrorista; lei non cerca come gli altri i piaceri della vita; lei cerca un significato. E il significato apre su qualcosa di estremo - su quell'insieme torbido di dolore e gioia che lei chiama "tutto o niente". Eugenia è ambiziosa: al di là del principio di piacere per lei si gioca qualcosa di più vero, di più tragico, di più vitale. Anche se doloroso.
Poiché questo è un racconto di iniziazione, alla fine quel 'tutto o niente', che in genere vale per i mistici, i pazzi e gli adolescenti, si trasforma. Non vince
Il demone meschino di Sologub, libro che tanto ispira la ragazzina affamata e intraprendente. Vivendo e soffrendo Eugenia scavalca la pietra che all'inizio impaccia il suo cammino e che visivamente nelle pagine d'avvio si confonde con il grosso assorbente che le bascula tra le gambe (è un'immagine inquietante e profonda che 'buca' il tessuto narrativo, che per lo più muove in modo veloce, non cerca la bella prosa, la lingua alta, ma commuove con semplicità). E alla fine esce dal fascino equivoco del 'tutto o niente' e accetta quel 'poco o niente', o quel 'troppo e male' - che è la vita. E lo fa grazie a una capriola, quando stipula, se non la pace, almeno una tregua, con la sua propria natura. E comprende: non c'è io senza dolore. Se non un falso io.
Questo salto le riesce perché è donna? Così pare di capire; perché proprio alla fine lei che si sentiva "un pallone troppo gonfio", pieno soltanto d'aria, e dunque vuoto, scopre che in quel vuoto può fare accomodare altre creature. Quel vuoto è un grembo. In esso si possono concepire altre creature, anche di parole.
Recensione di Nadia Fusini su Repubblica di oggi, 18 novembre 2010


mercoledì 17 novembre 2010

Leggere

L'ho già detto? Le copertine (e le vignette) del New Yorker hanno una capacità di illustrare le stranezze della nostra epoca con il minimo numero di "segni" per il massimo effetto comunicativo. Che poi non serve neanche leggere.


p.s. Qui una recensione su Freedom di Franzen che mi trova un po' d'accordo. Ne riparleremo.

lunedì 15 novembre 2010

Paul Auster sono io

Leggendo fra ieri e oggi il bellissimo Città di vetro di Paul Auster sono rimasto impressionato da come la trama mi ricordasse un racconto che avevo scritto quasi quattro anni fa, con tutt'altra ispirazione. Si chiama Io. (Il titolo del posto non è un superbo paragone fra me e Auster, ma riguarda la storia del romanzo. Ve lo consiglio.)

I rituali della preparazione mattutina quel giorno durarono più del solito. E non perché la barba fosse più ispida degli altri giorni, ma perché Mike passò la maggior parte della sua permanenza in bagno a fissarsi allo specchio. Si passava una mano sulle guance e sul mento con aria perplessa. Era lui. L’immagine che si rifletteva nello specchio era esattamente la sua, ma una bizzarra sensazione d’estraneità lo pervadeva. Osservava i lineamenti duri, le occhiaie sempre più evidenti, la pelle che già mostrava i segni del tempo che passa. Pareva impossibile: non si era mai visto così. Subito cercò di giustificarsi: gli altri giorni non passava così tanto tempo a guardarsi allo specchio. Era forse quello il rischio di una vita come la sua. Ordinaria, si direbbe felice, ma comunque frenetica. Non disporre più del proprio tempo, non avere più qualche minuto per fissarsi in uno specchio.

E non riconoscersi più. Non ritrovare in quell’immagine perfettamente identica il proprio aspetto di sempre senza rendersene conto.

Forse era proprio quello il rischio di una vita vissuta troppo in fretta. La vita corre, lo specchio rimane immobile. Bisognava andare.

Uscì di corsa senza nemmeno fare colazione, salutando bruscamente la moglie e i figli. Si precipitò per il vialetto – era in un ritardo terribile, ma prima di salire in macchina si chinò a raccogliere il giornale che il ragazzo delle consegne aveva ancora una volta abbandonato troppo lontano dalla porta di casa. Con un gesto meccanico lo gettò vicino alla grande finestra che dava sul giardino. Rialzandosi urtò un passante. “Mi scusi”, disse distrattamente guardando di sfuggita l’uomo con cui si era scontrato, ormai distante sulla strada. Montò in macchina con una sensazione di disagio: quell’uomo era praticamente identico a lui, l’impressione era stata immediatamente quella. Strano, però: riconosceva la propria immagine non allo specchio, ma nel volto degli sconosciuti per strada. Non aveva tempo, comunque. Partì senza più pensarci.

