lunedì 10 dicembre 2012

Salvare i traduttori per tradurre di più e meglio

Ricevo da Franca Cavagnoli, professoressa di teoria e tecnica della traduzione inglese all'Università di Milano, questo appello presentato dall'associazione dei traduttori italiani, STRADE. In Italia si traduce sempre meno e spesso sempre peggio, soprattutto a causa del trattamento miserando con cui le case editrici liquidano i traduttori.  In giro se ne parla sempre poco eppure quello della traduzione è un universo che va salvaguardato in quanto garantisce una fondamentale via di accesso al sapere. Anche se quasi nessuno se ne accorge.





Ci sono crimini peggiori del bruciare libri.
Uno di questi è non leggerli.

Iosif Brodskij

Perché i lettori continuino a leggere
Perché gli editori continuino a pubblicare
Un sostegno alla traduzione e ai traduttori

«Alcuni libri vanno assaggiati, altri inghiottiti, pochi masticati e digeriti», scriveva Francis Bacon. I pochi degni di masticazione sono sempre più difficili da trovare in un mercato che - come si legge nel rapporto annuale dell’Associazione Italiana Editori - è entrato in una zona d’ombra e, per la prima volta negli ultimi decenni, si allinea al segno negativo del generale contesto dei consumi.

Diminuiscono, soprattutto, le traduzioni: se nel 1997 erano quasi il venticinque per cento dei titoli pubblicati (un libro ogni quattro), oggi non si arriva nemmeno al venti. E se nel 1997 il 40,3% dei libri stampati e distribuiti erano di autori stranieri, oggi siamo scesi al 35,8%.

Inoltre, pur essendo il nostro un paese in cui - comunque - si continua a tradurre, le pubblicazioni si indirizzano sempre più a libri di facile consumo, a scapito di testi di qualità che spesso - ma non sempre - risultano appetibili per un mercato più circoscritto. La prima conseguenza è un ovvio impoverimento della cultura. Tradurre significa conoscere, dialogare, scambiare e far circolare idee e stili di vita; niente come una traduzione aiuta a comunicare - a rendere comuni e, dunque, di tutti - differenze e similitudini, stimolando la crescita culturale e civile dei popoli.

Ma tradurre costa. La traduzione incide in modo cospicuo sul prezzo di un libro ed è ormai diventata la prima voce di spesa da tagliare. In un contesto simile i traduttori editoriali italiani, già fra i meno pagati d’Europa, vedono peggiorare drasticamente la propria condizione. Accade sempre più spesso che si affidino incarichi a soggetti che si improvvisano traduttori anziché a professionisti in possesso delle necessarie competenze, a scapito ancora una volta della qualità e in un declino dei saperi al quale è urgente porre un argine.

È dunque per proporre opere di qualità da ogni parte del mondo in traduzioni di pari valore - alleggerendo i costi di traduzione per gli editori desiderosi di farle circolare - che chiediamo di seguire l’esempio di altri Paesi europei, istituendo un fondo nazionale che sostenga le traduzioni verso l’italiano e il lavoro dei traduttori editoriali, e permetta la diffusione di libri con un peso specifico culturale maggiore.

Chiediamo che tale sostegno sia articolato in vari ambiti, e in primis con un’integrazione ai compensi dettati dalle case editrici, così da favorire la pubblicazione di testi di consumo meno immediato in traduzioni adeguate. In questo modo il traduttore riceverà un compenso proporzionato alla complessità di opere che richiedono competenze particolari e tempi di lavorazione più lunghi, e l’editore sarà incoraggiato a pubblicare libri di qualità che esulino dalle logiche ferree del «mercato».

È inoltre necessario investire sulla formazione e sostenerla: che si tratti di formazione degli esordienti, in una sorta di «bottega» nella quale un traduttore esperto segua il neofita trasmettendogli il mestiere, o dei professionisti, con borse di studio che aiutino a coprire i costi di soggiorni di lavoro e ricerca all’estero, e con seminari e laboratori che favoriscano il confronto, lo scambio e l'aggiornamento costante. Andranno poi moltiplicati e potenziati spazi come le Case dei Traduttori, luoghi ideali di studio e di incontro fra chi scrive, chi traduce e chi legge.

Abbiamo allo studio alcune proposte stilate sulla falsariga di quanto già accade nel resto d’Europa e contiamo di poterle sottoporre presto a chi di dovere.

STRADE
Sindacato Traduttori Editoriali


PER VEDERE I FIRMATARI E ADERIRE ALL'APPELLO CLICCA QUI

martedì 13 novembre 2012

#csxfactor

Un paio di cose sul confronto fra i candidati del centrosinistra andato in onda ieri sera su SkyTg24, su Cielo e in streaming internet, che ha fatto il 6% di share e scatenato Twitter a suon di hashtag #csxfactor (il dibattito andava in onda proprio dallo studio di X Factor, il Teatro della Luna a Milano).

TABACCI è un vecchio, punto. Vecchio democristiano, vecchio nel modo di rivolgersi al giornalista e al pubblico, vecchio nel pensare alla società. Il suo apporto all'elaborazione del centrosinistra è stato minimo ieri sera. (Giudizio di stile: non pervenuto.)
PUPPATO è stata, per me, brava. Come dice Michele Dalai, ha fatto la figura della hostess, cioè di colei che dice cose fondamentali e giustissime ma tutti non vedono l'ora che finisca di parlare (e infatti sforava sempre). Teutonica, pragmatica ma anche inesperta di come vanno certe cose comunicative. Io la stimo perché ha voluto combattere la sua battaglia impari con determinazione. (Giudizio di stile: qualcuno deve averle detto una roba del tipo "Metti le perle che vai sul sicuro", beh, quel qualcuno si sbagliava.)
VENDOLA è stato Vendola anche ieri sera. Sudato, agitatissimo, molto concentrato. Ma anche lirico, poetico, pindarico, insomma ancora una volta coi soliti problemi del vendolismo che è teoricamente e politicamente avvincente ma nel concreto risulta sconnesso dal tessuto della realtà. Fondamentale è, anche se non vince (non vincerà), che le sue campagne civili non vadano perse. (Giudizio di stile: giacca - come sempre - sformata, abito troppo serioso, maschera di sudore. Orecchino.) 
RENZI è gigione, è nel suo brodo: comunica, gesticola, fa le battute, cita i blogger, i cantanti pop. È veramente un comunicatore (e no, non al modo di Berlusconi). Dice anche cose importanti, nuove, che farebbero bene all'Italia, ma lo fa col suo modo un po' caciarone e compiaciuto che alla fine forse non gli rende giustizia e può risultare controproducente. Se si desse una calmata, avrebbe ancora più chance di cambiare veramente le cose. (Giudizio di stile: Il risvolto della giacca aveva qualche problema, forse il fatto di venire dritto dagli anni '80, la cravatta viola audace ma... No, forse solo audace.
BERSANI è un volpone: calmo, pacato, però deciso, si vede che è da una vita che fa politica e va in tv. Non ha detto nulla di soprendentemente nuovo ma ha dimostrato il piglio del leader che sa rassicurare e regolare. Ma quella scivolata su Papa Giovanni non me la doveva fare. (Giudizio di stile: il più elegante, però attento, prima o poi le cravatte rosse finiscono e lì saranno cazzi.)
LE REGOLE: Sky ha fatto un bel lavoretto all'americana, molto pulito e diretto, col conduttore Gianluca Semprini all'inizio un po' impacciato ma poi sempre più corretto e preciso. Avevano il fact checking, un montaggio dei migliori momenti pochi minuti dopo la fine della diretta, un dibattito postconfronto in studio. Insomma hanno usato tutta la loro professionalità anglosassone e hanno dimostrato che il modo di raccontare la politica in Italia è molto più che bizantino. Peccato che a continuare ad essere bizantini siano spesso proprio gli stessi politici. Pare che anche la Rai ora si sia detta interessata a un confronto fra i candidati: speriamo di no.
INSOMMA, non è che questo confronto abbia aggiunto parecchio materiale su cui discutere o su cui convincersi (tranne forse Renzi che esclude Casini?), e i candidati non hanno stupito se non nel confermarsi loro stessi in tutto e per tutto. Credo che questo evento televisivo (con Sky che spariglia le regole e s'impone come grande punto di informazione e rinnovamento televisivi, alla faccia di Viale Mazzini) abbia fatto più bene al Pd in generale, che ai singoli sfidanti. Tipo io non so ancora chi voterò, ma mi è tornata la curiosità e un po' di voglia di occuparmi di un partito che - avrà tutti i difetti immaginabili più anche quelli inimmaginabili - ma è comunque un luogo di discussione e confronto.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
p.s. Ieri, sul sito del Partito Democratico, l'annuncio del dibattito televisivo era corredato da un fotomontaggio che raffigurava i candidati alle primarie come i "Fantastici 5" (ovvero i Fantastici 4 della Marvel più Silver Surfer). Dagli stessi candidati si sono levati strali di disapprovazione (con Renzi che dice: "Dobbiamo interessare gli elettori, non farci ridere dietro"), mentre la responsabili del sito rivendica la scelta in base a una "agilità di comunicazione 2.0". Io nemmeno commenterei, se non fosse per ricordare che i responsabili comunicazione del Pd avevano fatto anche quella campagna con Bersani e le maniche arrotolate. E poi sappiamo tutti che i Fantastici 5 sono e saranno sempre solo loro.