***

La giornata era stata pesante. Come al solito. Anzi, da qualche tempo, ogni sforzo in casa o al lavoro sembravano a Mike sempre più pesanti, sempre più insopportabili. Per questo motivo gli pareva sempre meno di vivere la propria vita. Era troppo stanco per farlo. Senza accorgersene stava diventando proprio vecchio, sempre più vecchio. Vecchio dentro. E questo lo atterriva, lo sfigurava.

Nonostante tutto, appena sceso dall’auto, Mike fece un grande respiro e si diresse verso la porta. In fondo l’idea di casa riusciva ancora in qualche modo a riscaldare il suo animo ormai enormemente raffreddato.

Avvicinatosi all’uscio di casa notò con sorpresa il giornale che aveva gettato sotto la finestra, quella stessa mattina. Quando si rimise in posizione eretta dopo averlo raccolto, non poté che fare un balzo indietro, stupefatto. Immediatamente fece cadere il quotidiano di nuovo a terra. Non poteva credere ai suoi occhi. Non poteva credere di osservare dall’altra parte del vetro qualcosa che effettivamente stava avendo luogo. Non poteva credere che a giocare coi suoi figli, nel suo salotto, di fronte alla sua televisione, fosse una persona esattamente identica a lui. Era lui, ma non era lui. Aveva gli stessi abiti, lo stesso taglio di capelli, la stessa barba già cresciuta a poche ore dalla rasatura mattutina. Perfino lo stesso atteggiamento e gli stessi movimenti nei confronti dei figli piccoli. Mike non poteva credere di vedersi dall’altra parte della finestra. Non poteva credere di stare a giocare coi propri figli, pur essendo fuori casa.

D’istinto si diresse verso il campanello d’entrata e lo suonò furiosamente, finché non vide apparire sua moglie nella crescente luce della porta che s’apriva.

“Sarah, chi…”

“Scusi ma lei chi è?” chiese la donna, con la freddezza che Mike riconosceva familiare, “E soprattutto come fa a sapere il mio nome?”

La risposta fu immediata e affannosa: “Sarah! Sono io! Sono Mike! C’è uno dentro che è uguale a me. Chi è? Perché l’hai fatto entrare? Sono io, sono tuo marito. Quello vero.” Non poteva credere di aver detto quelle parole. In realtà non ci credeva nemmeno lui. Era veramente sicuro di essere quello vero, di essere veramente se stesso? L’affanno di farsi riconoscersi era comunque più importante di quelle riflessioni.

“Senta: è tardi! Davvero io non so chi lei sia e il suo scherzo non mi diverte per nulla. Se ne vada o chiamo mio marito,” dicendo ciò Sarah si girò di scatto e con violenza sbattè la porta.

Ma tuo marito sono io, avrebbe voluto urlare Mike. Ma era stanco. Come sempre. E quella situazione era troppo assurda per essere affrontata.

***

Aveva passato la notte a girare in macchina. Guardava i grattacieli, osservava le luci, leggeva qualsiasi insegna e qualsiasi scritta luminosa che invadeva la città. Voleva percepire tutto, farsi travolgere da un flusso immenso di percezioni e sensazioni: tutto pur di non pensare al suo doppio, all’impostore che aveva occupato la sua vita, al clone che gli stava rubando il posto in famiglia, il suo posto nella società.

Dopo aver dormito un paio di ore tormentate, esattamente come ogni mattina si diresse al lavoro. Aveva la barba lunga, gli stessi vestiti del giorno prima. Non era mai capitato. Ma quel giorno aveva una dannata necessità di conferme, di sapere di essere ancora se stesso: i colleghi l’avrebbero riconosciuto, si sarebbero accorti che era lui. Avrebbe ripreso il suo ruolo. E a quel punto i vestiti stropicciati del giorno prima non erano molto rilevanti.

Parcheggiò direttamente di fronte al grande edificio dove faceva l’impiegato. Era l’edificio di un’importante multinazionale, in cui lui era solo un piccolo numero.

Si diresse a lunghi passi verso l’entrata, completamente costruita in cristallo. Attraversò le porte scorrevoli a una velocità molto spedita, talmente spedita da allarmare l’usciere che stava dietro al suo bancone per controllare chi entrava e chi usciva. Di solito Mike non faceva mai caso a quel vecchietto ormai abbondantemente in età da pensione: lavorava lì da più di quindici anni e pensava di non aver più bisogno di presentarsi ad ogni ingresso nell’edificio.

L’usciere, quella volta, però, sembrava parecchio allarmato: “Senta lei, cosa crede di fare? Non può entrare qui. Deve prima presentarsi.”

Mike frugò a grande rapidità nella sua memoria, anche se l’operazione si presentava parecchio difficile con tutti i pensieri che gli passavano per la testa in quel momento. In un tentativo di dimostrare la propria familiarità al luogo e alle persone che vi lavoravano, Mike cercava disperatamente di ricordare il nome dell’usciere, il quale quel giorno non portava la targhetta di riconoscimento.

“Senta John, sia gentile. Lavoro qui da una vita, devo salire al decimo piano. Mi faccia andare: è importante”, disse con una voce adulante.

“Mi faccia il favore. Sono io che lavoro qui da una vita! E le assicuro, caro signore, che conosco perfettamente i volti di chiunque lavori qui dentro. E lei non è fra questi.”

Mentre il vecchio portiere pronunciava quelle parole, Mike sprofondava sempre più nello conforto. Tentò di nuovo, anche se scoraggiato: “La prego, John, mi faccia…”

L’altro l’interruppe, sfoderando una voce profonda e minacciosa che mal s’abbinava col suo fisico invecchiato e gracilino: “Se ne vada, ripeto. Se non ha un appuntamento o un particolare motivo per essere qui, deve andarsene. Se non lo fa di sua spontanea volontà, chiamerò la vigilanza.”

Mike fece l’ultimo disperato tentativo, troppo stremato per combattere anche con quell’uomo: “Lavoro al decimo piano, non porto nemmeno più il cartellino da quanto tempo lavoro qui…”

All’ennesima protesta, il portiere si diresse al suo bancone, prese il telefono e chiamò i vigilanti. Senza nemmeno realizzare cosa stesse succedendo, Mike si vide sollevato di peso da due energumeni in divisa e fu gettato fuori dall’entrata in cristallo.

Mentre ricadeva a terra, Mike sentì la voce del vecchio usciere urlare attraverso la porta che si stava chiudendo automaticamente: “E il mio nome è Jack, comunque.

***

L’oblio. Il più totale oblio. La sua mente si vuotava, ogni pensiero fuggiva via. Solo la disperazione regnava, la più completa disperazione. Nessuno lo riconosceva. Non era più lui, non aveva più l’aspetto di prima. Nessuna identità, nessuna relazione. Niente. Era forse una specie di punizione divina per la piattezza con cui aveva vissuto e viveva la sua vita? Per tutti i rimpianti che aveva accumulato?

Poco importava. Ormai lui non era più nessuno. Nessuno.

***

Stette per più di una settimana a vagare per la strada lungo la quale si trovava la sua casa. O forse ormai non era più sua. Mike continuava a vestire gli stessi abiti di quel fatidico giorno, a non curarsi, a non lavarsi. Mangiava poco, quelle piccole cose che si comprava con i soldi che gli erano rimasti nel portafoglio.

Il portafoglio. Era buffo come si fosse reso conto che, sempre quel fatidico giorno, era uscito di casa col portafoglio ma senza l’agenda in cui teneva documenti, patente e carte di credito. Mike aveva dimenticato tutti gli attestati della sua identità, tutta la sua identità. Aveva con sé solo il portamonete, e quelle monete stavano per terminare. Se un uomo è quello che si porta in tasca, lui era divenuto veramente nessuno. Eppure aveva la tristissima sensazione di esserlo stato da sempre, nessuno.

Molto spesso, nella sua spola continua su quel viale, si sedeva sul marciapiede di fronte all’abitazione in cui stavano ogni giorno i suoi figli, sua moglie. In quella casa scorreva quella che era stata la sua vita e abitava anche quella persona che gli aveva sottratto aspetto e affetti. Ma chi era lui? Chi era quell’uomo diventato la sua copia? Come aveva fatto non solo a diventare uguale a lui, ma anche a rubargli il volto, la riconoscibilità?