sabato 10 novembre 2012

POP

Pubblicato sull'ultimo numero di Bartleby Mag, online qui.



Di tanto in tanto qualche giornale scopre su internet qualche nuova tendenza, per lo più effimera e banalotta, e decide di riempirci le pagine un po’ frou frou chiamate di alleggerimento. Molto spesso ciò che vi finisce dentro è etichettato come cultura popolare, o pop.
Ma cos’è veramente il pop, sempre più pervasiva marca dei nostri tempi? Tutto iniziò con la pop art, grande invenzione dei fantastici anni ’50, dai notevoli prodotti finali ma che oramai è diventata un alibi per chi di arte non sa un’acca ma comunque vuole fare la posa. Lì il concetto era quello di prendere elementi iconici di una cultura sempre più commerciale e massificata (dive del cinema, banane, cartelloni pubblicitari, fumetti…) e stampigliargli un po’ dovunque in collage e pastiche. Colori accesi e fluo, disordine formale, eccesso, stupore. C’era una carica esagerativa nelle opere di Warhol e di Lichstein che ne dava un senso dirompente e anticlassicista, riempiva di significato anche quelle immagini che di significato di per sé ne veicolavano poco.
Eppure, viene da chiedersi, questo significato aggunto, dirompente, si può ancora associare a ciò che viene comunemente designato come pop?

Pop music
Sicuramente l’ambito a cui più comunemente si associa l’etichetta di pop è la musica: inizialmente si indicava così la musica commerciale da opporre alla musica classica o da camera (e quindi anche il rock era pop), mentre poi, con la distinzione successiva dei generi che venne, il pop fu sempre più terreno delle canzoni melodiche, d’amore, dalla strumentazione leggera e disimpegnata, dai motivetti semplici e facilmente vendibili. E di qui l’irreparabile scivolare verso il disprezzo intellettuale. Eppure abbiamo grandi icone, nella storia della musica pop, che hanno segnato l’evoluzione del genere e anche molte delle cose che sono successe in lidi diversi: Elvis Presley era molto pop, per non parlare degli Abba, e non venitemi a dire che Madonna non ha lasciato il segno, da qualche parte.
Ecco, sì, Madonna: regina degli scandali e delle mode, paladina di quella libertà espressiva esagerata e trasgressiva che era propria della factory warholiana (salvo che poi ora gli eredi di quella stessa factory si siano scannando coi Velvet Undergound a causa di una banana...), camaleonte dai colori sgargianti e dalle metamorfosi inaspettate. Molti la odiano, la disprezzano per questo suo rifuggire a ogni convenzione - e, a dire il vero, anche per un suo certo compiacimento che a volte la porta ad essere effettivamente un po’ vacua. Eppure Madonna nel mondo della musica pop e del suo immaginario ha provato e inventato tutto.
Non a caso Lady Gaga, che da un po’ di anni cerca di spingere questo connubio fra pop music e pop art ancora più in là, prendendo a man bassa dalla moda d’avanguardia e dall’arte visuale, non può che seguire il detto picassiano di “uccidere il padre”, la madre in questo caso: Gaga deve tutto a Madonna ma rinuncerebbe alle estension piuttosto che ammetterlo. Ed è innegabile che Lady Gaga sia una macchina performativa che si autoalimenta ma che soprattutto autoalimenta il far parlare di sé. Si veste di carne, esce da un uovo, mangia crocifissi, indossa Alexander McQueen e Thierry Mugler, si fa gli zigomi finti, s’imbratta di sangue, dà vita a una nuova razza aliena. È un fenomeno talmente baraccone da incarnare alla perfezione i nostri tempi altrettanto baracconeschi: tutto è spettacolo, estetizzazione, esteriorità e cattura dell’attenzione di massa. Viviamo in un mondo in cui si è e si appare, azioni oramai indissolubilmente (e neanche poi tanto deprecabilmente) legate. Non c’è nulla da fare: viviamo in un mondo pop.

Icone
Ma questo bisogno di alimentare queste figure emblematiche e carismatiche, nel bene o nel male, è tipico di una cultura - non solo pop - che fa dell’immagine e della fama un elemento costante del vivere quotidiano. E queste non sono che conseguenze di una mentalità capitalistico-arrivistica che dagli anni ‘50 (fatalità: quand’è nata la pop art?) ad oggi non ha fatto altro che alimentare sogni, delusioni e confusioni di quasi ciascuno di noi.
Da qui l’adorazione per le star di Hollywood, l’ambizione al successo, la determinazione a dimostrare talenti nascosti anche quando uno non ne ha. Da qui anche l’iconizzazione di qualsiasi personaggio possa avere una certa rilevanza in un determinato ambito: non solo nella musica o nello spettacolo, ma anche nella politica, nella religione, perfino nelle cause sociali più impegnate (Saviano vi dice niente?).
Anche qui si può trovare sotto all’apparenza uno strato di profondità in più, però. Mi vien da pensare alla figura di Marilyn Monroe: donna magnetica divenuta attrice pur senza grandiose capacità drammatiche, immortalata in stampe e oggettistica proprio grazie alla massificazione della pop art, dalla vita sciagurata e per questo ancora più romanticamente romanzata. Nell’affezione che molto spesso si tributano a figure come questa, più chiacchierate per la loro vita che per i loro meriti effettivi, c’è anche un bisogno di identificazione e di personalizzazione, quasi volessimo appropriarsi di gusti e storie che ci rendono parte di una comunità allargata e globale, in qualche modo sana però, perché basata sull’emozione e sulla rappresentazione. In qualche modo una comunità pop.

Tutto è pop
Tutti questi discorsi, che sono tutti più o meno di natura culturale e sociale, ci permettono però di affrontare il fenomeno del pop anche da un punto di vista, secondo me, più filosofico, quasi epistemologico. Perché col pop si identifica anche una certa cultura. Questa fantomatica pop culture (l’hanno inventata gli inglesi, o forse Mtv) è praticamente la cultura diffusa e accessibile a tutti o, meglio, la cultura potremmo dire “percepita”, ciò di cui si parla in giro (Wikipedia non è forse il grande, modernissimo e condivisissimo tempio?). Sono i fatti notevoli, i grandi eventi ma anche le sciocchezze mediatiche, il gossip, le storie rosa e nere delle celebrities o delle persone involontariamente diventate tali. Una cultura che diventa un grande calderone in cui finisce dentro tutto, dall’alto al basso, dal serio al faceto, dal colto al burlesco.
Se i più tradizionalisti insorgono di fronte a una tale degenerazione, di fronte alla caduta di barriere inossidabili, non è detto che qualcosa di buono non si possa comunque trarre. Spariscono le élite culturali, i canoni estetici, le masse informi, tutti hanno l’iphone, tutti guardano i tg e i reality show. Scompare l’elitismo e scompare anche la rabbia di non essere in alto. C’è uniformazione, certo, e livellamento e un generale accontentarsi di un livello medio di quasi tutto. Però c’è anche molta più condivisione, scambio, più melting pot e più ibridazione: come sono pop i barbari della mutazione culturale (unica possibile salvezza futura, in un futuro in cui cultura non ce n’è), soprattutto quando ce li spiega Baricco! C’è un continuo fondersi di alto e basso, di proprio e di estraneo, di familiare e di estramemente esotico. Tutto acquisisce sfumature e sfaccettature che prima nemmeno avevano possibilità di immaginare.
Siamo pop, non vergogniamocene. Magari possiamo anche tirarci fuori qualcosa di buono.

giovedì 8 novembre 2012

Vintage, ma col cuore

Pubblicato su Cabaret Voltaire del novembre 2012:


La primavera scorsa al Metropolitan Museum of Arts di New York si è tenuta la mostra Schiaparelli and Prada: Impossible Conversations, un progetto fra moda e video art, voluto da Miuccia Prada per rendere omaggio a una storica icona della moda italiana, Elsa Schiaparelli, designer che fra le due guerre arrivò a rivaleggiare, col suo stile innovativo influenzato addirittura dai Surrealisti, coi grandi nomi dello stile mondiale, Coco Chanel in testa.
Schiaparelli non è comunque l'unica grande donna della moda classica a essere tornata in auge in questi ultimi anni: basti pensare al caso Vionnet, casa di moda fondata da Madeleine Vionnet nel 1912 e, nonostante la chiusura nel 1939, rimasta per decenni come punto di riferimento nel fashion gotha mondiale. A ridare ulteriore lustro al marchio ci ha pensato Madonna che l'ha scelto come guardaroba ufficiale del suo ultimo film da regista, W.E.
Ma come spiegare questo ritorno d’interesse, anche economico (il gruppo Marzotto-Valentino ha rilanciato la casa Vionnet con sede a Milano, mentre si attende nel 2013 la riapertura della maison Schiaparelli dopo l'acquisizione da parte di Diego Della Valle), per personaggi simbolo della moda aulica e d'antan? Forse il motivo di tutto va ricercato in una parola sola: vintage.
Concetto ripetuto in ogni dove e spesso abusato, il vintage è uno stile che dimostra come la moda non finisca mai e si rigeneri in continuazione: tutto ciò che non è più trendy in una determinata epoca lo può diventare dopo dieci, venti, cinquant’anni. Alcuni – come sempre quando si tratta di fenomeni socialogico-culturali dai confini poco chiari – tendono a mettere dei paletti: si possono considerare vintage capi di almeno una generazione prima (altri dicono: quarant’anni), e che non risalgano a prima del 1920, sennò lì si sconfina nell’antiquariato classico. Eppure vintage è anche un modo molto più disinvolto di interpretare le tendenze e lo stile, che negli ultimi anni si è affermato ai livelli più disparati: vintage è in molti casi moda fai-da-te, riappropriazione dal basso e rivendicazione della creazione di un proprio look, spesso accostando abbinamenti insoliti, magari con pezzi risalenti a epoche o usi diversi. Insomma, vintage è vecchio, ma anche bello e personale.
Come spesso accede a tanti fenomeni nati nel mondo della moda, anche il vintage si è diffuso a più livelli. E a proposito di fenomeni che nascono dal basso come non parlare dell’hipsteria. Riprendendo anche qui un termine vintage degli anni ’40, gli hipster di oggi sono soprattutto giovani di media classe e cultura che si trovano a loro agio nell’ambiente dalla musica ricercata un po’ underground, del cinema indie, della moda assolutamente inusuale e di recupero, mai mainstream e possibilmente, appunto, vintage. Se vi capita di incontrare per strada ragazzi o ragazze con pantaloni ultraskinny, caviglia in vista, cappelli a bombetta, magliette a righe scollate, bomberini un po’ consumati, occhiali tondi di tartaruga, tagli con ciuffi importanti, beh, probabilmente avete appena incrociato un hispter.
Vintage, comunque, ormai è divenuto un attributo utilizzato per qualsiasi elemento si riferisca al passato, non esclusivamente nel campo della moda e dell’atteggiamento: così, ad esempio, Rcs ha pensato bene di chiamare una collana di bestseller classici moderni in versione tascabile, col risultato principale di rovinare le storiche, elegantissime copertine di Adelphi. Vintage è anche la tendenza principale nella musica contemporanea, soprattutto quella dance, in cui negli ultimi anni si è cercato di recuperare l’appeal tipico di certi pezzi e arrangiamenti anni ’80, talvolta persino ’70 (che, a sentire certi risultati di oggi, gli Abba si rivolterebbero nelle tombe, fossero morti); o anche di certa musica anglosassone con tendenze black che cerca di ripescare dalla stagione dorata del soul (i clamorosi successi di Amy Winehouse e Adele si spiegano, in parte, anche così). Molto spesso, di recente, anche il design si fa vintage, riportando sulla scena oggetti di culto (contate i vecchi Casio ai polsi della gente per strada), facendo andare alle stelle i prezzi su eBay di certi pezzi d’arredamento del grande design italiano (Castiglioni, Cassina, Zanuso ecc.), richiamando nelle grafiche, nelle pubblicità e nelle arti plastiche stilemi del passato (da segnalare, a proposito, la mostra che la Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra dedica al genio artistico di Bruno Munari, e la storia della grafica italiana dal Futurismo ad oggi proposta dalla Triennale di Milano fino al febbraio prossimo).
Insomma il vintage sembra essere una dominante nel panorama culturale di questi tempi. Tempi di decadenza, vien da pensare. Perché, in effetti, quando una o più generazioni di seguito perdono quella spinta creativa propria del rinnovamento intellettuale e artistico, quando un intero mondo è schiacciato dalle impellenze economiche e non vede altro che insicurezza e crisi, rifugiarsi nel passato risulta quasi sempre un’arma molto vincente. Certo, però, anche a doppio taglio, perché a forza di riciclare elementi del passato si rischia di perdere qualsiasi tipo di originalità. Bisognerebbe fare come i Romantici, che dallo scontro violento fra classicismo e modernità hanno tratto potente ispirazione. O come Woody Allen, che in Midnight in Paris (anche lì, più vintage di recuperare la Lost Generation degli anni ’20 a Parigi, cos’altro?), che ci insegna che la nostalgia è buona solo quando sa di futuro.
Il vintage è bello, ma solo se ha un cuore, un’anima propulsiva che gli dà spinta in avanti, solo se è reinterpretazione e non sterile imitazione del passato.