Una serie di dubbi si rincorrevano e si sostituivano in continuazione l’un l’altro nella testa di Mike: e nessuno poteva dargli risposta; a chiunque lui si fosse rivolto, nessuno l’avrebbe riconosciuto, nessuno l’avrebbe capito, nessuno l’avrebbe aiutato.

Ma forse la soluzione non era così lontana.

Uno di quelle mattine in cui se ne stava a fissare il luogo che una volta chiamava casa, la porta che aveva attraversato per l’ultima volta molti giorni addietro si aprì. La speranza che ne uscisse sua moglie Sarah, o uno dei figli, s’infranse immediatamente quando riuscì a scorgere il proprio profilo che si avvicinava. L’uomo identico a lui si stava dirigendo proprio nella sua direzione.

Cosa sarebbe successo quando si sarebbero incontrati? Due uomini diversi ma uguali fra loro. Cosa si sarebbero detti?

Fu l’altro a parlare, appena raggiunto il marciapiede opposto: “E’ venuto il momento.”

Mike non capiva, non capiva il senso, il senso di quella situazione, il senso di quella frase. L’altro gli fece cenno di dirigersi verso la “loro” casa.

Appena entrato, sempre seguito di qualche passo dall’altro, Mike scoppiò a piangere. Quante volte aveva dato per scontato tutto quello, quelle stanze, quei mobili, quegli ambienti: non si era mai reso conto. E capì, in quel singolo piccolo momento, tutto quello che non aveva capito fino allora. E l’amore che provava per i suoi cari e per la sua vita finalmente ritornarono a divampare nel suo animo, a rinvigorire ricordi e sensazioni che credeva di aver perduto per sempre.

In quel momento capì anche dove voleva condurlo l’altro, la sua copia. Salì le scale velocemente, sempre sentendo un’altra coppia di passi venire immediatamente dopo i suoi.

Si ritrovò, anzi si ritrovarono, in bagno. Di fronte allo specchio. Quel quotidiano, stranissimo specchio. Mike vedeva il proprio viso segnato dai giorni di sofferenza e d’attesa riflesso nello specchio e immediatamente dietro, spostato di qualche centimetro la faccia dell’altro, della copia: fresca, pulita, rilassata, appena rasata. Finalmente si rese conto. Fissò i propri occhi, e contemporaneamente gli altri occhi. Lo stesso colore, una diversa intensità. Magicamente quella luminosità, però, quella speranza, quell’ardore si stavano trasmettendo anche ai propri occhi. Mike stava riacquisendo quella luce che aveva perso da moltissimo tempo.

D’improvviso l’altro, l’uomo identico a lui fece qualche passo di lato, fino a scomparire completamente dietro a Mike. Era scomparso. In quel bagno ormai era solo. Era solo. Era solo lui. Era lui.

Prese, quasi in trance, il rasoio dall’armadietto sopra il lavandino e iniziò a radersi.


domenica 14 novembre 2010

La musica non è morta, ma c'ha l'artrite

Articolo dell'Economist tradotto su Internazionale di questa settimana (n. 872, anno 18). L'originale integrale è qui.
Negli ultimi dieci anni le vendite di dischi e cd sono crollate. Lo scambio illegale di file musicali e la fine del "ciclo di sostituzione digitale" - ovvero l'acquisto di cd per sostituire dischi e cassette - hanno dato il colpo di grazia al settore. La vendica di musica online non basta a compensare le perdite. (...) Eppure il business della musica è in ottima salute.
Ci sono nuove possibilità di guadagno per artisti e case discografiche. Il mercato non sta morendo, sta cambiando. Il boom più redditizio è quello della musica dal vivo. (...)
La pirateria musicale è un fenomeno generazionale. I sondaggi dimostrano che sono fondamentalmente gli adolescenti e i giovani a scaricare la musica illegalmente. E generalmente preferiscono la musica fatta dai loro coetanei, che racconta esperienze ed emozioni più vicine alle loro. Quindi succede che i giovani rubano ai giovani, mentre i fan di mezza età continuano a comprare i cd di artisti di mezza età. (...) I giovani in cerca di successo che partecipano a show come X Factor di solito si esibiscono con canzoni che hanno almeno vent'anni. Alcuni manager musicali si lamentano già che i migliori artisti dal vivo di oggi non troveranno degni sostituti domani. Insomma è innegabile che lo star system inizi a scricchiolare. Ma questo non significa che non ci saranno artisti famosi e adorati. I musicisti si conquisteranno i fan attraverso nuove strade, come i social network, la tv o semplicemente saltando di concerto in concerto (che in realtà è quello che hanno fatto la maggior parte dei gruppi del novecento). (...)
E chi dubita che il loro successo possa essere duraturo dovrebbe considerare un elemento: nessuna generazione di padri ha mai dato un soldo di fiducia alla musica ascoltata dai figli.

mercoledì 10 novembre 2010

Recinzioni: The Social Network, Howl, Brotherhood

The Social Network (David Fincher, 2010). Dal 12 novembre.