mercoledì 3 ottobre 2012

Gaga ha origini italiane, se non lo sapevate


Se leggete il manuale Le regole per diventare una popstar e sfidare la Regina al capitolo "Britney Spears" troverete scritto: "Quando una cantante abbandona il microfono a gelato per quello ad astina sulla faccia  è chiaro segno che vuole darci giù pesante col playback." E Lady Gaga, ieri sera ad Assago, sembra che quel capitolo l'abbia proprio saltato. Ebbene sì, perché se nel Monster Ball Tour nel 2009 aveva fatto ampio ricorso alle sue capacità canore, in questo Born This Way Ball Tour ha caricato molto sulla base preregistrata e sugli effetti sonori, intervenendo solo qua e là (e molto discontinuamente) con la sua voce ma soprattutto interrompendosi molte volte per incitare i fan o commentare il momento, dedicandosi per lo più alle coreografie (in parte già viste). Eppure Gaga vocalità ne ha da vendere, come ha dimostrato in due momenti dello show: quello più raccolto, in cui ha suonato alla motocicletta trasformatasi in pianola, "Hair", "Princess Die" (il pezzo inedito dedicato a Diana) e "You and I"; e poi alla fine, nell'encore, con "The Edge of Glory" e "Marry The Night". Per il resto, appunto, molta base e molti discorsi, con canzoni eseguite in versione ridotta molto spesso per lasciare spazio a bei discorsoni che se uno segue un minimo le vicende della cantante avrà ascoltato ormai più dei sermoni della Santanchè in tv: del tipo "Sono così contenta di essere in Italia, anche io ho origini italiane", "Quando avevo quattro anni ho iniziato a suonare il piano", "Mio nonno si chiamava Giuseppe (pronunciato Iuseppi) Germanotta", "Voi avete la migliore moda del mondo", "Voglio assorbire tutta la vostra creatività", "Voglio la Nutella" (giuro!). 
E in effetti di Nutella la Germanotta deve averne mangiata parecchia in questi mesi di tour: la sua stazza sul palco è decisamente aumentata (fate un confronto con la linea quasi anoressica del video "Born This Way"). In uno dei tanti dialoghi col pubblico Gaga ha tenuto a precisare che i suoi outfit per la tournée sono stati creati da Armani, Moschino e soprattutto Versace (Donatella e la sua testa biondo-cancella-diottrie era presenta nell'area Vip), perché ha inviato otto dei suoi professionisti per curare il look della cantante - e molto probabilmente a un certo punto hanno dovuto mettersi lì ad allargare corpetti e culotte  con toppe e toppone.
In effetti, però, tutto il concerto è stato condito da un alto tasso di spettacolarità ed elaborazione scenografica: su questo Gaga si può dire che non deluda mai. L'intero palco, dotato anche di una speciale fossa chiamata "Monsters Pit", rappresentava un castello medievale dai cui portoni e dalle cui torrette uscivano la cantante, i ballerini e anche la band. Gaga si sarà cambiata d'abito una ventina di volte, e con una velocità da far impallidire Arturo Brachetti, passando da una tuta leather in stile Alien vs Predator a un vestito ad intarsio bianco con cappello a forma di caprone, da un costume in similcarne a un mantello rosa fatto di moquette d'albergo, passando per il canonico reggiseno a mitra e per una cappa della più rigorosa tradizione Versace. 
Per non parlare dei vari momenti scenici dello show: lei che si mostra dietro a un pancione gigante e gonfiabile da cui sembra partorisca i ballerini; lei che si muove su delle colonne bianche semoventi o su un cavallo composto dai ballerini; lei che si trasforma - letteralmente - in una moto, lei che macella le ballerine in enormi (finti) tritacarne; la testa di lei proiettata in uno schermo volante sul palco. Insomma anche qui una grande dose di originalità, anche se forse a volte votata all'accumulo più che alla valorizzazione: per la prima parte del concerto, a causa dei cambi d'abito, Gaga non è mai stata sul palco per più di tre minuti di fila, e tutti questi cambi di scena hanno leggermente rallentato il ritmo dello spettacolo, dando l'idea di frammentarietà (anche qui, come nel tour precedente, un filo narrativo univa i vari momenti dello show: Gaga è un'aliena che fugge dalla sua dimensione oscura per raggiungere la Terra, assorbire informazioni e creatività per poi invaderla coi suoi "little monsters").Sono proprio i little monsters, in ogni caso, la chiave di lettura predominante - e la salvezza - di Gaga: per questo possiamo giustificare tutti i suoi intermezzi dialogati proprio rivolti ai fan. Se c'è una cosa che Lady Gaga sa fare - e persegue come obiettivo primario - è quello di cementare il legame coi suoi fan. Per questo si sofferma molto su discorsi di equità, coraggio e condivisone. Per questo - e qui sì in modo molto originale - chiama sul palco alcuni fortunati per condividere con loro alcuni momenti del concerto.
Insomma, da fenomeno musicale puro Gaga è sempre più una macchina da guerra dal punto di vista del'imagery e della connettività da social network. Però, tolta la patina versacesca e i discorsi sui gay, sembra quasi che il contenitore resti mezzo vuoto. O mezzo pieno, dipende dai punti vista. Noi comunque continueremo a seguirla, non fosse altro per la sua innata vocazione baracconesca e le sue chiappone nuove di zecca.


p.s. Sì, se ve lo stavate chiedendo mentre leggevate tutto questo popò di articolo, sì, Madonna è stata meglio.

lunedì 24 settembre 2012

Emmy Awards 2012: trashcarpet

Ero lì che mi preparavo ad andare a fare la spesa perché dovevo comprare le Gocciole per vedere se trovo la Giocciola tigrata così da vincere un noto tablet di ultima generazione e ho pensato: ma perché non fare un'edizione straordinaria del Trash Carpet visto che ieri sera ci sono stati gli Emmy Awards, i premi della televisione americana (ricordate i Telegatti? Ecco, tutto il contrario...)? Lo so che non ve l'aspettavate e forse nemmeno ve lo meritate, ma ultimamente mi sento molto magnanimo, tipo come quando Carlo Conti ha scoperto che avrebbe dovuto condurre quella famosa edizione di Domenica In con Iva Zanicchi, la Clerici, Ela Weber, i pupazzi Dom e Nika, la Mucca Carolina e il Pulcino Pio. Uno spasso proprio!
Ma veniamo al sodo, ché nel frattempo mi son ricordato che ho finito anche il Cif. Un'edizione coi fiocchi quella degli Emmys, che hanno premiato soprattutto due serie molto apprezzate e molto innovative come Modern Family e Homeland, ma soprattutto hanno dato riconoscimenti a due grandi dive del cinema che si sono riciclate (ma benissimo!) stelle della tv: Jessica Lang e Maggie Smith. (Lo so cosa state urlando al monitor: "Ao, coso, se volevamo le cronache tivvù c'annavamo a comprare Sorrisi e Canzoni, vedi de parlà de li vestiti che qui dovemo ancora riprendecce dalla festa in toga de Fiorito...."; va bene, va bene, mi ripiglio...).
Molti vestiti a tema marino, quest'anno: vediamo qui Ginnifer (non è che m'hanno bocciato al First Certificate, è scritto proprio così) Goodwing, protagonista di Once Upon a Time, in un Monique Lhuillier che evidentemente è stato sottratto a un peschereccio che fa incetta clandestinamente sulla barriera corallina australiana; segue a ruota la stagionata Christine Baranski in Ruben Singer che, guardandola, mi sono finalmente reso conto di dove fosse finita l'orata al cartoccio che m'è sfuggita dal forno la settimana scorsa (e chiamala stupida, comunque: si porta dietro i catarifrangenti così si sparaflasha tutte le rughe!); sempre in ambiente ittico ecco Sofia Vergara in Zuhair Murad: povera, dovete compatirla, da bambina le avevano rifiutato il ruolo della Sirenetta alla recita scolastica ed è da allora che si porta dietro 'sto trauma; in bluette e argento anche Hayden Panettiere, ex star di Heroes, però a lei sembra che il vestito, invece di Marchesa, gliel'ha fatto un tizio che di mestiere fa proprio quella cosa del suo cognome.
Julianna Margulies ve la ricorderete in ER e più recentemente in The Good Wife: qui la ritroviamo sul red carpet con una fantasia denominata vomito di pantera cinese, ma non c'è da stupirsi visto che è di Giambattista Valli, uno che quest'estate consigliava a tutti il nuovo trend della stagione, ossia andare in giro con uno smeraldo appeso alla barba (la cosa è stata onorata con il Premio Sobrietà Valeria Marini 2012-2013); vera e propria sobrietà, invece, quella di Lena Dunham - non chiedetemi chi è, non ho tempo di guglare anche perché mi son finiti anche le Giovanni Rana Sfogliavelo Paglia&fieno e devo aggiungerle alla lista - che mi sfoggia un Prada molto in linea con l'attualità politica, visto che rischiamo seriamente che a novembre ci troviamo alla Casa Bianca quel mormone di Mitt Romney. È la volta di Kelly Osbourne, una che c'entra alla serata di premiazione delle serie tv come Ramona Badescu a un consultazione per l'assegnazione del Nobel per la fisica, ma comunque non preoccupato, non avete esagerato nell'annusare i vostri stessi calzini, non avete le traveggole: l'ho snellita io con Photoshop, mica è diventata così magra sul serio. Chiude la fila Nicole Kidman: ecco, si è messa un Antonio Berardi (un chi?) provvisto di armatura sul busto: e ha fatto bene, perché, per la rabbia che mi fa essendosi rovinata la faccia che manco un bimbo cinquenne col pongo Dash, la prenderei a balestrate un giorno sì e l'altro pure.
Voi pensavate che in questi anni di trashcronache modaiole io v'avessi fatto vedere il peggio del peggio: e invece no! Non c'è fine al peggio come non c'è fine alle intelligentissime poesie di Flavia Vento, cari miei: ecco Juliane Moore, che di solito trovo stupenda, sfoggiare un Dior giallo limone che più giallo limone non si può (questa è conosciuta come "tonalità del frutto infilato nel sedere di Filippo Facci"); ma come se non bastasse anche l'attrice Claire Danes ha pensato bene di mettersi un Lanvin della stessa tinta. Che voglio dire: già non siete nate dopo il 1980, quindi non è che siate fresche come un'insalata del Juice Bar, in più siete anche palliduzze (soprattutto tu, Juliane, che all'asilo te chiamavano LunaStorta). Christina Hendricks, la procace segretaria rosso fuoco di Mad Men, è venuta agli Emmys con sua sorella, se non la vedete è solo perché se l'è mangiata cinque minuti prima.
Concludiamo con l'unico maschio di questa carrellata: se vi chiedevate se Jim Parsons di The Bing Bang Theory apparisse come un nerd sfigato anche in tuxedo, beh, sì, anche in tuxedo.