‎"The social network" è un buon film, forse penalizzato dai continui salti temporali e dalle complicazioni legali che di certo non ne facilitano la scorrevolezza, ma compensato da attori giovani e bravi e da dialoghi estremamente brillanti. L'effetto di una pellicola riguardante un fenomeno così gigantesco in cui praticamente tutti siamo dentro (anche in questo momento) lascia a dir poco esterrefatti: soprattutto perché lega le origini di questa straordinaria rete sociale alla impossibilità cronica del protagonista-fondatore Mark Zuckerberg a crearsi delle relazioni interpersonali e a gestirle in maniera coerente (la trama s'incentra sulle cause legali mosse contro di lui, accusato da ex amici di aver rubato loro idee e soldi). E poi si resta stupefatti da questi studenti di Harvard che sono inventori, imprenditori, campioni nello sport, hacker, intraprendenti - forse troppo, e troppo prematuramente - protagonisti del loro tempo. Ma sono anche cinici, determinati, disposti a tutto, con una scala di valori a volte insicura. Ecco, la sensazione alla fine del film è proprio questa: vedendo questi giovani così pieni e sicuri di sé, così di successo eppure così "disumanizzati", si guarda direttamente in faccia la nostra contemporaneità e i rischi che ognuno corre quotidianamente per stare al passo con essa. Tutti proiettati verso un qualche obiettivo, ci lasciamo inevitabilmente indietro qualcosa.


Urlo (Howl, Rob Epstein, Jeffrey Freidman, 2010)

"Howl" è un'opera suggestiva e originale, piena di fascino culturale. In un montaggio di immagini in bianco e nero, a colori e animate si ricostruiscono il processo per oscenità indetto contro il poema "L'urlo" di Allen Ginsberg, straordinario poeta della Beat, e la prima lettura pubblica dello stesso al Six Gallery di San Francisco, evento che segnò l'inizio della San Francisco Renaissance. Oltre a Ginsberg, interpretato dal sempre più sorprendente James Franco, vengono ritratti gli altri protagonisti del movimento beat, con molti dei quali Ginsberg intrecciò infatuazioni e relazioni amorose: Jack Kerouac, Neal Cassidy, Peter Orlovski, Lawrence Ferlinghetti ecc. A parte il processo (riproposizione canonica del conservatorismo oscurantista che cerca di soffocare - inutilmente - l'oscena vitalità artistica), quello che colpisce nel film è la recitazione praticamente integrale del poema: un vibrante e immaginifico affresco e un doveroso omaggio al fermento di una gioventù che cercò di cambiare il mondo con le parole. Inoltre le inquadrature e le animazioni sono create con un rigore praticamente filologico sulle foto e i disegni originali del poeta. Forse a chi non è appassionatissimo di letteratura il film può risultare un po' pesante, del resto alla fine della pellicola la voglia più impellente è quella di andarsi a rileggere Ginsberg.


Fratellanza-Brotherhood (Broderskab, Nicolo Donato, 2009)

Dopo "L'onda", questo è un altro di quei film nordeuropei (stavolta danese) che tornano ad interrogarsi sul nazifascismo e, soprattutto, sulle sue riformulazioni contemporanee, lasciando interdetti su una realtà che tentiamo di nascondere sotto il tappeto e che invece racconta in modo plateale la parte più marcia della nostra società (roba che invece noi in Italia vorremmo quasi quasi cantare "Giovinezza" a Sanremo, per dire). Al centro della vicenda Lars, un giovane ex soldato omosessuale che, frustrato dalla noia e dalla famiglia, entra in un gruppo neonazista (i neonazisti in Danimarca? Sì, i neonazisti in Danimarca) che perseguita gay e immigrati. Nonostante sia intrappolato nella contraddizione del suo ruolo e dalle regole scellerate del gruppo, Lars s'innamora di uno degli esponenti più duri e violenti del movimento, Jim, il quale smette di reprimere se stesso e ricambia l'amore dell'altro. Siccome la violenza genera solo altra violenza, la storia fra i due sarà destinata a tragiche complicazioni. Sullo sfondo una società assente (anche dal film, in cui praticamente esiste solo il gruppo neonazista), un gruppo di giovani che vogliono farsi forti alle spese dei più deboli, un mondo di brutalità omologata in cui solo un amore "diverso" può segnare la via di fuga, di ritorno alla normalità.


sabato 6 novembre 2010

Comodino

Sul comodino Colum McCann, Questo bacio vada a tutto il mondo; Henry David Thoreau, Walden; Elisabetta Rasy, Memorie di una lettrice notturna; Tony Kushner, Bright Room Called Day; AA.VV., 8 peccati capitali. E da comprare assolutamente Michael Cunningham, Al limite della notte e Alessandro Piperno, Persecuzione. E martedì arriva il nuovo di Daria. E i giorni hanno sempre e solo 24 ore, anche meno.

Aggiornamento 08.11: Dimenticavo, manca anche l'imperdibile Imperial Bedrooms di Bret Easton Ellis.

(L'opera, Pile of books, è della designer Josefin Hellstrom Olsson)

venerdì 5 novembre 2010

Tuscana literaria

Highlights di un piccolo viaggio in Toscana disseminato di riferimenti letterari (e di grandi abbuffate anche, se è per quello).

A Certaldo (Firenze) si trova la casa natale di Boccaccio. Lui è sepolto nella Chiesa dei Santi Jacopo e Filippo, che ospita anche le spoglie di una beata Giulia la quale si dice si fece murare in una cella per seguire la via della clausura e, nonostante questo, riuscisse da una finestrella a donare ai passanti fiori freschi per tutto l'anno.

San Gimignano è uno stupendo borgo in provincia di Siena, pieno di viuzze e negozietti, riconosciuto dall'Unesco patrimonio dell'umanità. Famose sono le sue mura e, soprattutto, le sue torri. A uno degli accessi della città è collocata una targa che ricorda l'impegno di Niccolò Machiavelli come segretario della Repubblica Fiorentina nell'addestrare le milizie locali nel 1508.

Pienza (Siena), cittadina anch'essa patrimonio dell'Unesco, deve la sua fortuna ai natali di Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II. Questo pontefice, nel Cinquecento, volle ricostruire il suo piccolo borgo natale rimodellandolo nella forma di una perfetta e armonica città rinascimentale, progetto non portato a termine data la sua prematura morte. Della città era cittadino onorario il poeta Mario Luzi, cui è dedicato uno slargo e un'associazione di stampo culturale chiamata "La Barca".

A San Giovanni Valdarno, paese ai confini fra Arezzo e Firenze, si trova la casa natale del pittore Masaccio e il museo diocesano locale ospita una delle tre famose Annunciazioni del Beato Angelico.


Francesco Petrarca nacque, invece, ad Arezzo. Nel grande giardino pubblico nominato "il Prato", sorge maestoso un monumento dedicato alla sua gloria poetica. Sempre camminando per la città ci si può imbattere nella scultura alla memoria dell'architetto e autore de Le vite Giorgio Vasari o nella casa natale di Pietro Aretino.

Il piccolo tour termina a Siena, di fronte alla magnifica facciata del Duomo gotico, così complessa e labirintica da essere un puro esempio di poesia in pietra.

giovedì 4 novembre 2010

Thomas Pynchon mi perseguita/2

Oggi, fuori dall'Università, una bancarella di remainders. E indovina chi ti becco. Il peccato di cui parla è l'accidia.


martedì 2 novembre 2010

Un anno, Alda

Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E, dopo, quando amavamo,
ci facevano gli elettrochoc
perchè, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l'avello
anch'io mi sono ridestata
e anch'io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all'inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.

Alda Merini, da "La terra santa". La poetessa milanese scomparve un anno fa, esattamente il 1° novembre. Ora Mondadori la ricorda con un'opera omnia che comprende praticamente tutti i suoi componimenti prima degli anni '90 e il meglio della ricchissima produzione successiva. Vibrante ed emozionante l'omaggio di oggi alla Fondazione Cariplo-Auditorium di Milano con lo spettacolo "Delirio amoroso" interpretato da una stupenda Licia Maglietta.