martedì 4 settembre 2012

L'ultima frontiera dei fatti uber-inutili

Su Twitter ho scoperto recentemente questo sito che si chiama UberFacts (@uberfacts), ovvero un aggregatore di notizie curiose e fatti insoliti, cioè praticamente una caterva di quelle cose inutili che piacciono a me. "The most unimportant things that you'll never need to know", che per quanto mi riguarda sembra la biografia della mia vita e potrei anche tatuarmelo sulla schiena. Per darvi un'idea, negli ultimi giorni ho imparato che:
- i capezzoli hanno una tonalità di pelle più scura in modo che i neonati riconoscano meglio la loro posizione;
- "Alaska" è l'unico stato che si può scrivere usando esclusivamente i tasti della stessa riga della tastiera;
- solo l'8% di tutto il denaro mondiale esiste fisicamente in banconote o monete, il resto sono transazioni elettroniche;
- Dio è l'unico personaggio nei Simpson ad avere cinque dita;
- i canguri saltellano perché non possono muovere le zampe indipendentemente;
- 150 persone ogni anno muoiono per la caduta di noci di cocco;

- guardare Spongebob può causare problemi di apprendimento e deficit dell'attenzione (e Obama ha dichiarato a Tv Guide che Spongebob è il suo programma preferito);
- le donne dicono circa 7000 parole al giorno, gli uomini 2000;

- nel 2003 l'eroina dei diritti dei neri Rosa Parks ha fatto causa al gruppo degli Outkast;
- le persone con gli occhi blu vedono meglio al buio;

- la controfigura di Halle Berry in "Catwoman" era in realtà un uomo;
- i limoni galleggiano in acqua, i lime vanno a fondo;

- Walt Disney aveva paura dei topi;
- si investe cinque volte di più nella ricerca per l'ingrossamente del pene che non per l'Alzheimer;

- i furetti possono soffrire di depressione;
- Albert Einstein non portava i calzini...

Ecco, capite che questo sito può creare dipendenza? Beh, almeno la crea a me. Dà un po' l'idea di quante cose si possano conoscere al mondo, e di quanto conoscerle sia nella maggior parte dei casi inutile. Però anche questo è il fascino della conoscenza.

lunedì 6 agosto 2012

Addio Mr Wiggles, amico mio


 Ho scritto per il nuovo Cabaret Voltaire questo pezzo sulla scomparsa del mio amico Mr Wiggles. Che era un orsetto, quindi impietositevi moderatamente.

Uno se ne sta in una località di mare, a bordo piscina, con un calice di prosecco ghiacciato alle 11 del mattino (perché l’alcolismo in vacanza non esiste), mentre si crogiola al sole noncurante dell’eritema che di lì a poco lo trasformerà in una brutta copia del protagonista di “Halloween”. Metti che uno, per vezzo, nello stesso momento si metta a sfogliare una rivista, tipo Internazionale. Ed ecco che il trauma è dietro l’angolo; perché quella domenica di luglio Giovanni De Mauro, direttore del settimanale, annuncia: “Qualche settimana fa è arrivata un’email da Neil Swaab: ‘The end of Mr. Wiggles. Ho disegnato questa striscia per tanti anni ed è stata la cosa più gratificante che abbia mai fatto. Ma Mr. Wiggles è arrivato al capolinea’.”
Ecco, ora non è carino parlare su una rivista bellissima dei pregi di un’altra rivista bellissima – tipo quelli che vanno ospiti in trasmissioni di altri gruppi televisivi e si prestano alla pantomima: “Allora quando parte il tuo nuovo show?” “Oddio, ma posso parlarne? Cioè, anche se è della concorrenza?” “Beh, sì.” “Sicuro?” “Certo.” “Ah, beh allora…” – però Internazionale, oltre a tradurre ogni settimana il meglio della stampa di tutto il mondo, offre anche una selezione di strisce comiche e vignette davvero eccezionali. E “Mr Wiggles” era una di queste, era anzi la migliore. Io cominciavo a leggere sempre da lì.
E perché la chiusura di Mr Wiggles deve essere accolta con il più grande sgomento? Perché Mr Wiggles era una striscia impareggiabile: innanzitutto perché il protagonista del titolo è un orsetto erotomane, tossicomane, razzista, misogino, acido, psicotico, parassita, inconcludente, sboccato. Cosa volere di più?
La prima vignetta fu pubblicata il 27 settembre 1999: l’orsetto Wiggles è di fronte a un’assistente psicologica che deve seguire la sua terapia, essendo lui accusato di “indecent exposure, gross sexual misconduct, corruption of a barnyard animal, misuse of a shampoo bottle, anal negligence and parking in a loading zone” (meglio non tradurre); per vederle pubblicate in Italia bisogna però aspettare il novembre 2004: la prima avventura italiana di Mr Wiggles lo vede alle prese con una donna delle doti anatomiche alquanto peculiari (“Vedi, quando un uomo paga per i servizi di una prostituta, si aspetta tutta una serie di cose…” – “Il problema è la mia vagina orizzontale?” – “Non posso dire che il problema non sia la tua vagina orizzontale”).
E da lì è un susseguirsi di avventure, battute, vicende che più politicamente scorrette e dissacranti non si può, tutto al motto più volte sbandierato di “Deviancy has never been so funny” (La devianza non è mai stata tanto divertente). In effetti Mr Wiggles strappa risate irresistibilmente di pancia anche quando fa o dice le cose più improbabili: passa dall’elogio del crack alla dissacrazione di San Valentino, dall’incatenare un’anziana al termosifone al sedurre un tacchino per il Thanksgiving, dal fornire ambigue lezioni di lotta a un adolescente al proporre sesso occasionale a lesbiche in un bar.
Ovviamente tutto ciò che Mr Wiggles fa è esecrabile e aberrante: se solo non fosse un orsetto a compiere tutte quelle azioni, la prima reazione sarebbe quella di disgusto; ma Mr Wiggles, proprio per il fatto di essere un animale così diverso da noi eppure così familiare e quasi tenero all’aspetto, può permettersi di scavare nelle profondità più torbide delle nostre ossessioni e delle nostre paure, può prendersi gioco di convenzioni e moralismi che mettono a nudo i nostri punti deboli. Sesso, paranoie, dipendenze, violenze psicologiche e fisiche di vario tipo: non sono per caso le cose a cui pensiamo o di cui sentiamo parlare più spesso, e sempre più spesso nel modo più sbagliato o noioso?
Mr Wiggles è una specie di antieroe dei tempi moderni, come antieroi siamo ormai tutti quanti, ed è tanto più apprezzabile perché la sua arma principale è quella di un linguaggio ficcante, ironico, irriverente, cinico all’inverosimile.
Tutte le cose belle, però, prima o poi finiscono: Neil Swaab, il vignettista americano che ha disegnato il terribile orsetto per più di dodici anni, ha deciso di concludere le pubblicazioni con la vignetta numero 666 prima di doverlo trascinare senza più stimoli (le grandi dive, si sa, si ritirano sempre al culmine della fama). Nell’ultima vignetta, Wiggles, accusato di terribili crimini, deve fuggire su un treno e salutare il coinquilino di una vita (la controparte di Swaab, appunto): la scena è quasi commovente, se non fosse l’ultima battuta dell’orsetto: “Hey, Neil. That cloud behind you… it looks like a penis.” (anche qui sorvoliamo sulla traduzione).
Ha proprio ragione De Mauro: “Mr Wiggles è l’amico cattivissimo che racconta barzellette feroci, ma così divertenti da far ridere fino alle lacrime. E dalla prossima settimana ci mancherà.” Le vignette si possono trovare su internet, però, sul sito di Internazionale e su mrwiggleslovesyou.com. E quindi forse Mr Wiggles ci mancherà un po’ meno.


venerdì 15 giugno 2012

Dieci cose sul concerto di MDNA che volevate sapere ma non avreste mai avuto intenzione di chiedere

1. Difficilmente Madonna riuscirà a fare un altro tour al livello del Drowned World o del Confessions, ma almeno con questo MDNA Tour non ha dato la sensazione che le si stesse pagando un'ora e mezza di plaestra sul palco come invece era accaduto collo Sticky&Sweet, in cui saltava la corda, faceva pole dance, si sdraiava sulla palla da pilates e giocava alla cavallina più che altro.
2. Ieri sera a San Siro lo spettacolo è stato davvero notevole, invece, e si notava una ricercatezza in più, quasi raffinata, e anche la densità di scelte musicali e immagini è stata più forte. Si è visto un impegno più sul lato dell'imagery che su quello fisico-esibizionistico. Certo, Madonna e l'autotune più che essere amici sono simbionti, tipo l'ippopotamo e l'uccellino, ma alla fine uno che di partenza va a un concerto della Regina del pop per la sua voce è come Monti che chiede alla Fornero di non fare incazzare qualcuno per più di ventiquattro ore.
3. L'introduzione allo show, cupa e di un misticismo nero (come gran parte delle esibizioni), faceva pensare subito a una messa satanica - e lì m'ero già spaventato, perché avevo lasciato il capretto sgozzato negli altri pantaloni. La prima canzone è stata Girl Gone Wild, seguita da Revolver e da una piuttosto violenta versione di Gang Bang, con la Nostra che spara ai ballerini mentre sugli schermi vengono proiettati fiotti di sangue e tritacarne. Roba che Tarantino sembra il regista di Le tre rose di Eva, in confronto.
4. Guardate che Madonna non è mica una che si attacca le cose all'orecchio, no. A un certo punto ha tenuto a far capire che strapparla dal trono del pop sarà più difficile che infilare Valeria Marini in un tubino taglia 40, mixando Express Yourself con Born This Way di Lady Gaga, dopo che da più parti erano venute accuse di plagio nei confronti della Germanotta proprio a causa della somiglianza dei due pezzi, e con She's Not Me, traccia del penultimo album Hard Candy in cui la Ciccone se la prendeva con le sue imitatrici ("she's not me and she 'll never will be": chiaro il concetto?).
5. La tetta non l'ha mostrata, no, ma ha fatto comunque una specie di strip tease, mentre si esibiva in una versione rallentanta e stripped down (e poi dite che non è coerente) di Like a Virgin. Momento notevole (per la canzone, non per lo strip).
6. In uno dei vari interludi video, sulle note di Nobody Knows Me, c'è stato il consueto collage politico-umanitario. Questa volta era incentrato più che altro sulle discriminazioni sessuali, con una carrellata degli adolescenti omosessuali morti suicidi perché vittime di bullismo.
7. Madge salta, balla, corre sul filo, si fa rigirare come un trottola, fa la ruota. A volte, però, bisogna dire che qualche incertezza ce l'ha e informatori dalle prime file parlavano di tentennamenti e barcollii. Ma sta di fatto che a 54 anni dimostra di essere più atletica non solo di me (che lì anche un brapido con l'artrite, voglio dire), ma anche di Fiona May e Yuri Chechi messi insieme.
8. Nella tribuna d'onore, oltre a Dolce&Gabbana con Toyboy1&Toyboy2, è apparsa anche la mitica Donatella, che non so se l'avete vista di recente ma sembra l'incrocio fra Hulk Hogan e la figlia di Fantozzi che ha deciso d'andare in palestra. Il concerto è cominciato mezz'ora in ritardo perché la tinta biondo platino della Versace illuminava troppo il palco, così s'è aspettato che facesse buio. C'era anche Allegra Versace, ma non sono sicuro perché è stata quasi sempre di profilo e quindi non la si è vista granché (questa è cattiva, lo so, me lo dico da solo).
9. Momenti migliori, oltre alla messa da requiem di Girl Gone Wild e a Like a Virgin: Vogue, I'm A Sinner (col coinvolgimento del trio basco dei Kalakan, davvero suggestivi) e Like a Prayer, che ti concilia sempre col mondo e ti farebbe venir voglia di dare un bacio sulla guancia perfino a Giovanardi. Ha chiuso con il remix di Benny Benassi di Celebration, in cui è apparso anche il piccolo Rocco a fare il truzzetto.
10. A un certo punto Madonna ha voluto ringraziare i fan italiani che la supportano da tre decadi. La dimostrazione empirica del fatto? La maggior parte dei gay presenti aveva passato la quarantina.

martedì 22 maggio 2012

Il romanzo è morto, e nemmeno io mi sento tanto bene

Ho scritto questi due o tre sproloqui sulla morte del romanzo per il nuovo numero di Cabaret Voltaire.


Già negli anni Dieci del Novecento il romanzo non si sentiva tanto bene: il modernismo aveva ben pensato di tagliuzzarlo, frammentarlo, moltiplicarlo, sperimentarlo, e molto spesso non concluderlo. Ma lui era lì, un po’ acciaccato ma che si difendeva, aveva ormai vinto la sua centenaria battaglia con la sorellastra, la poesia, che avrebbe prodotto ancora qualche slancio di orgoglio e poi si sarebbe definitivamente arresa.
Poi sono passati un po’ di anni, è venuta la guerra, il postmodernismo (ma oggi è finito anche quello, dicono), il Sessantotto, quei mattacchioni dei decostruzionisti. In poco tempo si decise che: erano morte le certezze. Era morta la verità. Era morto anche l’autore. Praticamente il romanzo ha pensato bene di mettersi in coma.
E guardandosi bene attorno, oggi, vien da dire che molto probabilmente, nel frattempo è passato a miglior vita. Pensateci bene: pensate all’ultimo bel romanzo che avete letto di recente. E quando dico romanzo, voglio dire romanzo, un po’ all’ottocentesca: grande intreccio, personaggi profondi e in evoluzione, strutturazione complessa di spazio e tempo ecc. Per carità, non vuol mica dire che tutti i libri devono assomigliare ai Promessi sposi, a Tempi difficili, a Il conte di Montecristo per essere romanzi, anzi. Però quella dimensione romanzesca lì, della struttura ampia, del grande respiro, è andata perduta.
Un po’ è stato anche per l’avvento della letteratura di genere (Trivialliteratur, dicono quelli che se la tirano sapendo il tedesco): i gialli hanno un successione prestabilita e prevedibile; i romanzi rosa sono talmente intorcolati e inverosimili da dimenticarsi a volte della coerenza dell’intreccio; i thriller e i noir possono limitarsi a seguire il modello di James Bond; la letteratura comica non ha bisogno nemmeno di fare i conti con le convenzioni letterarie.
Ma allora cosa resta? In realtà qualche tentativo di romanzo in quanto tale si continua a fare: la situazione, in Italia ad esempio, mostra che questa struttura fluida di racconto delle storie e della vita si è adattata ancora una volta, mutando proteicamente in una forma ancora nuova. Veloce e baluginante è la realtà, veloce e baluginante sono i romanzi: storie essenziali e suggestive, capitoli brevi e brevissimi, molte sospensioni e ellissi, molti dialoghi (o pochissimi, ma senza vie di mezzo), una narrazione che procede per immagini più che per descrizioni e relazioni di fatti ecc. Diciamo tutto come in Baricco.
Anche una delle opere più belle dell’anno scorso, La vita accanto di Mariapia Veladiano rispetta questo nuova modalità romanzesca: lì sono le suggestioni, gli odori perfino, le immagini pitturate con maestria a dare il senso di una vera letteratura.
Quest’anno si è parlato molto de Il bambino indaco di Marco Franzoso: un’altra storia avvincente e di grande impatto (quasi violento) sul lettore è trattata per flash, più per cose ed emozioni suggerite col non detto che per il detto. Alla fine è un libro interessante e anche insolito, però si rimane come in attesa di un’apertura, di qualcosa di più grande e imponente e velato.
Un tentativo di rappel à l’ordre l’aveva provato, sempre l’anno scorso, Alessandro Mari con Troppa umana speranza: però lì l’ambientazione ottocentesca, l’impalcatura obsoleta da romanzo storico e alcuni problemi linguistici (se n’è accorto anche qualche storico della lingua), avevano minato fortemente il risultato.
Gli unici che forse fanno ancora romanzi nel senso profondo del termine sono gli americani, come avrà notato chi ha letto l’ultimo Franzen o l’ultimo Eugenides. Ma quelli nei libri ci mettono dentro interi universi, l’intera America quasi, e quindi ancora una volta la definizione di romanzo sta stretta.
In realtà bisognerebbe anche rassegnarsi: il romanzo come lo conoscevamo, per la sua stessa natura di essere un genere non codificato rigidamente, ha subito evoluzioni tali da modificare la sua stessa natura. Ora siamo di fronte a nuove forme di espressione narrativa, e forse anche ad una fase in cui interrogarsi sull’etichetta da dare ai libri ha un senso solo relativo. Meglio interrogarsi su cosa sia buona letteratura, e basta.
Piuttosto sarebbe interessante vedere come anche in Italia stia trovando una vitalità nuova la forma del racconto, qui sempre bistrattata. Però poi c’è sempre qualche critico letterario su un grande giornale che paragona l’ultima fatica di Ligabue a Raymond Carver, e allora lì ti metti a sperare che non sia solo il romanzo l’unico ad andare incontro a una fine indecorosa.

venerdì 18 maggio 2012

Unreal city: la città dei morti di Eliot da Dante al graphic novel

Questo mio intervento è nato in occasione della giornata di studi conclusiva del corso di Letteratura inglese 2011-2012 dei prof. Giovanni Cianci, Caroline Patey e dott. John Young dell'Università di Milano, dal titolo Shakespeare, Rebecca West & T.S. Eliot in words, music, film and pictures.


Negli ultimi decenni dell’Ottocento e nei primi del Novecento, le grandi città europee subiscono cambiamenti e innovazioni che ne mutano, per non dire stravolgono, indelebilmente l’aspetto e l’impatto sulla mentalità comune. E più crescono le città, paradossalmente, e più l’uomo si fa piccolo, insicuro, svuotato. È soprattutto la letteratura modernista a farsi portavoce di questi nuovi sentimenti, complessi e spesso contraddittori, ma sempre dominati da un sentore di tragedia e ineluttabilità, connessi alla metropoli moderna.
Fra i testimoni più noti di questo sgomento modernista c’è sicuramente il poeta T.S. Eliot e lo è diventato in particolare per il celeberrimo passo in cui, nella prima parte del suo poemetto The Waste Land, “The Burial of the Dead”, ci descrive quella che lui chiama la “unreal city”. Il poema è stato composto fra il 1919 e il 1921, poi pubblicato nel 1922, e dunque ben ci descrive il sentimento di una generazione che non solo deve affrontare i tumultuosi mutamenti della vita urbana portati dalla modernità di masso, ma lo deve fare anche in un momento storico, quello del primo dopoguerra, di grandi sconvolgimenti e insicurezze.
(continua a leggere qui)

mercoledì 16 maggio 2012

Quello che ho visto

Ho rivisto, in fretta e su internet, le prime due puntate di Quello che (non) ho, programma-evento di Fazio e Saviano su La7, la cui ultima parte va in onda stasera. Volevo scriverne una cosa lunga ma poi mi annoiavo da solo, quindi dirò un paio di cose brevi.
Innanzitutto che Quello che (non) ho è fondamentalmente un programma nato vecchio. Nel senso che non solo è praticamente la riproposizione di Vieni via con me, fatto dalla stessa coppia l'anno scorso su Raitre, ma è anche il trasferimento del "clan" di Fazio (Littizetto, Gramellini, Paolo Rossi, perfino il regista Forzano) da Che tempo che fa a La7. Ma non è detto che essere vecchio sia necessariamente un difetto: anzi, questo tipo di programma dallo stampo teatrale (anche questo elemento di non novità) gli permette di essere spesso poetico, lento e ragionato. Però più che della qualità - pur elevata - del programma in sé, ci racconta della stanchezza e della crisi del sistema televisivo italiano in generale.
D'altro canto è veramente un programma che si basa sull'eccellenza, e di ospiti che rappresentano l'eccellenza si nutre: da Favino a Erri de Luca, da Pupi Avati a Vinicio Capossela, da Elio Germano a Elisa, da Guccini a Ettore Scola. Senza considerare poi che è un programma che si basa sulle parole, che le parole le spiega e le rispetta, che ragiona su di esse e con esse. E momenti di così alta televisione si vedono raramente in giro, eppure l'impressione generale è anche del tipo "guardate che bella famiglia siamo, guardate quanto siamo bravi, quanti amici interessanti e talentuosi abbiamo, guardate come vi elargiamo cultura e poesia". È solo un'impressione, appunto, ma la sindrome da torre d'avorio è dietro l'angolo. Noi siamo spettatori, e quello rimaniamo, anche con una leggera sensazione di impotenza addosso. Quasi ci sia più esposizione che costruzione.
Infine mi ha colpito molto leggere i commenti su Twitter lunedì sera, che sostanzialmente storcevano il naso per l'esordio: Twitter è così, è un grande calderone di opinioni, che sono però - coi giusti following - un calderone selezionato e attento, molto spesso spietato e mai compiacente. Sostanzialmente i tweet stroncavano Quello che (non) ho, soprattutto riguardo alla figura di Saviano, e si sa quanto sia stato difficile finora togliersi dal coro di lodi che ricoprivano lo scrittore. Il fatto è che Fazio e Saviano, e soprattutto Saviano appunto, sono allo stesso tempo il pregio e valore aggiunto del programma (non ascolteremmo mai una sequela di monologhi se non ci fossero loro a garantirci un imprimatur di qualità e coerenza), ma anche la pesantezza iconica e ingrombrante dello stesso. Saviano, da più parti definito ormai una "rockstar" con tanto di fan esultanti al seguito, è imprigionato, oltre che dalla scorta, anche dalla sua figura di oppositore alla mafia, di oratore impegnato, quando invece lui stesso - e il programma qui lo dimostra - vorrebbe togliersi questa corazza di dosso e darsi alla leggerezza. Perché è un programma fondamentalmente chic, Quello che (non) ho, anche se avrebbe velleità e potenzialità pop. Manca quasi una medietà calviniana, nel saper coniugare pesantezza e leggerezza, e questo si avverte. 
Ma Quello che (non) ho è comunque una rarità preziosa, una pietra scheggiata ma inestimabile di questi tempi. E giustamente chi possiede questa pietra ne fa sfoggio e concede agli altri di vederla per un po'.


martedì 15 maggio 2012

Un giorno a M.A.C.A.O.

Macao è un laboratorio di sperimentazione culturale, artistica e intellettuale di natura partecipativa e democratica. É salito alla ribalta della cronaca quando, lo scorso 5 maggio, un gruppo di volenterosi ha occupato la Torre Galfa, un enorme grattacielo poco distante dalla Stazione Centrale a Milano, di proprietà della Sai di Ligresti ma da anni abbandonato a se stesso in piena città. I ragazzi e le ragazze di Macao se ne sono riappropriati simbolicamente, anche come segno di una nuova volontà giovane e spontanea di sovvertire gli effetti più immobilizzanti del sistema capitalistico per generare energia creativa, quasi fosse una specie di Occupy del mondo culturale. Nei giorni scorsi sono arrivate le adesioni di molti personaggi pubblici, fra cui Dario Fo, Afterhours, Wu Ming, Daria Bignardi e altri.
Oggi però, dopo dieci giorni di laboratori, dibattiti, concerti e attività condivise, è stato ordinato lo sgombero e Ligresti ha pure minacciato querela per coloro che sono stati identificati. Ma quelli di Macao, fieri e un po' incoscienti, non si sono arresi e hanno trasformato l'occupazione verticale del grattacielo in occupazione estesa dello piazzo antistante, con buona complicità del benzinaio di fronte che ha pure fornito l'elettricità. Sono continuate per tutta la giornata le attività, i banchetti di studio, le performance (tre ragazze si sono stese a terra come cadaveri per simulare l'omicidio di idea, arte e creatività), perfino la distribuzione di granite, ma soprattutto l'assemblea pubblica, partecipata libera e condivisa. 
Gli organizzatori e chi interveniva dal pubblico gremito sottolineavano come il progetto di Macao ha ridato speranza riguardo non solo alla cultura, ma anche rispetto ai temi della gestione degli spazi urbani, della collettività giovanile e anche della partecipazione diretta alla democrazia; si è ribadito che quello non è stata solo una occupazione ma anche un nuovo mondo di prendere posizione e di agire nei confronti della città, di imporre la volontà dei molti contro la prevaricazione dei molti. "Che cos'è un grattacielo occupato di fronte a un grattacielo in costruzione?", ricorda  uno dei partecipanti al dibattito alludendo ai palazzi in costruzione per l'Expo di lì a pochi metri ma anche alla potenza eversiva di un'occupazione come quella di Macao: "Macao è come una cesta di semi, e le forze dell'ordine rovesciandolo non hanno fatto altro che spandere ancora più ad ampio raggio questi semi". Qui si citando Platone, Brecht, Brodillard. Tutti sono riuniti nella convinzione di aver qualcosa da dire e, constatando l'impossibilità di farlo attraverso i mezzi tradizionali, di avere il diritto di ricavarseli da soli quei mezzi. Non si vuol sentire parlare di soldi, qui in piazza, perché è proprio una gestione capitalistica della cultura, che è "artigianato e non industria" ricordano gli organizzatori, che si vuole contestare con questo atto simbolicamente eversivo, eppure straordinariamente pacifico.
Nel pomeriggio si attendeva poi l'intervento del sindaco Pisapia, accusato da più parti di aver atteso troppo a lungo prima di cercare una soluzione, che poi è stata quella sbagliata. Pisapia, ben conscio del fatto che molte delle componenti in piazza oggi fossero fra quelle che lo scorso maggio hanno contribuito alla sua vittoria dal basso, si è presentato poco prima delle sette e per un po' ha ascoltato lo svolgimento dell'assemblea. È stato annunciato con un semplice "e ora la parola a Giuliano": pur riconoscendo che il movimento di Macao è una ricchezza per aver sollevato questioni importanti per un rinnovamento della città che vuole
perseguire lui stesso, Pisapia ha ammesso francamente l'impossibilità di ritornare alla soluzione della Torre Galfa, però comunincando la decisione della Giunta di assegnare a quel movimento e ad altre associazioni che lo volesso sfruttare gli spazi dell'ex Ansaldo, disponibili fra poche settimane. Pisapia ha poi anche ringraziato i partecipanti a Macao per "averlo tirato per la giacchetta", come aveva invitato lui stesso a fare ai cittadini che gremivano Piazza Duomo la sera della sua elezione.
Il pubblico di Macao ha assistito speranzoso ma anche un po' scettico, sollevato da un sindaco che si mescola a loro per discutere del problema ma anche in qualche modo avvilito dal fatto che si debba ancora una volta temporeggiare. Perché Macao è stato un fenomeno che ha voluto bruciare le tappe e, ribollendo di energia, ha continuato e continua a lavorare irrefrenabile contro le lungaggini di un sistema culturale che più che produrre prospettive, prospetta intoppi e pastoie. I responsabili ci tengono a precisare che "nessun bando avrebbe potuto generare tutto questo".
C'è un bel pezzo di mondo oggi in via Fara, di fronte alla Galfa: i soliti giovani un po' alternativi e un po' fattoni che ti aspetteresti, ma anche tanti studenti diversi fra loro, gente un po' più matura (compresa una signora altera con elmetto da lavoro in testa e walkman da antiquariato alle orecchie), padri con figli appresso, fotografi e giornalisti, anziani che volantinavano per altre cause. Tutto un mondo che si muove, che cerca di riappropriarsi di spazi che nella vita quotidiana uno dà per scontato gli siano preclusi. 
Ora non si sa cosa farà Macao, se accetterà i nuovi spazi o si evolverà in qualcosa di diverso: di sicuro l'assemblea pubblica continuerà in piazza (coi generatori, perché nel frattempo il benzinaio ha chiuso) questa sera, per tutta la notte e poi anche domani mattina. Poi si sta costituendo un'associazione che dia uno statuto giuridico al movimento. In ogni caso, nonostante lo sgombero, questa è stata una giornata da ricordare per Macao, che é divenuto grazie all'apertura alla piazza qualcosa se possibile di ancora più grande e inaspettato. Come le vere opere d'arte che colpiscono tutti.

p.s. Nel frattempo potete aiutare Macao firmando l'appello su macao.mi.it/appello.

lunedì 14 maggio 2012

La paura non esiste, il coraggio di cambiare sì

Ieri sera sono stato a vedere il concerto di Tiziano Ferro all'Arena di Verona, ultima di tre date tutte esaurite. Sì, lo so, adesso vi scorticherete il cuoio capelluto dallo schifo, vi si strapperanno le mutande dalla derisione, vi lancerete nel caminetto per l'indignazione. Però Tiziano Ferro è bravo: ha tenuto per due ore di concerto una voce impeccabile,  si muove bene, parla poco e canta tanto, quando parla lo fa per ringraziare con un'umiltà che a un certo punto sembra quasi incredibile, oppure per ricordare di donare il sangue mettendosi in contatto coi volontari dell'Airc. E questo dettaglio è, secondo me, fondamentale: perché a quanto mi risulta un po' dovunque gli omosessuali, anche se in relazioni monogamiche durature, non possono donare il sangue. Quindi questo è un dettaglio che racconta di generosità, una generosità che nasce dall'esclusione.
E Tiziano Ferro è bravo anche perché ha sempre raccontato con grande franchezza dei suoi conflitti interiori (e qui non sto parlando di identità sessuale, ma di qualcosa di più ampio): riascoltando le canzoni anche più mainstream ("Xverso", "Le cose che non dici", "La paura non esiste"), questo dissidio percorre tutti i testi in modo nemmeno così sottile. I suoi brani, a parte la patina pop facile e orecchiabile, un po' sorniona, sono quasi sempre poco banali, ricercati, molto vissuti e poetici: non ci sono mai lezioni nei suoi testi, ma analisi di sentimenti e di brandelli di vita.
Ferro è ancora più bravo perché questo dissidio in qualche modo l'ha vinto: ne ha sempre parlato con allusioni intense e coraggiose, l'ha affrontato, l'ha reso poesia e ha così conquistato migliaia di fan. Ha sempre fatto leva sul suo talento (che è stato la sua salvezza, anche), si è salvato dalle tenebre senza vergognarsene (tenendo un segreto, ma alla fine assumendosene la responsabilità con coraggio), e condivide questo dissidio sul palco col suo pubblico, mentre dimostra sempre grande normalità, grande umiltà: ringrazia sempre, ricorda spesso i musicisti sul palco con lui, non canta quasi mai al centro del palco ma sempre un po' defilato.
Dicevamo dell'esclusione, prima. Ferro l'ha trasformata in inclusione, e condivisione. Ecco forse perché il suo pubblico è così eterogeneo: è facile un po' per chiunque identificare in quel ragazzo obeso che non accettava se stesso che ha saputo cantare virtuosamente fino a trasformarsi in una superstar acclamata in mezzo mondo, un proprio disagio che si avrebbe sempre voluto trasformare in energia positiva. E cos'è un concerto - all'Arena, poi - se non energia positiva pura che si scatena.














p.s. Comunque non preoccupatevi, i difetti ce li ha anche Tiziano Ferro: il momento un po' swing con "Tvm", "Quiero vivir con vos" e "L'olimpiade" non era del tutto convincente, e non parliamo di quando si concia da rapper per riproporre "Perdono". Ma l'imperfezione (limitatissima, in questo caso) fa sempre parte del discorso che ho fatto finora.